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Calcio, lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia: salviamo i vivai prima che sia troppo tardi

Savona. Questo articolo del giornalista sportivo Paolo Tomaselli è stato pubblicato sul “Corriere della Sera” del 17 luglio 2004 e quindi un decennio e qualche mese orsono. Vista la sua straordinaria modernità e considerato che faceva parte dell’inchiesta-report: “La crisi del calcio. Il futuro” redatta dal noto cronista-inviato in cui si analizzavano i mali del mondo del pallone, riteniamo sia interessante analizzarne i contenuti per compararli alla situazione attuale del 2014 che attraverso uno speciale dossier sul settore giovanile gentilmente ospitato da IVG nelle pagine dedicate allo sport-calcio in un’apposita rubrica, il CT provinciale Felicino Vaniglia sta con estrema precisione descrivendo e con successo di consensi rendendo fruibile, a tutti gli addetti ai lavori ed appassionati che sempre più numerosi ci seguono.

Milano. Gli esperti del settore appoggiano con piacere la proposta “salva-vivai” del Coni per i giovanissimi calciatori: “Si deve investire immediatamente su strutture e maestri”. Come un sentiero sicuro nella giungla: i problemi non si risolvono solo con la legge che l’Unione Europea vuole bocciare, ma la sua approvazione potrebbe essere già una strada verso cui indirizzare i propri sforzi. Un percorso con le sue regole (il 50% dei giocatori a referto nel 2006/2007 provenienti dai settori giovanili nazionali) e i suoi pro e contro, ancora da vagliare, ma pur sempre un progetto su cui discutere, nonostante le facce scure di Bruxelles.

«Ma non facciamoci trovare in ritardo, come è accaduto troppo spesso – ammonisce Sergio Vatta, ex responsabile del settore giovanile del Torino, della Lazio e delle Nazionali Junior – e non tralasciamo di dire, parlando della percentuale di ragazzi cresciuti nei vivai, che il problema della formazione va di pari passo con quello delle strutture e dell’insegnamento, anche nelle scuole, che sono il nostro vero tallone d’Achille. Più che i numeri, mi preoccupa insomma la qualità dei nostri giovani. Mancano i fondi e soprattutto i grandi artigiani del pallone che facevano arrivare un giocatore alle soglie della prima squadra già pronto per il professionismo, sotto il profilo tecnico, ma anche umano». Le problematiche quindi, sono molte. «Mi sta bene stabilire una quota di giocatori cresciuti nei vivai, soprattutto se si considerano anche gli stranieri che arrivano in Italia molto giovani. Ma non dimentichiamo che se nelle squadre ci sono pochi ragazzi, non è colpa dei vivai, ma delle società che prendono stranieri a basso costo e spesso di bassa qualità». Globalizzazione sì, quindi. Ma a partire proprio dai vivai. Per creare realtà multirazziali e competitive”.

Il d.s Pantaleo Corvino su questo ha costruito le fortune del Lecce: «In sette anni – spiega l’interessato – siamo arrivati ad avere una ‘Primavera’ due volte campione d’Italia ed una prima squadra protagonista in A. All’ inizio abbiamo puntato su giovani scoperti in tutto il mondo: Ledesma in Patagonia, Konan in Sierra Leone, Bojinov in Bulgaria. La nostra squadra l’anno scorso era la più giovane, con una dozzina di ragazzi sotto i venticinque anni. La bontà di certi investimenti ci ha dato una certa tranquillità e quindi ci siamo aperti con decisione al territorio, come dimostra la nostra «Primavera», con quattordici pugliesi».

Globale e locale, quindi si intrecciano, anche nei vivai. In quelli di recente esplosione e in quelli che sono ormai un classico, come il settore giovanile dell’ Atalanta, il migliore d’ Italia nel rapporto ragazzi-professionisti: «È doveroso salvaguardare il nostro lavoro – dice Mino Favini, responsabile di tutto il vivaio bergamasco – anche se capisco i dubbi avanzati dall’ Unione Europea. La cosa più importante in ogni caso è che ci si interessi concretamente alla realtà giovanile. Ci vogliono delle regole, ad ogni livello, perché il mercato non si impadronisca completamente anche dei ragazzi più giovani. Penso ai due diciassettenni del Parma che sono stati presi dall’Arsenal. A me capitò con Dalla Bona al Chelsea e so che cosa vuol dire: bisogna metter fine a questo saccheggio, anche da parte nostra, inutile nasconderselo. Noi comunque abbiamo ragazzi africani o sudamericani, ma li selezioniamo con cura e soprattutto li inseriamo in maniera scrupolosa nel nostro ambiente, grazie a strutture ed istruttori di grande livello. Il discorso vale anche per gli italiani, non a caso l’ Atalanta porta tanti ragazzi in prima squadra. Quest’ anno è toccato a Montolivo e Pazzini. Gli anni scorsi a Pelizzoli, Morfeo, Locatelli, Tacchinardi. È un circolo virtuoso che nelle grandi squadre è più difficile. Il problema infatti è proprio quello di mettere in orbita i ragazzi e credere in loro».

Una questione in più per un Paese che ha visto sfilare all’Europeo i vari Ronaldo, Rooney, Torres e Baros. «Noi avevamo solo Cassano – osserva Vatta -. Ma forse qualcuno si è dimenticato che il c.t. dell’ Under 21 non lo voleva nella sua squadra. Questo è un fatto gravissimo, che però in un calcio che ha maltrattato Roberto Baggio, non mi stupisce nemmeno più».

Mercato aperto, quote per i settori giovanili, voglia o necessità di puntare sui giovani talenti: il vivaio è diventato una giungla molto intricata.

Francesco Rocca, tecnico dell’Under 20 vuole fermarsi e mettere dei paletti: «La proposta del presidente del Coni Petrucci è buona, perché il serbatoio del nostro calcio va tutelato, senza dubbio. Ma la realtà che più mi preme sottolineare è che serve un’ etica rigorosa per chi lavora con i ragazzi. Qui stiamo parlando della vita e della formazione dei giovani: gli effetti della sentenza Bosman hanno travolto alcuni punti fermi del nostro ambiente e tutti gli operatori devono sforzarsi di capire che l’ aspetto educativo è un’esigenza fondamentale. I ragazzi non vanno illusi, ma aiutati a crescere come persone, prima che come calciatori. La moralità della cosa, al di là delle norme che possono essere studiate, non è affatto secondaria per far sì che la scuola italiana rimanga ad alti livelli. Se nelle squadre ci sono pochi ragazzi è colpa delle società che prendono stranieri di bassa qualità a basso costo. Il serbatoio del calcio italiano va salvaguardato ma serve un’ etica per far crescere meglio i ragazzi».

Commento. Con queste parole si concludeva un pezzo editoriale di grande pregio, improntato con speranza alla ricerca dell’innovazione e del cambiamento. Il grido d’allarme: “Salviamo i vivai prima che sia troppo tardi” pareva lanciato come un ultimo disperato “sos”. Nella realtà dei fatti, domenica 23 novembre, a distanza quindi di un decennio, il derby stracittadino della Madonnina (posticipo della 12° giornata) che è stato giocato al Meazza dal Milan di Filippo Inzaghi e l’Inter di Roberto Mancini, ha visto la partecipazione all’evento su 27 atleti scesi in campo (panchinari compresi) di solo 5 calciatori di nazionalità italiana (così pochi che possiamo anche elencarli: De Sciglio, Bonaventura, El Shaarawy e Poli, entrato a partita in corso, nel Milan, Ranocchia nell’Inter).

Pensiamo che si sia superato il limite! Il massimo campionato di calcio (la Serie A) è infatti diventato, nonostante tutti i buoni proponimenti sbandierati, sempre più in una sorta di “legione straniera”. Siamo di fronte ad incontri disputati da squadre imbottite di giocatori venuti dall’estero ed è così che i calciatori italiani in molte partite si contano sulle dita di una mano.

Il club dell’indonesiano Thohir si è confermato inoltre il meno “autarchico” d’Italia e quasi non bastasse ovviamente, l’1-1 finale porta anch’esso la firma di due stranieri. Poi non lamentiamoci se la Nazionale è piccola piccola; Antonio Conte è costretto a fare quel che può con ciò che passa (poco…) il convento. Ed anche se il manico azzurro è buono i calciatori di qualità scarseggiano, per i motivi che abbiamo esaminati e che da tempo come dimostra l’articolo “ripescato”, ci affliggono. Ovvia conseguenza di un “Sistema Calcio Italia” che non investe sui giovani calciatori italiani ma preferisce puntare sugli stranieri.

Una volta era diverso. Tanto per fare un nome, un talento come Evaristo Beccalossi (ex numero 10 dell’Inter, che proprio in un derby, quello del ’79, vinto dai nerazzurri 2 a 0, fece un gol d’istinto al volo di destro, il suo piede meno abile, molto simile alla rete con cui il francese Menez ha momentaneamente portato in vantaggio i rossoneri), non ha mai indossato in carriera la maglia della Nazionale maggiore. Un po’ per il carattere e un po’ per il pessimo rapporto con i ct dell’epoca, ma, molto è dipeso dal perchè l’Italia degli 70 e 80 abbondava di centrocampisti di qualità; così come abbondava di difensori, portieri e attaccanti. Già, una volta. La realtà purtroppo oggi è ben diversa, ma c’è ancora chi non smette di credere che ce la si possa fare a recuperare le posizioni perdute e allora forza e coraggio e avanti con i giovani, specie con i “nostri” giovani!

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