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Morte di Luisa Bonello, anche l’ex marito valuta il patteggiamento: udienza rinviata

A giudizio Alberto Bonvincini, Noemi Donati e Mauro Acquarone: il pm li accusa di non aver impedito che la vittima tenesse armi in casa

Savona. Anche il dottor Mauro Acquarone sta valutando l’ipotesi di definire la sua posizione con un rito alternativo. Per questo motivo stamattina il gup Francesco Meloni ha rinviato a maggio l’udienza preliminare per la morte della dottoressa Luisa Bonello, trovata senza vita il 19 settembre del 2014 nella sua casa al civico 17 di via Genova a Savona.

Una vicenda per la quale tre persone sono imputate di omicidio colposo: Alberto Bonvicini, allora comandante della Polizia Postale di Savona, appunto Mauro Acquarone, ex marito della vittima e medico, e la dottoressa Noemi Donati.

Il pm Giovanni Battista Ferro aveva chiesto il rinvio a giudizio per tutti e tre, ma nella precedente udienza era stato definito un accordo per il patteggiamento della dottoressa Donati (a due mesi e 20 giorni di reclusione) e, successivamente, anche per Bonvicini. Oggi anche il legale di Acquarone, l’avvocato Paolo Nolasco, ha chiesto un rinvio dell’udienza per valutare proprio l’ipotesi di patteggiare anziché discutere l’udienza preliminare “ordinaria”. A questo punto il quadro delle varie posizioni sarà definito il prossimo maggio.

Secondo la Procura non ci sono dubbi sul fatto che Luisa Bonello si sia suicidata, ma il pm ritiene che non sia stato fatto abbastanza per impedire che la dottoressa continuasse a tenere in casa diverse armi, tra cui la pistola con la quale quel 19 settembre si era sparata.

Di qui la contestazione del reato di omicidio colposo per Bonvicini, al quale viene contestato di “non aver impedito la morte di Luisa Bonello” perché pur essendo a conoscenza del suo “stato di grave dipendenza da sostanze psicoattive e del possesso e del costante utilizzo da parte della donna di armi comuni da sparo” non ha provveduto in qualità di pubblico ufficiale al ritiro dei fucili e delle pistole che la dottoressa deteneva senza i necessari requisiti. Stessa accusa che viene contestata, in concorso, anche all’ex marito di Luisa Bonello, Mauro Acquarone, che era anche il suo medico curante, nonché alla sostituta del dottore, Noemi Donati. Per il pm entrambi, conoscendo la situazione della vittima (che soffriva di depressione ed aveva già tentato il suicidio) sarebbero dovuti intervenire perché non avesse più la possibilità di tenere le armi. In questo senso la procura contesta proprio alla dottoressa Donati di aver redatto un certificato anamnestico grazie al quale Luisa Bonello aveva ottenuto l’autorizzazione al porto d’armi.

Oltre al filone sul suicidio, l’indagine scaturita dalla morte di Luisa Bonello ha portato all’apertura di un’inchiesta “bis” che ruota intorno all’ispettore della polizia postale Alberto Bonvicini. L’ex comandante della Postale di Savona è accusato di circonvenzione d’incapace, truffa ed, in concorso con il suo medico medico curante, Roberto Debenedetti (la quarta persona imputata nel procedimento, che seguirà il rito “ordinario”), anche di falso.

L’ipotesi della Procura è che De Benedetti abbia rilasciato a Bonvicini dei certificati falsi (per la precisione undici per una presunta “gastroenterite acuta” e diciannove per presunte “crisi ipertensive”). Documenti che il dirigente della polizia postale avrebbe utilizzato per giustificare l’assenza dal lavoro mentre, anziché essere in malattia, era impegnato in attività personali. Il risvolto investigativo sui certificati falsi ovviamente aggrava anche la posizione di Bonvicini che era già accusato di circonvenzione d’incapace verso Luisa Bonello e truffa ai danni dello Stato (reati per i quali era stato arrestato in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare).

L’ipotesi dell’accusa per quanto riguarda il presunto raggiro alla dottoressa Bonello è che il poliziotto abbia approfittato delle condizioni della donna per farsi consegnare un totale di circa settantamila euro. Per quanto riguarda invece l’accusa di truffa ai danni dello Stato, il poliziotto – questa la tesi degli inquirenti – si sarebbe dedicato, mentre risultava essere impegnato in ore di straordinario, ad attività private e personali. Un comportamento che avrebbe tenuto anche avvalendosi dei certificati di malattia falsi.

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