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L’intervista di Natale, Pietro Buttu: “Allenare significa affrontare e vincere sfide, che sembrano impossibili” risultati

Secondo il mister del Finale, l'ambizione è sacrosanta, ma deve crescere di pari passo col lavoro, con l'onestà ed il sacrificio

Finale Ligure. Dopo un’estate passata a raccogliere premi e consensi, quale giusta ricompensa alla prestigiosa promozione in Serie D (fra cui la “panchina d’oro”, a testimonianza della profonda stima che gode fra i colleghi), è arrivato il momento di chiedere a Pietro Buttu come “sta passando l’inverno”, ma prima facciamo ancora un tuffo nel passato, facendoci raccontare l’impresa dello scorso anno…

“Sembrava una ‘mission impossible’, ma l’abbiamo affrontata e vinta. Sono felice perché sono stato l’allenatore che ha portato, dopo oltre cinquant’anni, la piazza di Finale in Serie D, frutto di un lungo lavoro, iniziato sin dalle prime esperienze nel settore giovanile. E poi come non ricordare, che Andrea Barberis è partito da Finale verso la Serie A, con il Crotone e che Lamin Jawo ha esordito in B con il Carpi, mentre il ’99, Gianmarco Basso, ha già esordito in D”.

Ha ragione Buttu… sono stati momenti straordinari, che ben raccontano il percorso vincente del suo Finale, una squadra che ha stroncato la resistenza di un’autentica corazzata, quale era il Sanremo, staccato di ben nove punti…

Del resto il tempo è galantuomo e ha ridato, al mister, con gli interessi, quello che gli aveva tolto nella sfortunata parentesi di Vado…

I nostri vecchi ci hanno insegnato che il raccolto dipende dalla semina. Ero andato via a Vado amareggiato per via dell’esonero, arrivato nonostante mi fossi buttato anima e corpo nell’avventura rossoblu… ecco perché ho lottato per ritornare in Serie D, a pieno diritto, passando per la porta principale… vincendo cioè, assieme ai miei ragazzi, il campionato di Eccellenza”.

I tuoi giocatori dicono che, oltre ad essere un eccellente tecnico, sai motivare come pochi… ti riconoscono una innata capacità di relazione… da dove nasce questa qualità?

“Dalla passione verso questo sport, dall’essere venuto su dalla gavetta… dalla ‘fame’, dalla voglia di realizzare i sogni segreti. Ai miei giovani ripeto spesso che le motivazioni possono andare oltre certe qualità, sulla carta superiori”.

Il tuo Finale nel 2017 come sarà?

“Lotterà per rimanere in questa categoria, cercando di giocare un bel calcio. Per questo, alla ripresa degli allenamenti, ripeterò ai miei ragazzi di andare oltre l’impossibile e sono certo che mi seguiranno”.

Doce bene Julio Velasco, quando afferma che l’opinione diffusa di pensare che chi ha vinto, ha fatto tutto bene e chi ha perso ha fatto tutto male, è errata… nello sport non basta fare le cose bene, bisogna farle meglio degli altri… Questo è quello che fa Buttu.

Approfondiamolo questo personaggio…

Pietro, con una bacchetta magica a disposizione, cosa vorresti migliorare?

“Purtroppo e lo dico con amarezza, il calcio è l’unico sport non educativomanca la cultura sportiva. Fare sport significa confrontarsi, rispettarsi… i ragazzi di oggi hanno bisogno di essere seguiti, necessitano di esempi positivi da parte di noi addetti ai lavori. C’è troppa pressione, bisogna migliorare la qualità di chi li guida; l’ambizione è sacrosanta, ma deve crescere di pari passo col lavoro, con l’onestà, il sacrificio, il saper riconoscere i meriti dell’ avversario. Vorrei tanto che il calcio trovasse la via giusta per uscire da questa situazione, che mortifica noi addetti ai lavori”.

Chi è stato, secondo te, lo sportivo del 2016?

“Col cuore, dico Franco Ferrari, da poco scomparso, ex giocatore del Genoa, anni ’60/70 e docente del Settore Tecnico di Coverciano… una persona vera, un professionista con i fiocchi”.

E il personaggio non sportivo?

“Senza ombra di dubbio, Papa Francesco… è il Papa di tutti noi, anzi, è uno di noi”.

Un ricordo che ti lega al Natale?

“Quando si diventa grandi, si ha sempre meno tempo per soffermarsi sui momenti che hanno segnato, indelebilmente, la nostra vita. Ad esempio, fare il presepe ed addobbare l’albero, assieme ai fratelli più piccoli di me… era un momento atteso con gioia, felicità… una tradizione che ancora oggi mi fa riprovare i sentimenti di allora”.

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