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Calcio, lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia. Sull’esempio spagnolo incoraggiare l’introduzione delle “seconde squadre”

Savona. Ultimi. Non penultimi, terzultimi, quinti a partire dal fondo, non in zona retrocessione e nemmeno in lotta per i playout. Il Centro Internazionale per gli Studi sullo Sport (in una parola, CIES) ha calcolato il numero di calciatori tesserati dal club in cui sono cresciuti.

Il campionato che ne ha di più è l’Allsvenskan, la Serie A svedese, mentre la nostra Serie A è umilmente ultima, preceduta dall’ottima Premier League bielorussa, dal competitivo torneo bulgaro, dall’esaltante prima divisione cipriota. Ci fermiamo all’8,4%: su 100 giocatori di A, solo 8 corrono per il club che li ha formati. Considerato che Maradona e Ronaldo non passano più da queste parti, è obbligatorio concludere che gli altri 92 sono stranieri acquistati a due soldi, mediani in comproprietà per nove mesi, terzini in prestito con diritto di riscatto della metà.

Negli anni Novanta il Milan godeva Costacurta e Maldini, cresciuti con il rossonero sulla pelle, mentre il Brescia offriva al mondo Pirlo e Baronio… e il primo non era necessariamente considerato superiore al secondo. Oggi l’Italia va alla rovescia: in Bundesliga ogni club investe in media 4,4 milioni per il vivaio, in A ci si ferma a 2,75. Anche per questo, i nostri settori giovanili sembrano incapaci di produrre giocatori. Da qui, una prima proposta: obbligare i club a investire una parte del loro fatturato – diciamo tra l’8 e il 10% – nei settori giovanili. Milan, Inter e Juventus per il 2013 sono state sotto il 3%.

Cosa fare per i nostri giovani? Il riferimento all’istituzione delle squadre B (da inserire, sull’esempio dell’esperienza spagnola, in campionati professionistici, si badi bene : tentativo invani inseguito da Arrigo Sacchi) è chiaro. Mentre qui il Consiglio federale ha bloccato il numero degli extracomunitari da tesserare in un anno, due al massimo in serie A (vedremo con le nuove riforme), in Spagna invece hanno aperto il mercato e continuato a incoraggiare le seconde squadre. Succede così che le riserve di Real e Barça giocano la Segunda División, possono vincerla ma non essere promosse, mentre altre anche squadre della Liga frequentano i campionati del piano più in basso, la locale serie C.

Si tratta di un escamotage che permette alle società di prima fascia di far giocare i propri giovani ad alto livello. Perché non lo facciamo anche in Italia? Perché veti e resistenze impediscono questa modifica ai regolamenti: i rappresentanti della Lega Pro e quelli di B non vedono di buon occhio questi inserimenti nei loro campionati. Eppure sarebbe bello assistere ai derby Inter B-Como, Milan B-Pro Patria, Juventus B-Pro Vercelli. Meglio di tutti quei “segni meno” in classifica, penalizzazioni dettate da irregolarità amministrative che spesso sfociano nel fallimento di tante realtà delle serie minori. “In Italia adesso c’è però la possibilità di rilevare un club dilettanti e salire tra i professionisti”, ci disse mesi fa il presidente uscente, Giancarlo Abete riferendosi al caso di Claudio Lotito, proprietario anche della Salernitana oltre che della Lazio. Ma ve lo immaginate Erick Thohir comprare anche il Rogoredo per puntare alla promozione e poi far giocare là tutti i giovani dell’Inter?

I centri tecnici. Imboccare la strada spagnola, non sarebbe male, anche perché su quella stessa carreggiata, con regolamenti magari diversi, ci sono anche altre nazioni di grande spessore che in questo Mondiale hanno fatto strada, evidentemente non a caso. Le squadre B ci sono anche in Olanda, in Francia (anche se fino quarta serie), in Germania, dove si chiamano Amateure: da noi il campionato riserve è esistito fino al 1954, per poi subire tutta una serie di cambiamenti fino all’attuale e improponibile – per livello tecnico – campionato Primavera.

Lì i nostri giovani non riescono a maturare come succede invece per i coetanei tedeschi che sfruttano gli accordi tra i club e la federazione che di comune accordo mantengono ben 29 Eliteschulen des fussballs, le scuole per calciatori-studenti create in ogni regione grazie alla disponibilità dei ministeri dell’Istruzione dei Länder. In questi istituti i ragazzi hanno orari flessibili e durante la settimana, invece di baloccarsi in inutili ore di italica educazione fisica, possono appoggiarsi ai centri tecnici federali per fare degli allenamenti individuali al mattino. E nel pomeriggio si ripresentano per la seduta di squadra.

Il 70 per cento dei calciatori delle giovanili dei club tedeschi, dall’Under 11 all’Under 19 frequenta queste scuole. Da là vengono fuori Mario Götze, Toni Kroos, Thomas Müller che nel 2006, quando è stato siglato questo accordo, erano degli adolescenti. Già, il 2006: probabilmente c’erano anche loro tra i tedeschi in lacrime dopo i gol di Grosso e Del Piero nella semifinale mondiale.

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