Inchiesta rifiuti Alassio, Pizzimbone resta in carcere: gip nega i domiciliari - IVG.it
Estorsione aggravata

Inchiesta rifiuti Alassio, Pizzimbone resta in carcere: gip nega i domiciliari fotogallery

I legali avevano chiesto l'attenuazione della misura cautelare per l'ex commissario provinciale di Fratelli d'Italia dopo l'interrogatorio in Procura, i pm avevano dato parere favorevole

Savona. Istanza rigettata: l’imprenditore Pier Paolo Pizzimbone, l’ex commissario provinciale di Fratelli d’Italia e co-fondatore del Gruppo Biancamano (impegnato nel settore ambiente), resta quindi in carcere. Lo ha deciso il gip Alessia Ceccardi che questa mattina ha depositato il provvedimento con il quale ha respinto la richiesta di arresti domiciliari avanzata nei giorni scorsi dai legali di Pizzimbone, gli avvocati Gian Piero Chieppa e Giuliana Basso.

I difensori dell’imprenditore, finito in manette con l’accusa di estorsione aggravata (tentata e consumata) nell’ambito dell’inchiesta sui rifiuti ad Alassio, avevano depositato l’istanza dopo che il loro assistito era stato ascoltato in Procura incassando tra l’altro il parere favorevole all’attenuazione della misura proprio da parte dei pm Chiara Venturi e Massimiliano Bolla. Evidentemente, però, il giudice Ceccardi non ha ritenuto che sussistessero le condizioni per la scarcerazione di Pizzimbone (in cella dallo scorso 11 dicembre).

Durante l’interrogatorio fiume dello scorso 27 dicembre, Pizzimbone aveva ammesso di aver preso dei soldi da uno dei soci della società consortile Alassio Ambiente (un’associazione temporanea di imprese siciliane tra EcoSeib, Icos e Ecoin) che gestisce il servizio di igiene urbana per il Comune della città del Muretto, ma aveva negato con decisione di aver fatto minacce estorsive.

L’ex commissario di Fdi aveva quindi fatto qualche ammissione respingendo però l’accusa di aver incassato il denaro minacciando uno dei soci di Alassio Ambiente. Al contrario, aveva spiegato che tra lui e il management della società consortile esisteva un accordo che prevedeva il pagamento di somme di denaro (96 mila euro all’anno per quattro anni) in cambio di una sorta di servizio di consulenza ed aiuto per continuare a gestire il servizio di raccolta rifiuti ad Alassio ed ammorbidire l’amministrazione comunale.

Proprio durante l’indagine, gli inquirenti avevano anche monitorato il versamento da parte della società consortile di una tranche di denaro da 16 mila euro nelle mani di Mario La Porta, un ex manager coinvolto nell’inchiesta e considerato dalla Procura suo stretto collaboratore. Denaro che al momento della perquisizione della polizia erano nella casa dei Pizzimbone (come ha ammesso lui stesso davanti ai pm), ma che non erano stati trovati.

L’ex commissario di Fdi è accusato di aver fatto pressioni su un rappresentante della società consortile facendogli capire di poter “ammorbidire” la posizione della giunta Melgrati (che nell’ultimo periodo aveva elevato diverse sanzioni, minacciando anche di rescindere il contratto con l’Ati) a fronte del pagamento di una somma di denaro. Soldi, 96 mila euro all’anno, che Pizzimbone avrebbe incassato attraverso un accordo di consulenza a nome di La Porta. Proprio quest’ultimo, nel suo interrogatorio, aveva ammesso che quello a suo nome era un contratto fittizio, siglato soltanto per incassare in maniera apparentemente lecita i soldi destinati a Pizzimbone.

La Porta aveva però negato con decisione di essere al corrente che quei soldi fossero provento di un’estorsione: insomma l’ex manager avrebbe fatto intendere chiaramente al gip di essere consapevole che la provenienza del denaro non fosse “pulita”, negando però di sapere che i soci di Alassio Ambiente fossero stati minacciati per pagare.

Nell’inchiesta su ambiente e rifiuti è indagato, per il reato di tentato abuso d’ufficio in concorso con Pizzimbone, anche Rocco Invernizzi, l’ex assessore comunale all’ambiente di Alassio (si è dimesso quando è venuto a conoscenza dell’indagine). Secondo l’accusa, il primo avrebbe cercato di far assegnare, proprio attraverso Invernizzi, un servizio di pulizia e manutenzione delle strade di Alassio ad una società, la Co.r.in.t.e.a., di cui, sempre secondo gli inquirenti, l’imprenditore era socio occulto.

Infine, sul registro degli indagati, è finito anche il nome del consigliere comunale di maggioranza Paola Cassarino che deve rispondere di tentato abuso d’ufficio in concorso con Rocco Invernizzi, ex assessore all’ambiente. Da un’intercettazione ambientale (autorizzata nell’ambito del filone d’inchiesta principale) emergerebbe infatti che la donna avrebbe chiesto aiuto all’assessore per trovare un posto di lavoro alla figlia.

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