Profughi a Legino, Don Macchioli (Caritas): "Per noi non è business" - IVG.it
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"Possiamo creare condizioni perché si possa convivere nel miglior modo possibile oppure pensare che 'non nel mio quartiere' sia la strada giusta"

campo profughi

Savona. Centro di accoglienza per i profughi a Legino: dopo il coro di protesta dei residenti del quartiere che si oppongono a questa soluzione, ecco le precisazioni di Don Adolfo Macchioli della Caritas Diocesana di Savona.

“La Caritas Diocesana di Savona, impegnata da sempre nella prossimità alle persone più povere ed emarginate, sia italiane sia straniere, ha ricevuto diverse richieste da parte della Prefettura di Savona in merito all’accoglienza temporanea dei cosiddetti ‘profughi’ in vista di un loro ricollocamento in strutture di accoglienza nuove o già esistenti. In accordo con il Vescovo, che ne è il naturale presidente e che segue da sempre tutti i progetti, si è scelto di dare disponibilità attraverso il campo da calcio di proprietà del Seminario Vescovile di Savona e attualmente inutilizzato. La scelta è stata dettata dal fatto che la Prefettura non ha trovato disponibilità alternativa e, come misura d’emergenza ha chiesto alla Croce Rossa di occuparsi della questione logistica, mentre a noi è stato chiesto di offrire i servizi alla persona e l’accompagnamento attraverso figure professionali e di volontariato” spiega Don Macchioli.

“La Caritas di Savona, attraverso il suo ente gestore Fondazione diocesana Comunità Servizi onlus, ha stabilito da alcuni anni una ATS (associazione temporanea di scopo) insieme ad altri enti del territorio (Croce Rossa comitato provinciale, Cooperativa Arcimedia, Cooperativa Progetto Città, Cooperativa Jobel, Fondazione l’Ancora) affinché si maturassero insieme modalità di gestione dei Centri di Accoglienza Straordinaria in vista di un corretto servizio alla persona e al territorio, e si evitassero così disparità di trattamento che generano malumori sia interni sia esterni. L’intento infatti è quello di gestire al meglio un servizio di accoglienza nonostante le pressioni dei numeri dettata dai continui arrivi in capo alla Prefettura. Abbiamo infatti preferito gestire piccole realtà di accoglienza in modo diffuso sui territori della Diocesi e della Provincia in modo da evitare il meno possibile l’impatto sul territorio e favorire percorsi di vicinanza e conoscenza: è l’esperienza che abbiamo verificato grazie l’aiuto della parrocchie ad es. a Cogoleto, a Celle, a Quiliano, ad Albissola, a Savona” prosegue il responsabile della Caritas Diocesana.

“Riteniamo infatti che il progetto di accoglienza straordinaria dei profughi non sia una questione di ‘business’, ma, se applicate correttamente, di misure volte a evitare che l’impatto sociale possa alimentare paure incontrollate e clima di sospetto, sia nei confronti delle persone accolte, sia negli enti gestori. Certamente non sono mancati in questi anni gli enti gestori che hanno approfittato delle misure straordinarie come mezzo per i propri affari. Il lavoro svolto in ATS ha invece prodotto risultati nella direzione opposta, offrendo una valida interlocuzione con la Prefettura e con gli organismi preposti. Nei limiti della diversità di vedute tra diversi schieramenti politici nei quali non entriamo nel merito, ci limitiamo a segnalare che in questi anni sono transitati nelle strutture di accoglienza della Provincia di Savona circa 800 profughi e che ogniqualvolta le Amministrazioni locali sono entrate nel processo di gestione dell’accoglienza questa ha avuto un impatto minimo sul territorio, tant’è vero che sono praticamente nulli i reati (generalmente più immaginati che commessi) ascrivibili ai profughi. Purtroppo il fenomeno della migrazione non si fermerà di fronte all’opposizione di una Amministrazione o di un Comitato locale o di un territorio: per diversi anni vedremo ancora flussi di persone che sfuggono dalla fame e dalla guerra, che cercano di sopravvivere bussando alle nostre Terre. Possiamo creare condizioni perché si possa convivere nel miglior modo possibile, oppure pensare che “un po’ più in là” e “non nel mio quartiere” sia la strada giusta, ma sposta solo il problema. Occorre infatti evitare quello che stiamo vedendo che succede ad es. a Ventimiglia o nel centro di Milano: persone che dormono in strada e nella piazze con una coperta addosso, senza documenti o riferimenti” aggiunge Don Macchioli.

“Non abbiamo nessun interesse a realizzare a tutti i costi un campo profughi: per noi non è business, ma ulteriore lavoro in più. La Prefettura ha chiesto una nostra disponibilità e noi la abbiamo offerta nell’ottica che abbiamo appena descritto: come facciamo in ogni progetto volto a contrastare la povertà in tutte le sue forme, proviamo ad offrire le migliori condizioni per l’accoglienza nel servizio alla persona. Per questo motivo abbiamo chiesto alla Parrocchia S.Ambrogio di Legino (che non è titolare della gestione) di collaborare con i giovani e le famiglie perché sia un’occasione di integrazione di conoscenza reciproca. Siamo altresì preoccupati circa il modo di gestire le informazioni attraverso le diverse modalità: si comprende la necessità di sorprendere i lettori o di sfogare le proprie rabbie, ma il tono è la modalità dovrebbe essere volta a favorire lo scambio delle idee e non aumentare tensione dove non ce n’è bisogno. Ribadiamo agli organi competenti, come già affermato nelle riunioni cui siamo stati convocati, la nostra disponibilità a favorire percorsi di prossimità e di inclusione anche in situazioni differenti o qualora il campo non si realizzasse. La gestione degli arrivi e la distribuzione sui diversi territori è in capo alla Prefettura e non agli Enti Gestori: nel rispetto delle decisioni del Prefetto noi manteniamo il nostro rapporto collaborativo” conclude don Adolfo Macchioli.

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