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Italia e Spagna: due modi diversi di interpretare l’universo young-soccer

Lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia

Savona. Il 25 luglio a San Pietroburgo sono stati sorteggiati i gironi di qualificazione europei verso il Mondiale di Russia 2018. L’Italia era in seconda fascia e il sorteggio non è stato dei più fortunati: la testa di serie del nostro girone è risultata infatti la Spagna (in prima fascia c’erano anche Galles e Romania). A completare il gruppo G ci sono anche Albania, Israele, Macedonia e Liechtenstein.

Pare pertanto inevitabile cercare di iniziare a confrontarci con i cugini iberici partendo proprio dalle differenze di impostazione gestionale e di indirizzo che caratterizzano queste 2 grandi potenze calcistiche a livello del calcio giovanile.

Ci piace l’idea di poter presentare la realtà spagnola attraverso alcune parole di addetti al lavoro che, più di tante altre considerazioni, ci danno la dimensione della realtà spagnola basata, più che su una consolidata struttura organizzativa, su una mentalità e una filosofia di fondo che sono diventate nel corso degli anni patrimonio comune a livello mondiale.

La parola va a Claudio Ranieri, il quale vanta molteplici esperienze estere ad esempio in Inghilterra (Chelsea) e Francia (Monaco) ma soprattutto in Spagna (Valencia, Atletico Madrid e ancora Valencia): “Stando alla componente tattica del gioco in Italia, tanto per cominciare a creare dei distinguo concettuali, abbiamo costruito due prototipi di centrocampista: uno all’esterno che corre e l’altro all’interno che recupera palloni. In Spagna le squadre, come tutti possono notare, riescono a sviluppare uno strabiliante possesso di palla perché i calciatori hanno grandi proprietà di palleggio, mentre da noi spesso, anche in partite di vertice, non si riescono a mettere in fila tre passaggi come dio comanda. Da noi l’agonismo ha sostituito il palleggio e la tattica ha surclassato la tecnica. In Italia mancano le fonti di gioco, in Spagna ci sono almeno 4-5 giocatori che possono assolvere a questo compito ad altissimo livello.

È una questione di cultura. Le motivazioni ambientali sono strettamente legate a quelle tecniche, anzi le seconde sono le figlie delle prime. Il tifoso spagnolo ha un’idea gioiosa dello spettacolo calcistico e la trasmette alle squadre. Ama il calcio offensivo, predilige il fraseggio lungo e ben sviluppato, porta allo stadio i figli piccoli e accoglie l’arrivo dei pullman della squadra del cuore con un tripudio di canti e cori; non è violento e al massimo sfoga la sua rabbia nella “pannolata”.

Aggiunge interessanti osservazioni sul tema, Vincenzo Pincolini, preparatore atletico che seguì Arrigo Sacchi all’Atletico Madrid: “La differenza è proprio con i giovani, soprattutto fino a 16 anni. I club della Liga badano principalmente a curare l’aspetto tecnico nelle giovanili. Nei centri di allenamento gli Under 16 si allenano in campi in terra battuta dove la palla scorre più rapidamente: ci vogliono riflessi pronti e tecnica raffinata per controllarla. Ci si abitua così alla rapidità. Mediamente la qualità tecnica dei settori giovanili spagnoli è superiore alla nostra. Da noi i giovani calciatori hanno una maggiore preparazione fisica e tattica. E in Spagna c’è meno pressione sui talenti emergenti e anche meno esaltazione. Fino a quando non entrano stabilmente in prima squadra sono protetti, non hanno i riflettori puntati addosso. Anche a Barcellona e Madrid, nonostante l’invadenza dei media. I risultati non sono importanti a livello giovanile. Quasi tutti i club hanno la loro filiale nelle categorie inferiori… dove i giovani talenti possono maturare senza pressioni. Se i risultati non arrivano l’allenatore non salta. È fondamentale che insegni calcio. Del resto in Spagna la figura dell’addestratore è imperante. Ogni società ha un tecnico che lavora con i ragazzi più bravi, c’è un’attenzione meticolosa”.

Dalle impressioni ricavate interpellando diversi altri tecnici che hanno avuto come il sottoscritto l’opportunità di rilevare empiricamente sul campo le notevoli differenze tra questi due mondi paralleli sono emerse ulteriori considerazioni: “In Italia le tecniche di allenamento adottate in linea di massima puntano sullo sviluppo della corsa e della tattica, mentre in Spagna invece si predilige insegnare la tecnica individuale, e, quindi, la gioia del toccare il pallone più volte possibile e senza paura. Il tutto, poi, viene sostenuto da risorse economiche e impianti. Grandi cittadelle sportive (come quelle frequentate abitualmente dalla Cantera Torre de Leon durante la sua partecipazione ai tornei internazionali estivi in Catalunya), invase da bambini dai sei anni in su, campi in erba sintetica, costi contenuti. Alla guida dei settori, inoltre, ci sono quasi esclusivamente, ex bravi giocatori”.

“La conseguenza è che lì si impara a giocare a pallone. In Italia, questo tipo di impostazione manca e, spesso, fra l’altro si finisce con lo speculare, sullo 0-0 in campo anche a livello giovanile. Chi addestra è tenuto a esaltare le qualità individuali, non ad esasperare la tattica. Il limitato tatticismo induce gli allenatori a rispettare le caratteristiche dei calciatori, a utilizzarli nei ruoli ‘naturali’. E del resto la Spagna negli ultimi anni ha vinto tutto a livello giovanile. E si crede nei vivai (le ‘cantere’), come sottolinea una indagine pubblicata dal settimanale spagnolo ‘Don Balon’, dalla quale risulta che i club spagnoli investono nei propri settori giovanili in media il 7,5% del proprio fatturato. Si passa dai 10,75 milioni di euro annui del Barcellona (6,3%) ai 6,61 (17,4%) dell’Atletico Bilbao; dai 2,6 del Real Sociedad giù fino ai 480.000 del Ricreativo Huelva, tanto per fornire alcuni dati salienti”.

ioco.

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