Finale Ligure, pizzaiolo egiziano arrestato con l'accusa di terrorismo - IVG.it
Operazione taqiyya

Finale Ligure, pizzaiolo egiziano arrestato con l’accusa di terrorismo

Indagine della Procura di Genova: in manette anche altri due nordafricani, arrestati in Lombardia

Finale Ligure. Un pizzaiolo egiziano residente a Finale è stato arrestato questa notte dai carabinieri del Ros (Raggruppamento operativo speciale) nell’ambito di un’indagine legata al terrorismo islamico. Con lui sono finiti in manette anche un altro egiziano ed un algerino, arrestati a Cassano d’Adda (Milano) e Torino. C’è anche un quarto indagato di cui è stata ordinata la cattura che, però, al momento si trova all’estero ed è irreperibile. L’accusa, per tutti, è quella di associazione con finalità di terrorismo.

L’operazione è scattata stanotte alle 3, con l’intervento di una squadra dei Ros, coadiuvata dalle pattuglie locali e dall’elicottero: l’uomo è stato tratto in arresto all’interno della propria abitazione, che condivideva con altri due egiziani risultati totalmente estranei alla vicenda.

L’attività del pool antiterrorismo della Procura di Genova, denominata “Operazione Taqiyya” e coordinata dal pm Federico Manotti, è partita proprio dal pizzaiolo finalese che, secondo gli inquirenti, sebbene non stesse al momento progettando alcun gesto eclatante aveva iniziato da qualche mese ad avvicinarsi pericolosamente alle ideologie radicali dello Stato islamico. Le indagini infatti hanno consentito di individuare un gruppo egiziano, organizzato su base familiare, che sul web si occupava di diffondere materiale jihadista e di instradare combattenti dal nord Africa in territorio siriano (ed anche in Libia) per conto dello Stato Islamico.

L’opera di propaganda e proselitismo era svolta esclusivamente sulla rete non solo mediante canali riservati ma, ricorrendo a pseudonimi e account fittizi, anche sui più diffusi social media. Il materiale divulgato a numerosi contatti era in parte direttamente ottenuto da al-Hayat Media Center, organo di propaganda ufficiale dell’autoproclamatosi “Stato Islamico”.

Allo scopo di dissimulare l’adesione all’ideologia più radicale alcuni degli indagati avevano volutamente conformato il proprio atteggiamento e le proprie abitudini a quelle occidentali, in modo tale da evitare riferimenti anche solo velatamente religiosi e/o di appartenenza al mondo islamico.

I servizi di monitoraggio hanno permesso di documentare la condivisione in via riservata del giuramento di fedeltà (bay’ah) al califfo Abo Bakr Al Baghdadi, poi pubblicato in chiaro sulla piattaforma facebook da un altro indagato. La formula ricalca, con alcune opportune varianti, il testo già emerso in altri contesti investigativi recentemente oggetto di sentenza di condanna da parte della Corte di Assise di Milano. La rilevanza di tale acquisizione è dimostrata dalle più attuali informazioni raccolte in ambito internazionale che hanno evidenziato l’esigenza del cosiddetto “Stato Islamico” di ottenere una pubblica manifestazione di fedeltà da parte di chiunque, anche non inserito ufficialmente nell’organizzazione, abbia intenzione di compiere un’azione in suo nome e per suo conto.

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