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L’iscrizione all’albo di medici e infermieri? Secondo la cassazione è a carico di Asl

Le pubbliche amministrazioni devono pagare la tassa di iscrizione dei loro dipendenti iscritti ad albi e ordini

Savona. Una sentenza della cassazione riguardante una diatriba tra un avvocato e un Comune che però potrebbe avere ripercussioni pure sulle Asl, compresa quella savonese, e portare ad un esborso imprevisto di decine di migliaia di euro.

E’ questa la nuova e ultima questione su cui si dovrà pronunciare la direzione generale dell’Azienda Sanitaria Locale e, in seconda battuta, il nuovo Governo regionale. Lo scorso 16 aprile la cassazione ha emesso una sentenza nella quale viene stabilito che ogni amministrazione pubblica deve rimborsare ai propri dipendente il contributo di iscrizione annuale all’albo o all’ordine professionale di cui fa parte e che è condizione necessaria per lo svolgimento del suo lavoro.

“In altre parole – spiega meglio Giovanni Oliveri di Cisl-Fp – se un lavoratore iscritto ad un albo o ad un ordine professionale lavora come dipendente in esclusiva per un’amministrazione pubblica, l’Ente che beneficia della prestazione lavorativa è tenuta a rimborsare la relativa tassa di iscrizione, il cui versamento è la condizione necessaria perché il professionista possa continuare ad operare”.

La sentenza della cassazione smentisce le precedenti interpretazioni rese dalla giurisprudenza della corte dei conti e conferma il parere del consiglio di Stato del 15 marzo 2011 in cui si affermava che quando, sussista il vincolo di esclusività, l’iscrizione all’albo è funzionale allo svolgimento di un’attività professionale svolta nell’ambito di una prestazione di lavoro dipendente e quindi la relativa tassa deve gravare sull’Ente che beneficia in via esclusiva dei risultati di detta attività. La sentenza stabilisce che al dipendente in questione devono essere rimborsate tutte le tasse versate da quando era impiegato all’ufficio legale dell’istituto.

Secondo i sindacati, la sentenza ha una portata molto ampia e potrebbe essere applicata anche alle Asl: “Anche se la sentenza riguarda espressamente la professione forense – prosegue Oliveri – i principi giuridici contenuti nella sentenza appaiono estensibili anche alle professione sanitarie. Al riguardo è fondamentale l’esclusività del rapporto che lega il dipendente all’amministrazione, come previsto per chi lavora in Asl: l’opera professionale risulta garantita nell’ambito della subordinazione, quindi la tassa annuale da pagare all’ordine rientra fra i costi per lo svolgimento dell’attività e deve dunque gravare sull’ente datore, che è l’unico beneficiario delle prestazioni. Anche perché la quota annuale per l’iscrizione all’albo non può ritenersi riconducibile alla retribuzione visto che ha un regime tributario incompatibile con le spese sostenute nell’interesse della persona come ad esempio quelle per gli studi universitari e per l’acquisizione dell’abilitazione professionale”.

Ciò significa che l’Azienda potrebbe trovarsi a dover pagare a proprie spese l’iscrizione all’albo di tutti i suoi professionisti sanitari, cioè prima di tutto medici ed infermieri. E non soltanto per l’anno in corso, ma fino ai cinque anni precedenti la sentenza della cassazione. Considerando che questi ultimi pagano un contributo Ipasvi di 60 euro annui e tenuto conto del loro numero, è facile capire quale possa essere l’entità dell’esborso per Asl.

La Cisl-Fp ha subito inviato una lettera alla direzione generale dell’Asl chiedendo di “accollarsi il costo annuale della quota di iscrizione di tutte le professioni sanitarie ai vari collegi e ordini”. “E’ probabile – spiega Oliveri – che l’Azienda ribalterà la questione a livello regionale. Purtroppo le sentenze della cassazione non fanno legge, ma servono soltanto da orientamento. In ogni caso, in base alla risposta che ci verrà data valuteremo il da farsi, compresa l’opportunità di attivare una vertenza collettiva o individuale”.

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