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I Magazine di IVG.it - Nera-Mente

Storie di appetiti particolari: i serial killer cannibali

"Nera-Mente" è la rubrica di Alice, appassionata di criminologia

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“Vorrei che potessimo parlare più a lungo, ma sto per avere un vecchio amico per cena, stasera. Addio”. Antony Hopkins-Hannibal Lecter

Attraverso i secoli giudicato atroce da alcune culture e rispettato e sacro da altre, è difficile stabilire le esatte origini del cannibalismo. Di certo risale agli albori della civiltà, dal bisogno di ingraziarsi gli dei, di vendicarsi e controllare i nemici. Testimonianze di questa pratica, sia in Europa che in America, risalgono al periodo Neolitico, rinvenute dagli archeologi grazie all’osservazione degli scheletri, a cui erano visibilmente state applicate delle incisioni e spaccature per asportare pezzi di carne.

In alcune tribù la pratica del cannibalismo ancora oggi è all’ordine del giorno. È il caso dei Korowai, abitanti delle foreste pluviali occidentali della Papua Nuova Guinea, popolo non industrializzato, i cui componenti muoiono giovani perché non hanno scoperto la medicina. Ma per loro la colpa della morte è di un demone che si è impossessato del corpo dell’amico/parente. Una colpa talmente grave, che va espiata mangiandolo.

Nella mitologia e nella letteratura il cannibalismo è ampiamente presente. Saturno divorò i suoi figli per paura di essere spodestato da uno di loro. Il Conte Ugolino di Dante Alighieri, chiuso in una torre, mangiò i cadaveri della sua stessa prole per poter sopravvivere qualche tempo in più. Furono inventati i vampiri, che necessitano del sangue umano per sopravvivere. Più recente è il personaggio di Hannibal Lecter, serial killer dalla mente geniale il cui palato ricercato ed esperto non può fare a meno della carne umana, ben cucinata, meglio se accompagnata da un buon bicchiere di vino.

E poi ci sono i cannibali criminali… Quelli veri.

In Italia la più spietata è stata probabilmente Leonarda Cianciulli, che uccise brutalmente tre donne per poi creare con le loro carni pasticcini e saponi, non per niente viene ricordata come “la saponificatrice di Correggio”.

Tra il 1978 e il 1991, nel Milwaulkee, Stati Uniti, Jeffrey Dahmer uccise diciassette giovani, praticò necrofilia (ebbe rapporti sessuali) con i loro corpi e ne mangiò alcune parti.

In Germania, invece, nel 2001, Armin Meiwes, ex tecnico di computer dell’esercito federale tedesco, pubblicò un annuncio in internet dichiarando esplicitamente che cercava qualcuno “da macellare e cannibalizzare”. Questo qualcuno, anche se può sembrare assurdo, lo trovò. Si recò da lui. Meiwes lo sedò, lo filmò (per tentare di dimostrare, successivamente, che l’altro fosse consenziente), gli tagliò il pene, lo cucinò e lo mangiarono insieme. Alla fine gli trafisse tutto il corpo, lo conservò in buste di plastica, nei mesi che seguirono ne mangiò 15 chili, cucinato alla griglia.

Tutto questo è abbastanza agghiacciante ed incredibile. Il che porta a chiedersi: cosa mai potrà succedere nella mente di questi individui, per far si che arrivino a commettere certe atrocità?

Da un punto di vista psicoanalitico, l’antropofagia, vista da molti come un tabù, rivela in realtà il grande desiderio di “cibarsi” delle persone che amiamo, insito in ognuno di noi. “Ti mangerei di baci, sei una persona squisita, sei dolce, sei tenera, sei un succoso bocconcino, sei buono come il pane”, frasi che usiamo all’ordine del giorno e che celano questa tendenza. Il bambino che viene allattato al seno, se ci pensiamo, succhia il sangue della mamma depurato dai globuli rossi e arricchito di fattori nutritivi. La famosissima “fase orale” (in cui il bambino pensa che tutto il mondo appartenga a lui o alla sua bocca) studiata e resa nota da Freud, non era altro che questo.

Il problema è che alcuni serial killer non hanno la giusta regolazione sui loro “grilletti emotivi interiori”, quasi sempre per ragioni e traumi che vanno ricondotti all’infanzia. Ovviamente non possiamo sapere molto sulla fase dell’allattamento che caratterizzò i primi mesi di vita di Meiwes, Dahmer e la Cianciulli. Questo sarebbe molto interessante pochè è stato studiato da vari esperti ( il più importante dei quali fu Winnicott) che in tale fase, in cui il bambino ha bisogno di sentirsi onnipotente verso il seno della madre, con cui pensa e percepisce di essere un tutt’uno, basta un errore nell’atteggiamento da parte di quest’ultima per far scattare dei disturbi, più o meno gravi, nello sviluppo della personalità dell’individuo in questione.

Quello che è certo è che tutti e tre i personaggi citati vissero un’infanzia particolarmente difficile e tormentata. La Cianciulli nacque da una gravidanza causata da una violenza sessuale, e per questo fu sempre insultata e rifiutata dalla madre. Jeffrey Dahmer, invece, crebbe con una figura materna fortemente depressa ed isterica ed un padre assente, tant’è che venne ricordato da tutti come un bambino “tranquillissimo, che non faceva rumore”. Si sentiva di troppo in una situazione già esasperata e non voleva dare fastidio, al punto che a quattro anni venne ricoverato per un’operazione di ernia, nelle confessioni postume definita come “uno shock tremendo: sembrava che mi stessero smembrando”. Ma nessuno se ne accorse perché Jeffrey appariva infinitamente tranquillo. Mentre Meiwes visse in un rapporto di totale fusione con la madre. Quando questa venne a mancare, cominciò ad uccidere.

Sia Dahmer che Meiwes, una volta confessati gli omicidi, sostennero che mangiare le loro vittime fu un’esperienza meravigliosa, di comunione, come se queste entrassero a far parte di loro.

È a parer mio indubbio che, se queste persone fossero state aiutate per tempo, tali atti efferati si sarebbero potuti scongiurare. Ne è conferma il fatto che Jeffrey Dahmer stesso ammise che nell’unico periodo in cui non rimase da solo con i suoi demoni (la madre, in piena adolescenza, lo abbandonò lasciandolo solo nella casa di famiglia) e visse con la nonna, frequentando la chiesa, “le pulsioni” di un certo tipo si erano allontanate, così come quando si trovava in carcere ed era seguito da psichiatri e psicoterapeuti.
 Potrebbe essere, dunque, che questi individui cercassero, con il comportamento cannibalesco, di prendersi ciò che “gli spettava”: l’amore mai avuto, rifiutato, negato o che gli era stato tolto?

Di sicuro non verranno dimenticati.
Quello che è certo è che hanno un tantino esagerato.

“Nera-mente” è una rubrica in cui parleremo di crimini e non solo, scritta da Alice, studentessa ed aspirante criminologa: clicca qui per leggere tutti gli articoli

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