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Cori razzisti al portiere avversario, parlano i genitori della Cairese: “Nessuno di noi si è accorto di nulla”

"Il caso è emerso dopo e siamo stati accusati di aver taciuto o addirittura partecipato. Ma quanto detto dai media non ha riscontro in campo"

Cairo Montenotte. “Nessuno di noi, né in campo in qualità di dirigente, né come genitore ad assistere alla partita, ha udito i cosiddetti ‘cori razzisti’, nemmeno chi si trovava nelle immediate vicinanze dei tifosi accusati. Neppure i nostri figli in campo. Nessuno si è neppure accorto che la partita, a causa di quanto affermato, sia stata sospesa per ben due volte”. Lo testimoniano con forza i genitori dei ragazzi dei Giovanissimi leva 2004 della Cairese, a tre giorni di distanza dalla partita contro il Priamar nel corso della quale il portiere avversario sarebbe stato bersaglio di cori e slogan di stampo razzista.

Il caso è esploso sui media domenica mattina, a poche ore di distanza dal match. La notizia, suffragata dai commenti degli allenatori e della madre del ragazzino bersagliato dai cori (un 14enne di padre italiano e madre sudamericana apostrofato come “negro di me*da”) è rapidamente rimbalzata tra i mezzi d’informazione fino a diventare nazionale: inevitabili le polemiche e le reazioni del mondo politico. Ora, però, arriva la versione dei genitori della Cairese, che ridimensionano drasticamente un episodio che, secondo loro, si sarebbe via via “gonfiato” proprio a causa del tam tam mediatico e di notizie diffuse senza adeguate verifiche.

“Alcuni di noi erano presenti – scrivono – altri avevano persone di riferimento che hanno assistito. Accusati di aver taciuto, nella migliore delle ipotesi, o di aver addirittura partecipato, nella peggiore, a insulti e cori di tipo razziale contro un ragazzino dell’età dei nostri figli, ci sentiamo in dovere di ribattere”. I cori, sostengono, non sarebbero stati uditi da nessuno dei presenti: genitori, dirigenti e gli stessi giocatori. Inesatto anche il dettaglio della doppia sospensione del match: “C’è stata più di una pausa tecnica per infortuni di gioco – puntualizzano – Sono stati richiamati i ragazzi per esultanza eccessiva in occasione dei due gol (la partita è finita in un pareggio). Abbiamo assistito ad una bella partita, combattuta in maniera egregia da ambo le parti, fino all’ultimo minuto, corretta e leale. E fuori dal campo si sono dati appuntamento amici e colleghi dei ragazzi a tifare con entusiasmo, ragazzi e ragazze con striscioni e schiamazzi”.

“Era una partita sentita, di vertice. Il tifo è stato acceso, sicuramente ci sono stati sfottò reciproci in occasione dei gol – ammettono – ma nulla che andasse a ledere la dignità personale e giustificare tanto inutile clamore. La denuncia relativa ai fatti è avvenuta a mezzo stampa con interviste e dichiarazioni unilaterali che non hanno peraltro trovato alcun riscontro in campo, né in contatti personali. Qualunque episodio avvenuto in corso di gara avrebbe dovuto essere fatto oggetto di chiarimento seduta stante”.

“Vorremmo tanto incontrare personalmente i ragazzi e le loro famiglie, non tramite i social – è l’invito dei genitori della Cairese – perché ci raccontino la loro versione di un evento che a noi è risultato del tutto e spiacevolmente nuovo”.

“Siamo socialmente e umanamente persuasi che in Italia e non solo il razzismo sia un problema reale, sottile, che ha innaturalmente pervaso la convivenza reciproca. Va annientato nella formazione seria che una buona educazione sportiva dà, nella fatica e nell’impegno di giorni di allenamento misti a impegni scolastici che sempre caratterizzano le giornate dei nostri ragazzi. Alimentare casi che delegittimano la causa è il peggiore dei favori che possiamo fare a questo spettro della paura, dell’ignoranza e del pregiudizio” concludono.

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