Il beigua non si tocca

Titanio sul Monte Tarinè, gli ambientalisti: “Fermare ulteriori permessi di ricerca”

estrazione titanio

Urbe/Sassello. Sempre d’attualità, sempre discussione, sempre polemica sull’ipotesi di estrazione del titanio presente sul Monte Tarinè, nei comuni di Urbe e Sassello, nei confini del parco naturale regionale del Beigua. “Una srl piemontese con soli 10.400 euro di capitale sociale ha depositato il 20 aprile scorso una richiesta, con procedura di valutazione di impatto ambientale, di 200 campionamenti (da 1 a 10 kg. ciascuno, per un totale stimato di 1.250 kg.); l’intenzione è quella di richiedere una ennesima autorizzazione di ricerca per minerali di titanio, granati e minerali associati su una superficie di 453 ettari” denunciano le associazioni ambientaliste Legambiente, WWF e Italia Nostra.

“Ma non esisterebbero affatto soluzioni “ambientalmente compatibili” per estrarre  rutilo (diossido di titanio) dalle rocce dette “eclogiti”, in una fase successiva ai campionamenti. Il minerale grezzo potenzialmente estraibile in teoria sarebbe solo il 6% della roccia, e il rimanente 94% andrebbe risistemato in discariche  molto estese da creare nelle vicinanze; un lavoro forse anche non remunerativo perché quello da eseguire per estrarlo è molto superiore a quello di una cava di marmo” spiegano gli ambientalisti.

“Fermi restando i divieti di legge (penalmente sanzionati) di attività estrattive in area parco, le attività di cava per estrarre, macinare le rocce contenenti rutilo, e separare ciò che è economicamente rilevante dagli immensi scarti, comporterebbero teoricamente: centinaia di ettari devastati da attività di cava a cielo aperto, in aree ad alto valore naturalistico e paesistico; grandi consumi di acqua e derivazioni dei torrenti Orba e Orbarina, loro inquinamento ed indisponibilità di acqua potabile per i comuni piemontesi a valle; mega discariche a cielo aperto per contenere oltre il 90% di rocce macinate di scarto, la cui lavorazione ne aumenterebbe il volume e renderebbe i suoli instabili; transiti per decine di migliaia di passaggi di camion; inoltre nella composizione delle rocce del giacimento di rutilo e granati (non titanio allo stato puro, che ovviamente non esiste nei terreni interessati) di Piampaludo risulta la presenza di un anfibolo del gruppo degli asbesti in una percentuale pari a circa il 10/15%. Detto anfibolo, chiamato crocidolite (c.d. “asbesto blu”), ha tendenza a separarsi sotto forma di fibra e minutissimi aghi ed è notoriamente dannoso per la salute anche quale rischio cancerogeno”.

“Dunque sono sempre da scongiurare attività, oltre che ambientalmente e paesisticamente devastanti per il territorio, nocive per la salute delle popolazioni locali, atteso che la macinazione e il trasporto di gigantesche quantità di materiali rocciosi con fibre di asbesto libererebbe nelle aree di coltivazione di eventuali cave e presso le strade di collegamento elementi che notoriamente provocano mesoteliomi”.

“Anche i soli prelievi di minerali sono già vietati dal Piano del Parco Beigua, vigente, per cui anche le solo autorizzazioni di ricerca devono essere negate, come ha richiesto il rappresentante delle associazioni ambientaliste nella Comunità del Parco  Beigua durante la riunione del 29 aprile scorso. L’attività di cava in area parco è peraltro vietata dalla normativa statale e regionale sulle aree protette” concludono le tre associazioni ambientaliste.

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