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Lettere al direttore

Roberto Nicolick racconta la vita dei portuali, “una storia, un’epopea”

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E’ uscito qualche mese fa un cortometraggio che tratta del porto di Savona e soprattutto dei portuali, una categoria di lavoratori che hanno tuttora il compito di movimentare le merci da e sulle navi mercantili che attraccano nei porti. Si potrebbe definire quella dei portuali o dei camalli che dir si voglia, come un’era, una epopea, con i suoi eroi, con le sue luci e con le sue ombre, con le sue precise caratteristiche ma sarebbe opportuno anche dire altre cose, magari meno santificanti ma più genuine su questa categoria di operatori, che per amore di verità non si possono tacere, pur senza voler inficiare l’onestà della quasi totalità delle migliaia di persone che hanno lavorato sulle banchine del porto di Savona.

Parlo con cognizione di causa perché mio padre era un portuale, un camallo di Savona, classe 1921, categoria tiraggio, Steva o anche Stevanin, per lunghi anni ha mantenuto una famiglia con moglie e quattro figli, grazie alla Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie, al suo sudore, alla sua fatica spesa sulle banchine di tutte le zone in cui era suddiviso il porto. A 25 anni entrò nei ruoli della al CULMV, prima come avventizio e poi come socio. Essere socio al porto, era considerata in quel periodo, una fortuna a Savona, un posto di lavoro sicuro anche se molto faticoso e pure pericoloso, questo era il sogno di molti giovani Savonesi, negli anni 50 e 60 e forse anche dopo.

Avevo 8 anni, d’estate ero libero dalla scuola, e mi recavo qualche mattina ad aspettare mio babbo dal lavoro, dopo che aveva passato la notte a caricare o scaricare qualche nave. Mi mettevo accanto al varco , dove c’erano i cancelli e la guardiola della finanza, a sinistra le Dogane e a destra la palazzina della compagnia.

Una fiumana di uomini, di tutte le taglie, in canottiera bianca o blu, con la bicicletta per mano, uscivano dal varco, molti sorridenti, altri accigliati e sicuramente stanchi, ma soprattutto erano persone , nel vero senso della parola. Quelle centinaia di portuali rappresentavano uno spaccato socio-psicologico di una città con i suoi pregi e anche con i suoi difetti. Qualche volta all’uscita si formava un capannello di uomini vocianti perché al centro di esso due loro colleghi si prendevano a pugni, era uno spettacolo, botte da orbi e poi dopo qualche minuto di pugni ben dati e presi, i due contendenti pesti e contusi andavano all’osteria a bere assieme.

Quando i portuali iniziavano un lavoro, sapevano l’ora e il giorno di inizio ma non sapevano quando avrebbero finito, questa era una dura e impegnativa caratteristica di questo lavoro. Un’altra peculiarità era l’elevato rischio infortunistico, si poteva cadere dentro una stiva vuota, essere schiacciato da una imbragata di una gru, arrotato da uno dei camion che entravano ed uscivano dal porto, cadere in mare da una banchina, travolto dai vagoni del treno che passava sui binari delle banchine.

Alcuni portuali erano privi di un dito, altri claudicanti come mio padre, altri portatori di diverse fratture assemblate da qualche mezzo di sintesi, c’era un bel campionario di traumi da lavoro, perché oggettivamente la normativa antinfortunistica lasciava molto a desiderare e gli operatori erano personaggi insofferenti alle regole.

Il lavoro era tutto, ma anche i soldi, che attraverso questo particolare lavoro erano molto importanti, e non erano pochi per i canoni dell’epoca, guadagnati con fatica ma erano tanti e spesso spesi a mente leggera, tanti ne entravano e tanti ne uscivano.

Un’altra cosa importante per i portuali erano le donne, spesso corteggiate con modi bruschi e non da nobiluomini, ma pur sempre presenti nella loro mente e nei loro desideri. E le donne dell’epoca sapevano di essere desiderate dai camalli e spesso ci marciavano, soprattutto quelle spregiudicate che spolpavano il portafogli di questi uomini forti e rudi ma semplici, che cadevano nelle reti della seduzione femminile. I camalli erano molto “guasconi”nelle loro manifestazioni, quando arrivava in città qualche compagnia di varietà, con ballerine al seguito, si recavano allo spettacolo, presso il Teatro “Gabriello Chiabrera” e omaggiavano queste soubrette con spettacolari mazzi di rose rosse nella speranza di conquistarle.

I portuali erano al 99% di fede comunista-qualunquista, in quanto il partito era nel loro immaginario, purtroppo solo nelle loro menti, uno strumento di liberazione delle masse oppresse e non come nella realtà un poltronificio.

Quindi quando in città arrivava qualche politico non comunista, quelli liberi dal lavoro si catapultavano in piazza a disturbare il comizio menando i poveri disgraziati che plaudivano all’oratore, e in qualche occasione a scontrarsi con la Celere. Su questa politicizzazione della categoria molti furbastri ci hanno marciato, scalando i vertici della Compagnia, facendo pochissime ore di lavoro sulle banchine, strumentalizzando il lavoro degli altri e usando il consenso dei compagni per assumere cariche politiche o istituzionali grazie ai flussi elettorali molto disciplinati.

In realtà i portuali conoscevano benissimo la stoffa dei loro dirigenti e le loro ambizioni, ma forse preferivano così per poter continuare a mugugnare. Ricordo un episodio sintomatico, negli anni 60 attraccò a Savona, una nave dell’allora Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, con a poppa la bandiera rossa con la falce e martello. Espletate le operazioni amministrative, i portuali salirono a bordo per iniziare i lavori di scarico ed estasiati di essere su una nave del paradiso dei lavoratori, vollero subito abbeverarsi alle fontanelle di acqua potabile, magnificando tra loro la bontà e la purezza dell’acqua dell’Unione Sovietica. Loro non sapevano che quell’acqua, che stavano trangugiando con tanto entusiasmo, proveniva dalla rete idrica del Comune di Savona che si era allacciata con una manichetta ai serbatoi della nave. Bevevano l’acqua del Sindaco, non di Kiev, ma di Savona.

Sulle tavole dei portuali c’era sempre cibo in abbondanza, anche esotico, riso a profusione, banane in quantità, pesce surgelato e ananas perché quella era merce che arrivava sui mercantili nel porto di Savona e andava, in un modo o in un altro, ad guarnire appunto le tavole delle famiglie dei lavoratori. Anche le stecche di sigarette compivano viaggi di andata senza ritorno, dalle navi all’interno ai tasconi dei giacconi dei portuali che non obbligatoriamente fumavano, ma facevano quella che si chiama violazione sulle norme dei tabacchi esteri, alimentando un commercio illegale in città, che rivaleggiava con quello del Monopolio.

I nomignoli che i portuali si affibbiavano tra loro erano un capolavoro di fantasia e di inventiva, ne voglio ricordare solo uno: “Gilera”, appiccato al compianto Vitaliano, che per anni lavorò sulle banchine del porto di Savona e che cavalcava per le vie cittadine, come un centauro, appunto un motociclo Gilera da cui il soprannome.

Ora il vecchio porto non esiste più, i vecchi ganci sono un ricordo da esporre in una bacheca, la fiumana di portuali è un rigagnolo e le storie che si raccontano tra loro i vecchi camalli stanno sparendo nelle nebbie del tempo in qualche triste ospizio.

E’ uscito qualche mese fa un cortometraggio che tratta del porto di Savona e soprattutto dei portuali, una categoria di lavoratori che hanno tuttora il compito di movimentare le merci da e sulle navi mercantili che attraccano nei porti. Si potrebbe definire quella dei portuali o dei camalli che dir si voglia, come un’era, una epopea, con i suoi eroi, con le sue luci e con le sue ombre, con le sue precise caratteristiche ma sarebbe opportuno anche dire altre cose, magari meno santificanti ma più genuine su questa categoria di operatori, che per amore di verità non si possono tacere, pur senza voler inficiare l’onestà della quasi totalità delle migliaia di persone che hanno lavorato sulle banchine del porto di Savona.

Parlo con cognizione di causa perché mio padre era un portuale, un camallo di Savona, classe 1921, categoria tiraggio, Steva o anche Stevanin, per lunghi anni ha mantenuto una famiglia con moglie e quattro figli, grazie alla Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie, al suo sudore, alla sua fatica spesa sulle banchine di tutte le zone in cui era suddiviso il porto. A 25 anni entrò nei ruoli della al CULMV, prima come avventizio e poi come socio. Essere socio al porto, era considerata in quel periodo, una fortuna a Savona, un posto di lavoro sicuro anche se molto faticoso e pure pericoloso, questo era il sogno di molti giovani Savonesi, negli anni 50 e 60 e forse anche dopo.

Avevo 8 anni, d’estate ero libero dalla scuola, e mi recavo qualche mattina ad aspettare mio babbo dal lavoro, dopo che aveva passato la notte a caricare o scaricare qualche nave. Mi mettevo accanto al varco , dove c’erano i cancelli e la guardiola della finanza, a sinistra le Dogane e a destra la palazzina della compagnia.

Una fiumana di uomini, di tutte le taglie, in canottiera bianca o blu, con la bicicletta per mano, uscivano dal varco, molti sorridenti, altri accigliati e sicuramente stanchi, ma soprattutto erano persone , nel vero senso della parola. Quelle centinaia di portuali rappresentavano uno spaccato socio-psicologico di una città con i suoi pregi e anche con i suoi difetti. Qualche volta all’uscita si formava un capannello di uomini vocianti perché al centro di esso due loro colleghi si prendevano a pugni, era uno spettacolo, botte da orbi e poi dopo qualche minuto di pugni ben dati e presi, i due contendenti pesti e contusi andavano all’osteria a bere assieme.

Quando i portuali iniziavano un lavoro, sapevano l’ora e il giorno di inizio ma non sapevano quando avrebbero finito, questa era una dura e impegnativa caratteristica di questo lavoro. Un’altra peculiarità era l’elevato rischio infortunistico, si poteva cadere dentro una stiva vuota, essere schiacciato da una imbragata di una gru, arrotato da uno dei camion che entravano ed uscivano dal porto, cadere in mare da una banchina, travolto dai vagoni del treno che passava sui binari delle banchine.

Alcuni portuali erano privi di un dito, altri claudicanti come mio padre, altri portatori di diverse fratture assemblate da qualche mezzo di sintesi, c’era un bel campionario di traumi da lavoro, perché oggettivamente la normativa antinfortunistica lasciava molto a desiderare e gli operatori erano personaggi insofferenti alle regole.

Il lavoro era tutto, ma anche i soldi, che attraverso questo particolare lavoro erano molto importanti, e non erano pochi per i canoni dell’epoca, guadagnati con fatica ma erano tanti e spesso spesi a mente leggera, tanti ne entravano e tanti ne uscivano.

Un’altra cosa importante per i portuali erano le donne, spesso corteggiate con modi bruschi e non da nobiluomini, ma pur sempre presenti nella loro mente e nei loro desideri. E le donne dell’epoca sapevano di essere desiderate dai camalli e spesso ci marciavano, soprattutto quelle spregiudicate che spolpavano il portafogli di questi uomini forti e rudi ma semplici, che cadevano nelle reti della seduzione femminile. I camalli erano molto “guasconi”nelle loro manifestazioni, quando arrivava in città qualche compagnia di varietà, con ballerine al seguito, si recavano allo spettacolo, presso il Teatro “Gabriello Chiabrera” e omaggiavano queste soubrette con spettacolari mazzi di rose rosse nella speranza di conquistarle.

I portuali erano al 99% di fede comunista-qualunquista, in quanto il partito era nel loro immaginario, purtroppo solo nelle loro menti, uno strumento di liberazione delle masse oppresse e non come nella realtà un poltronificio.

Quindi quando in città arrivava qualche politico non comunista, quelli liberi dal lavoro si catapultavano in piazza a disturbare il comizio menando i poveri disgraziati che plaudivano all’oratore, e in qualche occasione a scontrarsi con la Celere. Su questa politicizzazione della categoria molti furbastri ci hanno marciato, scalando i vertici della Compagnia, facendo pochissime ore di lavoro sulle banchine, strumentalizzando il lavoro degli altri e usando il consenso dei compagni per assumere cariche politiche o istituzionali grazie ai flussi elettorali molto disciplinati.

In realtà i portuali conoscevano benissimo la stoffa dei loro dirigenti e le loro ambizioni, ma forse preferivano così per poter continuare a mugugnare. Ricordo un episodio sintomatico, negli anni 60 attraccò a Savona, una nave dell’allora Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, con a poppa la bandiera rossa con la falce e martello. Espletate le operazioni amministrative, i portuali salirono a bordo per iniziare i lavori di scarico ed estasiati di essere su una nave del paradiso dei lavoratori, vollero subito abbeverarsi alle fontanelle di acqua potabile, magnificando tra loro la bontà e la purezza dell’acqua dell’Unione Sovietica. Loro non sapevano che quell’acqua, che stavano trangugiando con tanto entusiasmo, proveniva dalla rete idrica del Comune di Savona che si era allacciata con una manichetta ai serbatoi della nave. Bevevano l’acqua del Sindaco , non di Kiev, ma di Savona.

Sulle tavole dei portuali c’era sempre cibo in abbondanza, anche esotico, riso a profusione, banane in quantità, pesce surgelato e ananas perché quella era merce che arrivava sui mercantili nel porto di Savona e andava, in un modo o in un altro, ad guarnire appunto le tavole delle famiglie dei lavoratori. Anche le stecche di sigarette compivano viaggi di andata senza ritorno, dalle navi all’interno ai tasconi dei giacconi dei portuali che non obbligatoriamente fumavano, ma facevano quella che si chiama violazione sulle norme dei tabacchi esteri, alimentando un commercio illegale in città, che rivaleggiava con quello del Monopolio.

I nomignoli che i portuali si affibbiavano tra loro erano un capolavoro di fantasia e di inventiva, ne voglio ricordare solo uno: “Gilera”, appiccato al compianto Vitaliano, che per anni lavorò sulle banchine del porto di Savona e che cavalcava per le vie cittadine, come un centauro, appunto un motociclo Gilera da cui il soprannome.

Ora il vecchio porto non esiste più, i vecchi ganci sono un ricordo da esporre in una bacheca, la fiumana di portuali è un rigagnolo e le storie che si raccontano tra loro i vecchi camalli stanno sparendo nelle nebbie del tempo in qualche triste ospizio.

Roberto Nicolick

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