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Operazione “Grissitalia”: 6 patteggiamenti, 3 condanne in abbreviato e 2 rinvii a giudizio fotogallery video

Nell'aprile 2015 dieci persone erano state colpite da una misura cautelare con l'accusa di aver messo in atto una maxi evasione fiscale

Savona. Sei patteggiamenti, tre condanne in abbreviato, due rinvii a giudizio e una posizione “congelata” e stralciata per un difetto di notifica. Sono questi i verdetti arrivati questa mattina al termine dell’udienza preliminare relativa all’inchiesta sulla maxi evasione fiscale intorno all’azienda “Grissitalia Srl” che, nell’aprile 2015, era sfociata in una serie di ordinanze di custodia cautelare.

Cesare Dagna, fondatore dell’azienda e azionista di maggioranza di Grissitalia tramite la fiduciaria Fin Sipaf spa, ha patteggiato diciotto mesi di reclusione; i figli dell’imprenditore Massimo e Roberto, rispettivamente presidente del consiglio di amministrazione di “Grissitalia” e amministratore di Fin Sipaf spa, hanno patteggiato invece quattordici mesi; Graziano Brandino, direttore dello stabilimento di Albisola, Franco Aresca, direttore di quello di Prato Sesia, hanno patteggiato invece un anno di reclusione; infine l’autotrasportatore Diego Surace, ha patteggiato sei mesi di reclusione. Per tutti il giudice ha concesso la sospensione condizionale della pena e ha accolto le richieste di patteggiamento alla luce del pagamento del debito tributario che gli era contestato.

Tre autostrasportatori sono stati giudicati con il rito abbreviato: Giancarlo Piacentino è stato condannato a tre mesi di reclusione in continuazione con una precedente sentenza del tribunale di Genova, mentre Jorge Oscar Mangialavori e Ronni Cavallo a dieci mesi di reclusione.

I restanti imputati, Antonio Abbate e Nicola Pabis, sono stati rinviati a giudizio (il processo inizierà a marzo 2017), mentre per Paolo Rubin ogni decisione è stata posticipata perché la sua posizione è stata stralciata per un difetto di notifica.

Secondo l’ipotesi degli inquirenti, il sistema per frodare il Fisco ruotava intorno ai “padroncini” che lavoravano per l’azienda, leader nel settore della panificazione industriale, con stabilimenti ad Alessandria, Albissola Marina (in via delle Industrie), Mombercelli (Asti), Prato Sesia (Novara) Oricola (l’Aquila).

In particolare grazie all’emissione di una serie di fatture per operazioni inesistenti, con importi relativi a viaggi e trasporti gonfiati, i dirigenti della società saldando le fatture tramite bonifico e facendosi restituire una parte degli importi (gli autotrasportatori trattenevano circa il 20%) riuscivano ad incassare ingenti somme di denaro in contanti. Con questo sistema, secondo l’accusa, si sarebbe concretizzata una frode del valore di 3,5 milioni di euro.

Le accuse contestate variavano da frode fiscale, a emissione ed utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, ad appropriazione indebita fino alla frode in commercio. A Cesare Dagna era contestata anche l’associazione per delinquere finalizzata a realizzare la frode fiscale, reato che era contestato (“solo” come partecipazione anche ai figli dell’imprenditore e a Brandino ed Aresca).

I titolari dell’azienda, nelle audizioni sia davanti al gip che al pm Pelosi, di fatto, avevano ammesso le proprie responsabilità. In particolare Cesare Dagna aveva ammesso l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, l’incasso dei contanti “restituiti” dagli autotrasportatori, ma anche che erano soliti “pagare in nero” i dipendenti.

Dichiarazioni in linea con quelle dei figli Massimo e Roberto Dagna, che davanti al pubblico ministero avevano ammesso le loro responsabilità nella maxi evasione fiscale ipotizzata dai finanzieri savonesi. A conclusione delle ispezioni fiscali le fiamme gialle savonesi avevano quantificato una base imponibile sottratta a tassazione che, negli anni dal 2009 al 2014, superava complessivamente gli 8 milioni di euro, oltre alla constatazione di violazioni alla normativa I.V.A. per circa 3 milioni di euro e all’omesso versamento di imposte per oltre 800 mila euro.

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