Dalla Spagna a Roma passando per Alassio: la storia della nave romana affondata nella Baia del Sole - IVG.it
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Dalla Spagna a Roma passando per Alassio: la storia della nave romana affondata nella Baia del Sole fotogallery

Trasportava una salsa fermentata a base di pesce chiamata "garum"

Alassio. Trasportava una salsa fermentata a base di pesce chiamata “garum” la nave a vela di epoca romana il cui relitto è stato trovato al largo di Alassio. La storia del relitto e i dettagli dell’operazione sono stati presentati oggi a Genova dalla Sovrintendenza dei beni archeologici e dal reparto dei carabinieri subacquei.

La nave è partita probabilmente dalla zona di Cadice, al di là delle famose ‘Colonne d’Ercole’, quindi dall’Atlantico – spiega Simonluca Trigona, responsabile del servizio tecnico di archeologia subacquea della Sovrintendenza dei Beni archeologici – Faceva la spola tra la Spagna e Roma, come ci testimonia la presenza di alcune piccole anfore che contenevano vino dalle valli del Tevere. Le dimensioni del cumulo di reperti che abbiamo ritrovato indicano una media di circa due o tremila anfore contenenti salsa di pesce. Questo numero ci fa pensare che fosse una nave per il lungo commercio e non per il commercio di cabotaggio. Il fatto che la stiva fosse completamente carica ci dice che questa imbarcazione seguiva le rotte mediterranee”.

La nave, di circa 25 metri, risale al periodo compreso tra la metà del primo e la metà del secondo secolo dopo Cristo: “Era il periodo aureo dell’impero – spiega il sovrintendente archeologo Vincenzo Tinè – all’incirca tra il periodo di Vespasiano e quello di Adriano”.

La nave oneraria è stata scoperta due anni fa a circa sei chilometri di distanza dalla costa dai carabinieri subacquei di Genova insieme alla compagnia di Alassio nell’ambito delle indagini Nemo e Nemo2 sulla trafugazione di reperti archeologici di epoca romana a seguito della segnalazione di un pescatore: “L’avvicinamento al ‘tesoro’ è stato molto lento – spiega ancora Tinè – Dalla prima segnalazione di un imprenditore marittimo di Alassio, che ha riferito allo Stato di questo rinvenimento, al recupero di un primo reperto sono passati due anni. Il problema maggiore è stato localizzare il relitto: dopo migliaia di anni dal suo affondamento, le correnti e le reti dei pescatori hanno avuto un impatto significativo sulla nave. I carabinieri e la Soprintendenza sono stati impegnati in una ricerca complessa. Ma adesso sappiamo dov’è e sappiamo cos’è”.

Dopo la mappatura del fondale con il robot Pluto, i carabinieri subacquei hanno predisposto l’operazione di recupero di una delle anfore che permettesse di ricostruire nel dettaglio la storia della nave. Il recupero non è stato facile: “La nave si trova a circa 200 metri di profondità – spiega il comandante dei carabinieri subacquei di Genova Luca Falcone – Per raggiungerla abbiamo usato il Rov, un veicolo filo-guidato dotato di pinza manipolatrice. Una volta arrivati sull’obiettivo, siamo riusciti a recuperare l’anfora e portarla in superficie”.

Quello di Alassio è il quinto ritrovamento simile avvenuto nel Mediterraneo, ma ha un valore particolare: “Questa scoperta – aggiunge Trigona – ci rivela che per andare dalla Spagna alla Città Eterna i romani non utilizzavano solo la rotta diretta Baleari-Spagna-Corsica-Roma, ma per essere più protetti navigavano sottocosta, con una rotta di cabotaggio che attraversava il Mar Ligure”.

Ora che è stata individuata e la sua storia ricostruita, la nave sarà protetta da un’apposita ordinanza della capitaneria che vieterà a chiunque di immergersi nelle immediate vicinanze. Ma non solo: “In futuro – spiega Tiné – cercheremo di studiare in collaborazione con le forze dell’ordine modalità che permettano agli appassionati di fruire di questa straordinaria scoperta. Potremmo allestire una sorta di museo virtuale come è stato fatto a Santo Stefano al Mare, dove si può ammirare il relitto stando coi piedi all’asciutto all’interno del museo, o come è stato fatto per il relitto di Albenga”.

Questo ennesimo ritrovamento testimonia come ancora numerosi siano i “tesori” tuttora nascosti sui fondali del nostro mare. Chi li trova, però, non deve poter pensare di impossessarsene: “Se qualcuno pesca un reperto deve immediatamente chiamare il 112 e segnalare ciò che ha trovato – ricorda Antonio Quarta, comandante del nucleo Tutela Patrimonio dei carabinieri di Genova – Ogni reperto è un bene archeologico che non va sottratto. Chi la trova non ha titolo per impossessarsene e portarselo a casa come trofeo, ma è tenuto a segnalare il ritrovamento al 112, che poi provvederà ad informare la Soprintendenza e ad inviare sul posto i carabinieri, che metteranno in sicurezza il reperto e faranno le verifiche sull’area. Ripeto, portarsi a casa un reperto è reato”.

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