Inchiesta rifiuti Alassio, Pizzimbone ammette di aver preso i soldi ma nega le minacce - IVG.it
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Inchiesta rifiuti Alassio, Pizzimbone ammette di aver preso i soldi ma nega le minacce fotogallery

L'ex commissario provinciale di Fratelli d'Italia oggi è stato interrogato per diverse ore in Procura per difendersi dall'accusa di estorsione aggravata

Savona. Lo scorso 14 dicembre, davanti al gip Alessia Ceccardi, aveva fatto scena muta. Oggi, invece, Pier Paolo Pizzimbone, l’ex commissario provinciale di Fratelli d’Italia e co-fondatore del Gruppo Biancamano (impegnato nel settore ambiente), ha deciso di rispondere alle domande dei pm Chiara Venturi e Massimiliano Bolla che coordinano l’inchiesta sui rifiuti ad Alassio.

L’audizione di Pizzimbone, che deve rispondere dell’accusa di concorso di estorsione aggravata (in parte tentata e in parte consumata), è iniziata alle 15 e si è protratta per diverse ore. Secondo quanto trapelato, l’imprenditore avrebbe ammesso di aver preso dei soldi da uno dei soci della società consortile Alassio Ambiente (un’associazione temporanea di imprese siciliane tra EcoSeib, Icos e Ecoin) che gestisce il servizio di igiene urbana per il Comune della città del Muretto, ma avrebbe negato con decisione di aver fatto minacce estorsive.

Insomma l’ex commissario di Fdi avrebbe fatto qualche ammissione respingendo però l’accusa di aver incassato il denaro minacciando uno dei soci di Alassio Ambiente. Al contrario, l’indagato avrebbe spiegato che tra lui e il management della società consortile esisteva un accordo che prevedeva il pagamento di somme di denaro in cambio di una sorta di servizio di consulenza ed aiuto nella gestione del servizio di raccolta rifiuti ad Alassio.

Inoltre Pizzimbone, che in Procura era accompagnato dal suo legale, l’avvocato Giuliana Basso, avrebbe spiegato agli inquirenti che i 16 mila euro incassati da Mario La Porta, un ex manager coinvolto nell’inchiesta e considerato dalla Procura suo stretto collaboratore, al momento della perquisizione della polizia erano nella sua abitazione, ma non sono stati trovati.

Secondo l’accusa, Pizzimbone avrebbe fatto pressioni su un rappresentante della società consortile facendogli capire di poter “ammorbidire” la posizione della giunta Melgrati (che nell’ultimo periodo aveva elevato diverse sanzioni, minacciando anche di rescindere il contratto con l’Ati) a fronte del pagamento di una somma di denaro. Soldi, 96 mila euro in totale, che Pizzimbone avrebbe incassato attraverso un contratto di consulenza fittizio a nome di La Porta. Proprio quest’ultimo, nel suo interrogatorio, aveva ammesso che quello a suo nome era un contratto fittizio, siglato soltanto per incassare in maniera apparentemente lecita i soldi destinati a Pizzimbone.

L’ex manager aveva però negato con decisione di essere al corrente che quei soldi fossero provento di un’estorsione: insomma La Porta avrebbe fatto intendere chiaramente al gip di essere consapevole che la provenienza del denaro non fosse “pulita”, negando però di sapere che i soci di Alassio Ambiente fossero stati minacciati per pagare.

Nell’inchiesta su ambiente e rifiuti è indagato, per il reato di tentato abuso d’ufficio in concorso con Pizzimbone, anche Rocco Invernizzi, l’ex assessore comunale all’ambiente di Alassio (si è dimesso quando è venuto a conoscenza dell’indagine). Secondo l’accusa, il primo avrebbe cercato di far assegnare, proprio attraverso Invernizzi, un servizio di pulizia e manutenzione delle strade di Alassio ad una società, la Co.r.in.t.e.a., di cui, sempre secondo gli inquirenti, l’imprenditore era socio occulto.

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