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Palazzina esplosa ad Arnasco: il pm chiede il rinvio a giudizio dei proprietari fotogallery

Nella tragedia, avvenuta proprio due anni fa, avevano perso la vita sei persone: secondo l'accusa l'impianto Gpl non era a norma

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Arnasco. Due richieste di rinvio a giudizio. Sono quelle che il pm Giovanni Battista Ferro ha depositato nelle scorse ore per la terribile tragedia dell’esplosione della palazzina di Arnasco costata la vita a sei persone.

A poco più di due anni dall’anniversario del terribile incidente (avvenuto il 16 gennaio del 2016), il sostituto procuratore ha chiesto il processo per Margherita Toia e Giovanni Accame, i coniugi proprietari della palazzina di via Vignola dove si verificò l’esplosione ed il conseguente crollo.

Adesso toccherà al gip del tribunale di Savona fissare l’udienza preliminare per discutere sulla richiesta del pubblico ministero (non è da escludere però che gli indagati, assistiti dall’avvocato Alberto Bonifacino, possano chiedere un rito alternativo).

Le accuse contestate in concorso a Margherita Toia e Giovanni Accame (in qualità di proprietari dello stabile e di locatori, in parte “in nero”, dei quattro appartamenti dove vivevano le vittime) sono di crollo e omicidio colposo.

Per ricostruire le cause della tragedia i carabinieri del nucleo operativo di Alassio hanno effettuato lunghe ed accurate indagini, mentre la Procura aveva nominato come consulente il professor Luca Marmo, docente del Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino, nonché membro del Collegio di Ingegneria Chimica e dei Materiali del Politecnico torinese, e uno dei massimi esperti di ingegneria forense tanto che in passato ha già seguito come consulente e perito importanti casi di cronaca come quello del rogo alla Thyssen Krupp di Torino e della Norman Atlantic.

La conclusione degli inquirenti è che l’impianto di distribuzione del gas GPL della palazzina, realizzato proprio da Accame, non fosse conforme alle normative e, di conseguenza, che nemmeno la manutenzione fosse stata fatta negli anni in maniera corretta. Nello specifico, secondo gli accertamenti tecnici effettuati dalla Procura, a causare la fuga di gas e la conseguente esplosione è stato lo sfilamento di un tubo della cucina, sostituito dall’inquilino dell’appartamento Marco Vegezzi (una delle vittime), che aveva realizzato una connessione precaria (“con un portagomma di forma e dimensioni difformi”) proprio perché l’impianto non era a norma.

Nella terribile tragedia avevano perso la vita sei persone: Marco Vegezzi, Nurys Altagracia Vargas Rivera, Giovanni Ciliberti, Edoardo Niemen, Aicha Bellamouadden e Dino Andrei.

Il medico legale Marco Canepa, che aveva effettuato le autopsie, aveva rilevato la presenza di lesioni da deflagrazione sul corpo di una vittima e da seppellimento per le altre. In particolare sul volto di Marco Vegezzi erano stati trovati i segni di una vampata di calore: un elemento che confermerebbe l’ipotesi avanzata fin dall’inizio dagli investigatori e cioè che siano stati lui e Nurys Alatagracia Vargas Rivera, la donna che era in sua compagnia, al momento di rincasare, ad accendere l’interruttore della luce che, di fatto, aveva provocato l’esplosione.

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