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Un anno dalla morte di Luisa Bonello: l’inchiesta è chiusa, ma c’è chi continua ad avere dubbi sul suicidio fotogallery video

Il pm Ferro ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo dell'ispettore Alberto Bonvicini e dei medici Mauro Acquarone e Noemi Donati

Savona. Il 19 settembre di un anno fa la dottoressa Luisa Bonello veniva trovata morta nella sua casa al civico 17 di via Genova. Dodici mesi dopo l’inchiesta giudiziaria sulla vicenda è ormai chiusa: nei giorni scorsi il pubblico ministero Giovanni Battista Ferro ha infatti firmato la richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo nei confronti di Alberto Bonvicini, allora comandante della Polizia Postale di Savona, Mauro Acquarone, ex marito della vittima e medico, e per la dottoressa Noemi Donati. Anche l’appartamento della donna, così come diversi documenti (tra cui il testamento) sono stati dissequestrati.

Secondo la Procura non ci sono dubbi sul fatto che Luisa Bonello si sia suicidata, ma il pm ritiene che non sia stato fatto abbastanza per impedire che la dottoressa continuasse a tenere in casa diverse armi, tra cui la pistola con la quale il 19 settembre di un anno fa si è sparata.

In particolare, nella richiesta di rinvio a giudizio (il gip deve ancora fissare la data per l’udienza preliminare), per quanto riguarda il reato di omicidio colposo, a Bonvicini viene contestato di “non aver impedito la morte di Luisa Bonello” perché pur essendo a conoscenza del suo “stato di grave dipendenza da sostanze psicoattive e del possesso e del costante utilizzo da parte della donna di armi comuni da sparo” non ha provveduto in qualità di pubblico ufficiale al ritiro dei fucili e delle pistole che la dottoressa deteneva senza i necessari requisiti.

Stessa accusa che viene contestata, in concorso, anche all’ex marito di Luisa Bonello, Mauro Acquarone, che era anche il suo medico curante, nonché alla sostituta del dottore, Noemi Donati. Per il pm entrambi, conoscendo la situazione della vittima (che soffriva di depressione ed aveva già tentato il suicidio) sarebbero dovuti intervenire perché non avesse più la possibilità di tenere le armi. In questo senso la procura contesta proprio alla dottoressa Donati di aver redatto un certificato anamnestico grazie al quale Luisa Bonello aveva ottenuto l’autorizzazione al porto d’armi.

Una ricostruzione che, fin dal principio, non ha mai convinto il portavoce della Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, che era amico personale della dottoressa: “Un suicidio ‘strano’. Nel palazzo dove Luisa abitava, quel colpo, non lo ha sentito nessuno. Quella sera Luisa era stata parecchio al telefono; chi l’ha sentita dice che era serena e felice per il suo viaggio, aveva anche comprato dei regali per i bambini che curava in Romania. Cosa sia successo quella notte resta un mistero, e tra i suoi conoscenti sono in pochi a credere che Luisa si sia suicidata”. Proprio la Rete l’Abuso, in collaborazione con la libreria Ubik, domani ricorderà Luisa Bonello in un incontro pubblico che inizierà alle 16. Alle 18 invece, nella Parrocchia di San Dalmazio a Lavagnola, sarà celebrata la messa in suffragio.

Oltre al filone sul suicidio, l’indagine scaturita dalla morte di Luisa Bonello ha portato all’apertura di un’inchiesta “bis” che ruota intorno all’ispettore della polizia postale Alberto Bonvicini. L’ex comandante della Postale di Savona è accusato di circonvenzione d’incapace, truffa ed, in concorso con il suo medico medico curante, Roberto Debenedetti, anche di falso.

L’ipotesi della Procura è che De Benedetti abbia rilasciato a Bonvicini dei certificati falsi (per la precisione undici per una presunta “gastroenterite acuta” e diciannove per presunte “crisi ipertensive”). Documenti che il dirigente della polizia postale avrebbe utilizzato per giustificare l’assenza dal lavoro mentre, anziché essere in malattia, era impegnato in attività personali.

Il risvolto investigativo sui certificati falsi ovviamente aggrava anche la posizione di Bonvicini che era già accusato di circonvenzione d’incapace verso Luisa Bonello e truffa ai danni dello Stato (reati per i quali era stato arrestato in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare). L’ipotesi dell’accusa è che il poliziotto abbia approfittato delle condizioni della donna per farsi consegnare un totale di circa settantamila euro. Per quanto riguarda invece l’accusa di truffa ai danni dello Stato, il poliziotto – questa la tesi degli inquirenti – si sarebbe dedicato, mentre risultava essere impegnato in ore di straordinario, ad attività private e personali. Un comportamento che avrebbe tenuto anche avvalendosi dei certificati di malattia falsi.

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