In carcere per l'omicidio di via Cimarosa, condannato anche per maltrattamenti verso l'ex convivente - IVG.it
Processo bis

In carcere per l’omicidio di via Cimarosa, condannato anche per maltrattamenti verso l’ex convivente

Il tunisino Mohamed Addaji ha respinto le accuse: il suo legale ha mostrato in aula anche le lettere "affettuose" che la ex gli ha spedito in carcere

Mohamed Addaji

Savona. Nel gennaio del 2016 era stato condannato a dieci anni e otto mesi di reclusione in abbreviato per l’omicidio di via Cimarosa. Questa mattina il tunisino Mohamed Addaji, 40 anni, è stato nuovamente condannato in tribunale a Savona, ma per l’accusa di maltrattamenti in famiglia.

Il giudice Emilio Fois gli ha inflitto una pena di due anni e sei mesi di reclusione. Secondo quanto denunciato dalla ex compagna del tunisino, una donna italiana, la loro convivenza sarebbe stata macchiata da molti comportamenti violenti da parte dell’uomo. In particolare, per tutta la durata della loro relazione, iniziata nel 2011 e finita nel 2015, Addaji avrebbe alzato spesso le mani contro la ex convivente (anche se non ci sono certificati medici che lo confermino), oltre che insultarla.

Accuse dalle quali l’uomo, assistito dall’avvocato Lucrezia Novaro, si è sempre difeso. Il legale di Addaji ha anche depositato in aula alcune lettere che la ex convivente ha mandato all’uomo mentre si trovava già in carcere e quindi dopo che lei lo aveva denunciato. Messaggi nei quali, come ha sottolineato la difesa, la donna avrebbe manifestato soltanto affetto verso di lui senza fare nessun riferimento ad eventuali maltrattamenti.

Un elemento che però non ha evitato la condanna ad Addaji. Un verdetto contro il quale l’avvocato Novaro ha già annunciato che presenterà ricorso alla Corte d’Appello.

Nel frattempo Addaji resta in carcere dove sta scontando la condanna per omicidio preterintenzionale per quanto successo il 17 luglio del 2015 quando aveva ucciso il connazionale Salah Boussedra nel corso della rissa scoppiata in via Cimarosa a Savona. Dal quadro accusatorio era emerso che da parte sua ci fosse la volontà di ferire il connazionale ad un braccio, quindi non in una zona potenzialmente mortale. Come aveva accertato il medico legale Marco Canepa, il fendente aveva però reciso l’arteria brachiale provocando un’emorragia fatale per la vittima.

Nel processo l’imputato ha solo ammesso di aver colpito con una bottigliata in testa il cugino della vittima, senza mai confessare di aver ferito mortalmente Salah Boussedra.

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