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Processo per il racket delle rose: la presunta vittima dell’estorsione “scagiona” i suoi connazionali

Secondo l'accusa le vittime erano costrette a vendere rose per pochi euro e a versare l'intero incasso ai loro aguzzini

Savona. Colpo di scena nel processo per la vicenda del “racket delle rose” a Savona nel quale sono a giudizio con l’accusa di tentata estorsione due fratelli bengalesi, Salim e Sapon Md, di 33 e 22 anni. Nella scorsa udienza, infatti, è stata ascoltata la presunta vittima, Abdul H., un loro connazionale, che, di fatto, ha scagionato entrambi.

Secondo l’accusa, i due fratelli, difesi dall’avvocato Alfonso Ferrara, avevano minacciato, anche di morte, Abdul H. per intimargli di pagare il “pizzo” di 20 euro al giorno per poter svolgere la sua attività di venditore ambulante di fiori. L’ipotesi degli investigatori è che a Savona esista una sorta di racket gestito da bengalesi che costringono i loro connazionali a vendere rose per pochi euro ed a versargli parte dell’incasso (una sorta di “licenza” per avere l’autorizzazione a svolgere l’attività). Di qui gli arresti che erano scattati nel novembre scorso quando, oltre a Salim e Sapon Md, erano stati arrestati anche altri due bengalesi, Howlander Kuddos, 41 anni, e Jamal Mohammad, di 35, che per questa vicenda hanno già patteggiato e che dovevano rispondere anche dell’accusa di rapina verso il venditore ambulante.

In aula, però, la vittima ha negato di essere stata minacciata da Salim e Sapon Md dando delle spiegazioni delle frasi “catturate” grazie alle intercettazioni telefoniche come “Basta che paghi e sei tranquillo”. “Mi hanno solo dato dei consigli. Non erano minacce, ma solo consigli” ha ribadito più volte Abdul H. tramite l’interprete. Sulle numerose telefonate tra lui e i due fratelli documentate nei tabulati la sera della rapina la presunta vittima ha ribadito: “Non mi hanno minacciato. Sono io che gli ho chiesto se mi aiutavano a recuperare i soldi, ma loro non si sono voluti mettere in mezzo. Mi hanno detto che dovevo arrangiarmi e per questo ero arrabbiato con loro”.

Davanti alla deposizione della presunta vittima, che doveva essere fondamentale per rafforzare la tesi dell’accusa, il pm ha rinunciato ad ascoltare gli altri testimoni, mentre la difesa all’esame degli imputati. Il processo è stato quindi rinviato a maggio per la discussione, ma l’esito sembra essere abbastanza scontato.

L’episodio che aveva fatto scattare la denuncia risale al 23 agosto. Abdul H. era nella zona di piazza del Popolo perché stava andando dal negozio di money transfer di via Sormano per spedire a casa, ai familiari in Bangladesh, i soldi (1200 euro) guadagnati con il suo lavor. Si era ritrovato un coltello a serramanico puntato alla gola. Poi minacce, calci, pugni. E i soldi che passavano di mano, dalle sue tasche a quelle di Howlander Kuddos e Jamal Mohammad. Ferito, terrorizzato, era andato in questura ed aveva raccontato quello che gli era successo dando il via all’indagine.

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