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Omicidio di Janira: Alessio Alamia sarà giudicato in Corte d’Assise fotogallery video

Il difensore dell'omicida non ha chiesto nessun rito alternativo e, di conseguenza, il giudice Giorgi ha rinviato l'ex fidanzato della vittima a giudizio: dovrà rispondere di omicidio volontario, stalking e violenza privata

Savona. Ci sarà un processo in Corte d’Assise per l’omicidio di Janira D’Amato. Questa mattina, infatti, in udienza preliminare il difensore di Alessio Alamia non ha chiesto nessun rito alternativo e di conseguenza il gup Fiorenza Giorgi ha rinviato a giudizio (come richiesto dal pm Elisa Milocco) l’ex fidanzato della vittima, uccisa il 7 aprile scorso dal ragazzo con cinquanta coltellate.

Alamia dovrà quindi rispondere delle accuse di omicidio volontario premeditato, stalking (perché nelle settimane precedenti al delitto avrebbe “perseguitato” Janira con messaggi e telefonate), ma anche violenza privata nei confronti di un’altra sua ex fidanzata (secondo la Procura il ragazzo l’avrebbe minacciata perché non voleva che frequentasse ed avesse contatti con la vittima).

Tra i motivi che hanno spinto la difesa a non chiedere un giudizio abbreviato ci sarebbero proprio le contestazioni di violenza privata e stalking (che per il legale di Alamia non sussisterebbero), ma soprattutto alcuni aspetti della perizia psichiatrica che non sarebbero stati approfonditi. Per questo, in estrema sintesi, l’avvocato Razetto ha optato per il rito ordinario che consentirà di approfondire meglio diversi aspetti della vicenda davanti alla Corte d’Assise (il processo inizierà il prossimo 6 settembre).

Intanto, sempre questa mattina, i legali della famiglia di Janira, gli avvocati Simone Mariani e Fabrizio Biale, hanno formalizzato la costituzione di parte civile. “Molto probabilmente sarà un processo lungo e la famiglia dovrà avere coraggio perché sarà una prova non indifferente” l’unico commento da parte degli avvocati che tutelano la famiglia di Janira.

Alamia aveva brutalmente aggredito l’ex fidanzata nel suo appartamento in piazzetta Morelli a Pietra Ligure. La vittima era stata uccisa con una lama lunga circa 12 centimetri, colpita con fendenti al collo (dove l’omicida aveva sferrato i colpi fatali), sulle spalle, al viso, ma anche alla testa. Il medico legale aveva anche accertato che Janira avesse tentato in ogni modo di difendersi dalle coltellate, ma senza riuscirci.

Secondo la Procura, dopo il delitto Alamia si era lavato, cambiato ed era uscito lasciando nel suo appartamento l’arma del delitto, i suoi vestiti sporchi, ma soprattutto il corpo esanime di Janira D’Amato. A quel punto il diciannovenne si era allontanato dalla sua abitazione per poi citofonare a casa della nonna, intorno alle 20,30 di quel maledetto venerdì sera.

“Ho avuto un problema con Janira” erano state le prime parole del ragazzo che, poco a poco, aveva fatto intendere che fosse accaduto qualcosa di molto grave. “Se la prendeva con il cane e poi ha preso un coltello” avrebbe raccontato Alessio alla nonna per spiegare l’aggressione (come aveva confermato poi la donna ai carabinieri). Invece a prendere in mano un coltello era stato proprio lui che, con una violenza inaudita, si era accanito contro l’ex fidanzata fino ad ucciderla. Quando la nonna aveva compreso che Janira non c’era più, aveva accompagnato il nipote alla stazione dei carabinieri di Loano, dove il ragazzo si era costituito.

Alamia era stato giudicato capace di intendere e volere dal dottor Gabriele Rocca, il perito nominato dal giudice Maurizio Picozzi, per giudicare proprio l’imputabilità dell’omicida (sulla base di una perizia psichiatrica eseguita in incidente probatorio).

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