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Lettere al direttore

“Se Tozzi fosse a Savona e avesse ragione?”: l’analisi dei Verdi

I Verdi savonesi ribadiscono il no alla cementificazione del territorio

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In questi giorni sono uscite reazioni all’intervista rilasciata dallo scienziato Mario Tozzi dove sostanzialmente ribadiva che lo stato di calamità naturale alla Liguria non doveva essere concesso ma soprattutto in regione occorre mettere uno stop al cemento e soprattutto in Italia deve essere varate una legge,che fermi il consumo del suolo.

Noi Verdi non intendiamo focalizzare l’accento sulla prima parte del discorso anche se esso ha ragioni giuste ed evidenti poiche’ siamo convinti che pochissimi comuni possano collocarsi fuori da un discorso di continua corsa alla cementificazione e soprattutto di abbandono di una linea dove gli enti locali ,come espressione della collettività, possano determinare i luoghi,i modi e soprattutto i tempi della pianificazione urbanistica oggi lasciata spesso alla determinazione dei privati e alla logica del profitto. In questo ambito dinanzi alla gravissima situazione creatasi nel paese in primo luogo dobbiamo lottare contro il cambiamento climatico,di cui le vicende meteorologiche di questi ultimi giorni sono evidente espressione.

Tale lotta investe la coscienza e l’impegno unitario di tutte le persone ma soprattutto chiama in primo luogo alla necessità di fermare il consumo del suolo,su cui ancora si attende una legge nazionale dopo il progetto Catania di cinque anni fa e il progetto di iniziativa popolare del Forum Salviamo il Paesaggio.

Fermare il consumo del suolo vuole dire in primo luogo: restituire ai Comuni il potere di pianificazione urbanistica e soprattutto evitare nuove colate di cemento puntando solo ed esclusivamente al recupero edilizio e al piu’ a progetti di rigenerazione,che comportino una riduzione dei volumi edificati a favore di aree verdi , di attività sportive e del tempo libero.

Questo significa a Savona, ad esempio,abbandonare i progetti edilizi a ponente (lungomare di Zinola) e levante (porto della Margonara),che significano solo colate di cemento privato con interesse pubblico ridotto al minimo per giungere a progetti di riqulificazione,che puntino sia a ponente che a levante a restituire alla collettività e al tempo libero spazi della città oggi inutilizzati.

Facciamo due esempi:Villa Zanelli potrebbe divenire il museo del Liberty e non un albergo di dieci stanze con un mini museo di “asciugamani e costumi da bagno” mentre il porto della Margonara potrebbe essere spostato nell’attuale area a mare dell’ex Funivie e ridotto esclusivamente alla diportistica locale valutando l’utilizzo dell’ex complesso delle Funivie a scopi sociali ,ricreativi e culturali.

Solo in questo modo pensiamo che si possa dare un concreto contributo alla lotta al cambiamento climatico e alla nascita di una nuova coscienza civile in Italia.

Danilo Bruno

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