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Calcio, lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia: il Football Observatory del Cies

Savona. L’Osservatorio del Calcio è un gruppo di ricerca sito presso il Centro Internazionale di Studi di sport (Cies), una fondazione privata affiliata all’Università di Neuchâtel, in Svizzera.

Istituito nel 2005 dai dottori Raffaele Poli e Loïc Ravenel, è attualmente composto da uno staff di quattro ricercatori permanenti a tempo pieno specializzato nell’analisi statistica del calcio.

Dal 2005, la Football Observatory Cies ha pubblicato relazioni annuali sui club e sui giocatori professionisti a livello europeo. Inoltre, è stata regolarmente incaricata a svolgere una originale ricerca da diverse istituzioni prestigiose come la Fifa e la Uefa, ma non solo, anche da: Club Association (Eca), European Professional Football Leagues (Epfl), Swiss Football League (Sfl), come così come da top-flight di club europei in diversi paesi.

Nella primavera 2013 è stato reso noto da Sportingintelligence uno studio, basato sull’enorme mole dei dati presenti nei database dello svizzero Cies Football Observatory e relativo allle società calcistiche mondiali che hanno contribuito allo sviluppo, dai 15 ai 21 anni, dei giovani calciatori presenti nelle rose dei club che nella stagione hanno frequentato i campi dei massimi campionati più importanti della scena europea (Premier League, Liga, Serie A, Bundesliga e Ligue 1).

All’avanguardia sin dalla sua creazione nel 1950, il settore giovanile dell’Atalanta come constatabile non colleziona solo successi sportivi (15 in totale negli ultimi 20 anni) ma si conferma come ambiente ideale per la costruzione calcistica e umana di futuri campioni. E’, infatti, la Dea bergamasca la prima squadra italiana nella classifica dove occupa l’ottavo posto, a livello europeo unica squadra della penisola nelle top 15. Dalle giovanili nerazzurre sono usciti (dopo averne fatto parte per almeno tre anni tra i 15 e i 21 anni) ben 21 calciatori che frequentano i massimi campionati europei, 5 dei quali ancora in forza all’Atalanta.

Ritornando alla classifica stilata da Sportingintelligence, il primo posto va, come prevedibile, alla cantera del Barcelona con 38 protagonisti in giro per l’Europa, 14 dei quali attualmente nelle file blaugrana. La squadra catalana precede l’Olympique Lyonnais (31), il Real Madrid (29), lo Stade Rennais e il Manchester United (24). Per farsi un’idea dell’intero movimento giovanile nazionale basta consultare la classifica generale delle società italiane (annata 2013), diverse delle quali nel corso dello speciale “Settore Giovanile” diretto e coordinato dal ct Felicino Vaniglia verranno attentamente monitorate.

L’elaborazione predisposta estrapolando i dati relativi alle società italiane propone alcuni spunti interessanti di riflessione. Dei 270 calciatori cresciuti nei vivai italiani e che frequentano i cinque maggiori campionati europei ben il 31% arriva dai primi cinque club della classifica che, peraltro, seguono modelli diversi. Molto simile al modello bergamasco è quello della Roma basato su una forte radicazione nel territorio. La Juventus, sin dai tempi dell’ingaggio del diciottenne Alessandro Del Piero, appare più orientata all’acquisto di giovani che sono già passati attraverso una prima sgrezzatura in altre società, mentre negli ultimi anni l’Inter ha addirittura inserito in misura massiccia nelle sue squadre giovani stranieri.

Si tratta, come impostazione, del modello Udinese che si trova agli ultimi posti della classifica poichè la squadra di Pozzo, con la sua rete di osservatori, cerca talenti già formati:ricordiamo che Alexis Sanchez, ad esempio. arrivò allo Stadio Friuli quando aveva già venti anni come Kwadwo Asamoah, Mauricio Isla a 19 anni. Le prime 20 squadre, se si esclude il Treviso che, in ogni caso, fino all’estate del 2009 frequentava la serie B, hanno cresciuto due terzi dei calciatori a dimostrazione del fatto che le risorse economiche sono diventate fattore fondamentale e che solo i grandi palcoscenici, seppure vissuti ai margini, forniscono la visibilità necessaria a proseguire la carriera mentre nel contesto della Lega Pro potrebbe solo nel futuro dare gli attesi frutti la riforma dei Campionati volta ad un maggior utilizzo dei giovani e allo sviluppo dei vivai.

Sentendo i verdetti dei bene informati parrebbe che attualmente nel calcio europeo girino più soldi che mai, che i giovani latitino e che il mercato evolva sempre più verso una ricerca di investimenti finanziari. Un’autorevole analisi statistica per testare la veridicità di queste affermazioni è stata commissionata allo Studio Demografico del Cies sul mercato del lavoro del football composto dagli oltre undicimila calciatori che hanno militato nei 31 campionati europei nell’anno solare 2013.

Questa sesta edizione del tradizionale dossier (appena messa in rete) ha rivolto il proprio interesse all’analisi dell’evoluzione del popolo dei calciatori pro (11.653) e dei loro rapporti contrattuali con i 427 club che li hanno mandati in campo e se li sono scambiati in una girandola di affari senza precedenti, per certi versi inspiegabili nell’attuale situazione di crisi economica globale. Per esempio.

Siete convinti che nel calcio italiano non giri più un soldo? Macché. I campioni scappano, è vero, ma ben 404,9 milioni di euro erano stati bruciati nella penultima sessione estiva del calciomercato italiano, 32 più della Liga spagnola dove il solo Gareth Bale era costato al Real Madrid 101 milioni.

Pensate che la Serie A assomigli all’Italia, ovvero non sia un campionato per giovani? Pensate bene. E’ il torneo più vecchio del continente: 27,3 anni di età media, un solo giocatore under 21 per squadra, talvolta neanche quello.

L’ultima fotografia scattata dai ricercatori del Cies certifica che il calcio professionistico europeo continua a fare i conti con dinamiche contraddittorie che non promettono granché bene per il futuro. Il peso dell’incertezza economica condiziona la logica della maggior parte dei club, eppure il volume dei trasferimenti di calciatori nel 2013 ha toccato un picco storico, con una spesa complessiva oltre i due miliardi di euro. Il 41,3% dei club europei è composto di giocatori che hanno cambiato maglia nel corso del 2013, in media 10 nuovi acquisti per squadra (e nel sud Europa il numero sale fino a 12). Un trend difficile da capire in un panorama che a parte poche eccezioni (gli sceicchi, i magnati russi), vede un po’ dappertutto presidenti che piangono miseria, faticano a pagare stipendi, dichiarano bancarotta.

Secondo l’Osservatorio svizzero, sul mercato del calcio europeo si è abbattuta un’ondata speculativa che vede nei giocatori degli asset finanziari molto più che degli atleti. Buoni per la borsa, per il campo si vedrà. E se anche la percentuale dei calciatori stranieri presenti nelle leghe europee ha continuato a crescere arrivando a toccare la quota record del 36,8% (per la prima volta in Italia è stato addirittura sfondato il muro del 50), l’altro dato allarmante segnalato dal team di studiosi del Cies è la progressiva diminuzione del numero di giocatori del vivaio promossi stabilmente in prima squadra: il 21,2%, in costante discesa dal 2009, con record negativi che nonostante gli obblighi e le nuove regole introdotte dall’Uefa in materia, vedono il calcio italiano tristemente in prima fila. Le squadre di serie A contano solo sull’8,4% di giocatori cresciuti in casa contro il 23,6 della Francia, il 21,1 della Spagna, il 16,6 della Germania e il 13,6 dell’Inghilterra. L’Atalanta è la squadra che più di tutte in Italia crede nei propri giovani (28,6%, comunque lontanissimo dal 64% del Barcellona) ma ci sono almeno sei club (Inter, Udinese, Catania, Torino, Chievo, Parma) che lo scorso anno non hanno mai schierato un ragazzo proveniente dalle giovanili, neanche per un minuto.

A livello continentale poi, sono solo quattro le società che nei cinque tornei più ricchi d’Europa hanno una maggioranza di giocatori provenienti dal vivaio: Barcellona, Atheltic Bilbao, Real Sociedad e Lione. Tutte le altre preferiscono comprare. La conclusione dell’Osservatorio è che oggi i club europei muovano giocatori più per lucro che per un autentico interesse sportivo. E che sarebbe dunque urgente un meticoloso ripensamento delle regole per proteggere il football e i suoi protagonisti dalla natura speculativa del calciomercato. Tra gli autori dello studio c’è un giovane ticinese, Raffaele Poli, una laurea in geografia e una in sociologia, milanista, direttore dell’Osservatorio calcistico avendone avviato il progetto nel 2005 grazie ai fondi della Fifa e dell’Università svizzera di Neuchâtel dove Poli era migrato per un dottorato di ricerca in scienze umane. Il suo lavoro e quello dei ricercatori del Cies è oggi considerato una delle fonti più affidabili e indipendenti per lo studio delle complesse dinamiche dello sport globalizzato. Infatti a Neuchâtel c’è la fila di Federazioni, club e multinazionali che vogliono avere informazioni e consigli su come governare meglio il giocattolo sportivo. E pur essendo il Cies un’organizzazione no profit, il suo profilo twitter spiega perfettamente, in meno di 140 caratteri, l’obiettivo del Centro: influenzare il modo in cui lo sport è gestito a livello mondiale.

“Più sappiamo, più vogliamo sapere”, è il mantra dei ricercatori dell’Osservatorio, l’avanguardia di una rivoluzione dei numeri che lontano dalle orecchie dei tifosi sta effettivamente cambiando l’approccio all’organizzazione dello sport più amato del mondo. Partendo dal presupposto che nel calcio del nuovo secolo molto possa essere spiegato o addirittura previsto studiando i dati, con tanti saluti a quello che Gianni Brera chiamava una volta “mistero senza fine bello”.

Per il suo “Studio demografico sul calcio”, l’Osservatorio di Neuchâtel ha diviso il campo di ricerca in 5 aree geografiche (l’Italia è compresa nell’area sud con Spagna, Portogallo, Turchia, Grecia, Cipro e Israele) ma ha tenuto ovviamente conto del livello di competitività dei vari campionati sulla base dei risultati ottenuti dai club nelle competizioni europee (la seria A fa parte della prima fascia con le leghe di Inghilterra, Spagna, Germania e Francia). Sono in tutto 96 pagine ricche di statistiche, informazioni e possibili chiavi di lettura che sul sito dell’Osservatorio è disponibile gratuitamente in una versione ridotta che ne riassume gli elementi fondamentali. Tra cui vale la pena di ricordare i seguenti:

1) quello del calcio è un mercato del lavoro assolutamente “internazionalista”: la metà esatta dei calciatori (49,3%) ha già sperimentato nel corso della sua carriera un’esperienza all’estero;

2) fedele al suo nome, l’Inter è la squadra più cosmopolita d’Europa, con l’89% della rosa composta da atleti stranieri;

3) il Brasile resta il primario serbatoio di emigranti della pedata diretti in Europa ma il loro numero (471) è in calo e alle sue spalle avanza la Francia con 306 expatriates;

4) dopo Cipro invece, l’Inghilterra è il paese che ospita il maggior numero di calciatori stranieri (60,4%) e anche quelli con più presenze in nazionale (44,3%), conseguenza dei ricchissimi diritti tv che fanno della Premier League il campionato più globale del mondo (ma anche quello più indebitato);

5) il Barcellona è il club dove i giocatori si fermano più a lungo, in media 5 anni e mezzo, e dove crescono di meno in termini di altezza, anche se Messi e compagni non sono i più bassi d’Europa, superati in questa speciale classifica dagli israeliani del Bnei Sakhnin;

6) l’Ajax è la vera casa madre del calcio europeo, avendo formato all’interno della famosissima Academy di Amsterdam ben 69 giocatori sparsi un po’ in tutta Europa; subito dietro i lancieri, ci sono il Partizan Belgrado (66) e il Barcellona (61);

7) l’Italia infine primeggia con l’Inghilterra in un’altra statistica tutt’altro che lusinghiera, quella delle rose extra large. Ogni squadra di Serie A ha in media 26,8 giocatori sotto contratto e il dato sorprendente è che a vincere la gara della sovrabbondanza non siano i club più quotati che disputano le coppe europee ma il piccolo Chievo Verona, che ne conta addirittura 31 (tre in meno degli inglesi del Crystal Palace, ufficialmente il club più popoloso d’Europa).

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