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Savona ricorda la tragedia delle foibe: cerimonia in piazza Mameli

L'Associazione Nazionale Venezia-Giulia e Dalmazia invita i savonesi alle celebrazioni del "Giorno del Ricordo

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Savona. Sabato 10 febbraio, l’Associazione Nazionale Venezia-Giulia e Dalmazia invita i savonesi alle celebrazioni del “Giorno del Ricordo” che inizieranno alle 16,30, nella Cappella di Nostra Signora della Neve, in via Santa Maria Maggiore, con la messa celebrata da Monsignor Calogero Marino, Vescovo di Savona.

Alle 18 seguirà la cerimonia in piazza Mameli alla presenza delle autorità cittadine: dopo il commovente suono del “Silenzio fuori ordinanza”, verrà deposta una corona d’alloro al Monumento ai Caduti. Ai rintocchi della Campana si fermeranno poi come ogni giorno passanti e traffico per attimi di raccoglimento. La Corale Alpina Savonese intonerà infine il coro “Va’ pensiero”. Il coro verdiano, musica dell’esilio, è il canto della giulianità, risuonato nell’Arena di Pola, nel Capodanno del 1947, quando la quasi totalità dei polesi si apprestava ad abbandonare per sempre la terra natale.

“Il 10 Febbraio è il Giorno del Ricordo. Dopo un oblio durato quasi sessant’anni, con la legge Menia, dal nome del deputato triestino che la propose, l’Italia ha inteso onorare ‘la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre, degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra’ (Legge 30 marzo 2004 n° 92). La data scelta ricorda il 10 febbraio 1947, giorno della firma del durissimo trattato di pace con cui l’Italia fu costretta, tra l’altro, a cedere alla Jugoslavia l’Istria e parte della provincia di Gorizia, Fiume, Zara, la Dalmazia e le isole del Quarnaro e ad accettare l’internazionalizzazione di Trieste che solo nel 1954 tornerà italiana” spiegano dall’associazione Nazionale Venezia-Giulia e Dalmazia.

“Attorno a questi avvenimenti si sono consumate storie drammatiche. Nel settembre del 1943 e poi, a guerra finita, nel maggio del 1945, i partigiani di Tito attuarono atroci vendette e, perseguendo un chiaro intento annessionistico, una vera e propria pulizia etnica nei confronti di cittadini italiani inermi: migliaia furono le vittime, calcolando i morti in campi di lavoro e di concentramento jugoslavi e quelle brutalmente uccise e poi gettate nelle foibe, inghiottitoi carsici frequentissimi nella regione. Talvolta, in quei profondi pozzi naturali, qualcuno finiva ancora vivo, trascinato dal peso degli uccisi, legati tra loro con filo di ferro. La morte poteva giungere allora dopo giorni di agonia. In alcune foibe è stata rinvenuta anche la carogna di un cane nero che, secondo un rituale di origine balcanica, col suo latrato avrebbe tolto in eterno la pace alle anime. A questo si deve aggiungere lo strazio dei congiunti cui veniva persino negata la possibilità di seppellire i loro cari. Il timore delle violenze e il desiderio di non rinunciare alla loro identità indussero la maggior parte della popolazione di lingua italiana a lasciare le loro terre. Almeno 300.000 furono i profughi costretti ad abbandonare ogni loro avere e ad affrontare l’incertezza del futuro e una accoglienza tormentata, sopportando spesso anche l’accusa, mossa da alcune parti politiche, di essere fascisti in fuga” aggiungono da Anvgd.

Il comitato Provinciale di Savona dell’associazione vuole richiamare l’attenzione proprio sull’Esodo giuliano dalmata, predisponendo quest’anno un progetto per le scuole dal titolo “Geografie di memoria”, con il quale si intende conservare e far conoscere il patrimonio di ricordi dei profughi che, spesso più per caso che per scelta, hanno potuto ricominciare la loro vita a Savona o nella sua provincia. Coordinato dalla sociologa Silvia Pesaro, figlia di esuli, e con l’Istituto Boselli-Alberti quale scuola-polo, il lavoro di ricerca ed approfondimento prevede la partecipazione a conferenze, incontri nelle classi ed interviste ai profughi. Il progetto è inserito nelle attività sostenute dal Consiglio Regionale Ligure “per l’affermazione dei valori della memoria del martirio e dell’esodo dei Giuliani e dei Dalmati”.

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