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Indagine sui permessi di soggiorno “facili”: concessi i domiciliari all’ex vice prefetto Giangrasso fotogallery

lo ha deciso il tribunale del Riesame che ha accolto l'istanza del suo difensore, l'avvocato Dominique Bonagura

Savona. Il tribunale del riesame ha concesso gli arresti domiciliari all’ex vice prefetto Andrea Giangrasso, finito in manette nell’ambito di un’inchiesta intorno ad un presunto giro di permessi di soggiorno facili e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina con le accuse di favoreggiamento alla permanenza di immigrati clandestini sul territorio, falso ideologico per induzione e falso materiale mosse contro di lui.

Conferenza Stampa carabinieri Pietra Ligure

A chiedere l’attenuazione della misura per Giangrasso, che era detenuto a Genova Marassi dallo scorso 6 novembre, era stato il suo difensore, l’avvocato Dominique Bonagura. Il ricorso è stato discusso nei giorni scorsi e questa mattina il Riesame ha notificato la decisione. I giudici, evidentemente, hanno ritenuto che, in questa fase di indagine (nella quale diverso materiale probatorio è già stato acquisito dagli inquirenti), le esigenze cautelari fossero congrue con la detenzione domiciliare.

Nelle scorse settimane, durante un faccia faccia col pm Giovanni Battista Ferro, l’ex vice prefetto aveva respinto le accuse contestate dalla Procura cercando di chiarire la sua posizione. Secondo quanto era trapelato, in particolare, Giangrasso aveva negato di aver “orchestrato” il sistema per ottenere permessi di soggiorno “facili”. Il funzionario aveva quindi fornito una sua spiegazione su tutti gli aspetti della vicenda.

Proprio alla luce dell’interrogatorio, l’avvocato Bonagura, aveva depositato un’istanza di riesame della misura cautelare (scattata in esecuzione di un’ordinanza firmata dal gip Fiorenza Giorgi) per ottenere una revoca oppure un’attenuazione.

Contestualmente all’esecuzione della misura, i militari avevano svolto una serie di perquisizioni tra cui quelle nelle abitazioni dell’ex funzionario, due a Savona e una a Cairo. Proprio nella casa in Valbormida erano stati trovati due timbri (uno circolare in gomma e uno lineare) riconducibili agli uffici della Prefettura e numerose pratiche relative a cittadini stranieri da lui trattate, ma anche alcuni oggetti riconducibili a regali ricevuti da Giangrasso – questa la tesi dell’accusa – in cambio di favori.

Secondo la ricostruzione dei militari, Giangrasso era un punto di riferimento per un cittadino egiziano, Ibrahim Bedir, già arrestato nel marzo scorso, che aveva avviato un business legato ai permessi di soggiorno “facili” per stranieri: in cambio di ingenti somme di denaro (si parla di cifre dai 4 ai 10 mila euro) faceva arrivare in Italia cittadini extracomunitari grazie alla promessa di un’assunzione stagionale che però, in realtà, era fittizia. Una volta entrati in Italia, infatti, gli immigrati non venivano assunti e, di fatto, diventavano clandestini. Ma Giangrasso e Bedir, sempre per quanto emerso nelle indagini, avrebbero anche studiato un modo per “sanare” le posizioni degli stranieri grazie a certificati medici falsi.

In cambio del suo aiuto, Giangrasso avrebbe ricevuto vari regali come biglietti per le partite della Juventus, gioielli, apparecchi elettronici, creme e lavori di manutenzione nella sua casa.

Oltre all’ex vice prefetto, con le stesse accuse, in concorso ed a vario titolo, sono indagate a piede libero altre cinque persone: un medico di Savona, P.R. (48 anni, che ha firmato i certificati medici falsi), un consulente finalese, M.R. (35 anni, che avrebbe fatto da intermediario per portare le pratiche in Questura), un albergatore di Pietra Ligure, M.A., (il datore di lavoro che aveva promesso un lavoro stagionale ad alcuni degli stranieri coinvolti in questa vicenda), un egiziano residente a Savona, M.S. (che sarebbe stato un intermediario della mente del business), e appunto Ibrahim Bedir (già arrestato a marzo scorso e ora ai domiciliari), che secondo gli investigatori era la “mente” del giro di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

E’ stato appunto dopo gli interrogatori successivi all’esecuzione delle ordinanze cautelari del marzo scorso che gli inquirenti avevano capito che Giangrasso potesse avere un ruolo nella vicenda e hanno svolto ulteriori accertamenti. Grazie alle ulteriori indagini sarebbe emerso quindi che il rilascio dei permessi di soggiorno per attività stagionale fosse seguito da un funzionario “di fiducia”, che si occupava anche di parlare o di dare consigli su come rapportarsi con gli uffici preposti al rilascio dei permessi di lavoro (risultati estranei a tutto il meccanismo), ovvero la Questura e la direzione territoriale del lavoro.

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