Equivoco

Legino, ora è fobia: “Un profugo ha rubato una bici”. Ma era uno studente (di colore) del Campus

Bolivie Wakam è originario del Camerun e oggi ha preso in prestito una delle bici che il campus mette a disposizione degli studenti. Ma qualcuno ha frainteso chi fosse

Savona. Ha inforcato la bici che il campus concede in uso gratuito a tutti gli studenti e si è diretto verso il centro di Savona, ha sbrigato le proprie commissioni e poi è tornato indietro. Lungo la strada, però, è stato fermato da due auto della polizia: gli agenti hanno voluto verificare chi fosse, da dove venisse e soprattutto se il mezzo su cui viaggiava fosse di sua proprietà. Perché qualcuno ha pensato che l’avesse rubata e così ha chiamato la polizia. Soltanto perché lui è di colore.

E’ questa l’amara vicenda che oggi ha visto protagonista Bolivie Wakam, giovane studente straniero del campus universitario di Legino. Bolivie ha 27 anni ed è originario del Camerun. E’ arrivato in Italia tre anni fa. Dopo una laurea in ingegneria meccanica conseguita a Bologna, ha deciso di conseguire una seconda laurea magistrale in ingegneria e per questo si è iscritto all’università di Genova. Attualmente risiede negli alloggi per gli studenti dell’ex caserma Bligny.

Tra qualche settimana Bolivie tornerà temporaneamente a casa propria. In vista della partenza, in questi giorni il giovane sta sbrigando alcune commissioni. Così questa mattina Bolivie ha preso in prestito una delle biciclette che la società Spes ha acquistato dalle Poste e che mette a disposizione di tutti gli studenti fuori sede che alloggiano negli appartamenti del campus (gli studenti extracomunitari, tra l’altro, hanno la possibilità di prendere la residenza al campus per poter usufruire dei servizi sanitari erogati dalle Asl).

“Ho preso in prestito una delle bici del campus e mi sono diretto verso il centro – spiega lui – Tornando indietro, all’altezza della rotatoria de ‘Le Officine’ mi sono imbattuto in due auto della polizia. Una era volante con a bordo due agenti in divisa, l’altra era un’auto grigia dalla quale sono scesi due altri poliziotti in borghese. Mi hanno fermato e mi hanno chiesto a chi appartenesse la bici su cui stavo viaggiando. Io ho spiegato loro che si trattava di una delle bici che il campus concede in prestito agli studenti. Mi hanno chiesto come l’avessi avuta e io ho confermato loro che sono uno studente universitario e che risiedo al campus. Hanno chiesto di vedere la mia carta d’identità (su cui è indicato chiaramente il mio domicilio di residenza), il mio badge universitario e il mio permesso di soggiorno per motivi di studio”.

Gli agenti hanno chiesto alla centrale operativa di verificare i dati, cosa che è avvenuta senza particolari intoppi. Incuriosito, Bolivie ha chiesto agli agenti il motivo di tanto interesse nei suoi confronti: “Mi hanno risposto che una signora li ha contattati dicendo di aver visto un ragazzo di colore rubare una bici gialla delle Poste. Cioè una bici esattamente identica a quella su cui stavo viaggiando io. Evidentemente la signora ha pensato che l’avessi rubata e così ha chiamato la polizia”.

Nonostante la documentazione fornita da Bolivie, gli agenti hanno chiesto maggiori informazioni: “I poliziotti volevano che anche il campus confermasse la mia versione, così mi hanno accompagnato fino all’università. Un mio compagno di corso ha confermato la mia identità e il fatto che sono uno studente. Poi è arrivata anche l’impiegata addetta agli alloggi e anche lei ha confermato tutto. Dopo aver avuto queste informazioni, gli agenti se ne sono andati. Senza neanche scusarsi per l’equivoco”.

Bolivie Wakam Studente Savona

Insomma, una abitante di Legino vede un giovane di colore in sella ad una bici gialla (tra l’altro “griffata” con un adesivo che rivela l’appartenenza al campus), pensa che sia un profugo e che l’abbia rubata alle Poste e perciò chiede l’intervento della polizia. Una reazione istintiva e forse esagerata che molto probabilmente è figlia del clima che si respira in questi giorni a Legino, dove è possibile che venga realizzato un hub per i profughi.

Al di là delle motivazioni, quanto accaduto oggi ha lasciato l’amaro in bocca a Bolivie: “Io passo la maggior parte del mio tempo al campus – spiega – ma quando mi sposto sui mezzi pubblici o giro per la città vengo guardato in modo strano. Io, quindi, vivo questo clima saltuariamente. I profughi, invece, si ritrovano in questa situazione costantemente”.

“Quello che è accaduto non mi è piaciuto per niente – prosegue – Io sono venuto qui in Italia per studiare. Ho scelto di farlo a Savona. La segnalazione della signora, i controlli dei poliziotti mi hanno fatto sentire un estraneo, come se addirittura non fissi nemmeno un essere umano. Purtroppo le persone di colore sono ancora troppo malviste. Vengono considerate delinquenti e ‘cattive’. Ma la nostra cultura ci ha insegnato a non fare male a nessuno. Certo, a volte capita che i neri siano protagonisti di fatti incresciosi, ma in tutti i popoli ci sono i ‘buoni’ e i ‘cattivi’. Ma la nostra cultura, come ho detto, ci porta a considerare tutti come fratelli”.

Bolivie, studente universitario di 27 anni proveniente dal Camerun e prossimo a conseguire la seconda laurea, invita quindi ad una maggiore tolleranza nei confronti di chi è diverso. Come ad esempio i profughi che dovrebbero arrivare a Legino: “I profughi vengono qui perché nei loro paesi di origine vivono situazioni molto difficili – nota ancora Bolivie – E se vengono qui è per poter stare tranquilli. E loro cultura è uguale alla mia: se un italiano saluta un profugo, questo risponderà ‘Ciao fratello’ anche se la loro pelle è di colore diverso”.

Eppure, a Legino e più in generale nel savonese il clima è tutt’altro che rilassato. I casi di “fobia del diverso” aumentano ogni giorno. Soltanto ieri, nella vicina Celle Ligure si era sparsa la voce secondo cui uno straniero (descritto come “un arabo”) avrebbe dato in escandescenze in mezzo alla strada: secondo quanto riferito, l’uomo avrebbe menato fendenti a caso tra la folla e una ragazza sarebbe anche rimasta ferita. Fortunatamente, però, si trattava soltanto di una voce priva di fondamento.

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