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Calcio, lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia. “Cinto” Ellena: l’incommensurabile talent scout granata

Savona. Giacinto Ellena è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo mediano, che militò principalmente nel Toro. Era soprannominato “Cinto” (diminutivo del suo nome, Giacinto) e Gamena. Nato a Torino nel 1914, già da ragazzo ebbe l’emozione di assistere all’inaugurazione del Filadelfia nel 1926 ed iniziò a giocare a calcio nelle giovanili dell’Itala, squadra locale, prima di passare alle giovanili granata, al tempo chiamate Balon Boys in onore di Adolfo Baloncieri.

Dopo la trafila d’ordinanza, passò in prima squadra nel 1934 ed esordì in Serie A il 21 gennaio dello stesso anno in Fiorentina-Torino 1-1, in quella che rimase la sua unica presenza in quella stagione. Nell’estate 1934 passò in prestito per una stagione alla Vigevanese in Serie B, disputando 28 gare da titolare, tornando nei granata la stagione successiva dove formò, insieme a Federico Allasio e Cesare Gallea, il centrocampo detto “delle sei L”. In tre stagioni marcò una rete in 68 gare, vincendo inoltre la prima Coppa Italia della sua carriera.

Nel 1938 fu acquistato dal Milan, nel quale però non riuscì a trovare molto spazio, giocando solo sei partite in campionato e tre in Coppa Italia. Nella stagione successiva passò invece alla Fiorentina, dove fu titolare per due stagioni nelle quali giocò 60 gare nella massima serie segnando una rete e dove conquistò la sua seconda Coppa Italia nella stagione 1939-1940.Fu proprio a Firenze, che Ellena ebbe modo di giostrare con il Sistema, imparandone i movimenti e il gioco. Nel 1941 tornò invece al Torino e poichè Novo impartì a Kuttik l’ordine di passare al nuovo modulo, divenne una delle chiavi tattiche di quella squadra, retrocedendo al centro della difesa, con a fianco Ferrini e Piacentini. Stava nascendo lo stopper ed Ellena fu il primo, in quel neonato ruolo, a centrare obbiettivi e soddisfazioni.Giocò con la maglia granata altri tre campionati (compreso il Campionato Alta Italia 1944, durante il conflitto bellico) disputando in totale 72 partite e aggiungendo al suo palmarès nel 1942-1943 sia lo Scudetto (vinto a Bari con gol all’ultimo respiro di Mazzola, il primo dei cinque consecutivi vinti dal Grande Torino) che la Coppa Italia (di quella formazione, oltre a “Cinto” Ellena facevano parte anche Mazzola, Gabetto, Loik, Grezar, Menti, Ossola, Ferraris, Gallea).

E’ proprio nel campionato 1942-43 che quando Kuttik venne sostituito da Janni, il Toro produsse il gioco più sorprendente: era la prima volta infatti che una squadra sistemista riusciva ad affermarsi in Italia. In corsa su due fronti, il Toro in quell’anno centrò tutti gli obiettivi. La guerra rovinò anche la sua carriera, che lo vide già più che trentenne, dopo un anno di fermo, nel 1945, abbandonare il Torino visto che il suo posto in squadra era stato preso da Rigamonti. Ellena riprese le valigie in mano e vagò l’Italia, giocando in campi minori, fino ad appendere le scarpe al chiodo all’inizio degli anni ’50. Al riaprirsi del campionato nel 1945 venne infatti ceduto all’Alessandria (il suo non fu un addio al Toro, ma fu solo un arrivederci) dove rimase per due stagioni giocando 16 gare in Serie B (la squadra conquistò la promozione in massima serie).

In A, Ellena non giocò nessuna partita con i piemontesi, e venne ceduto nell’estate del 1947 al Legnano, nuovamente nella serie cadetta. Nel 1947-1948 militò dunque nella formazione lombarda, giocando tutte le 34 partite di campionato da titolare : con i lilla rimase solo una stagione prima di passare al Cesena, in Serie C, dove ricoprì il doppio ruolo di giocatore-allenatore nel 1948-1949, giocando 14 partite senza alcuna rete siglata. Dopo un anno tornò nuovamente al Cesena, nel quale disputò le sue 2 ultime partite ufficiali prima di ritirarsi dal calcio giocato. Intrapresa la carriera di allenatore, in seguito alla prima esperienza al Cesena, passò nel 1949-1950 alla Pro Vercelli in Serie C: la squadra perse gli spareggi per la retrocessione ma venne in seguito ripescata. La stagione successiva venne ingaggiato dal Casale, venendo esonerato nel mese di gennaio del 1951. Rimase senza panchina per poco, poiché ripassò al Cesena fino al termine della stagione e restò alla guida del club anche nel 1951-1952, ma fu esonerato prima del termine dell’annata e sostituito da Aldo Neri. Il 18 febbraio 1952 passò al Genoa in B, ottenendo la promozione in A nella stagione successiva grazie al primo posto in classifica.

L’anno seguente con la Pro Patria, ottenne la sua seconda promozione consecutiva in A, dopo il secondo posto nella Serie B 1953-1954, dopo aver vinto lo spareggio ai danni del Cagliari. Lasciati i lombardi, fu assunto dal Treviso ma venne esonerato dopo alcuni mesi a causa degli scarsi risultati ottenuti. Nel 1955 venne ingaggiato dal Ravenna, club con il quale ottenne una promozione in serie C al termine della stagione 1956-1957 e dove rimase fino all’estate del 1958, anno in cui passò alla guida delle giovanili del Torino, sedendo anche sulla panchina della prima squadra in tre occasioni: nel gennaio 1959 per una sola giornata, nel 1960 in serie B per poche settimane per sostituire Imre Senkey e nel 1963 al posto di Beniamino Santos. (in quella che fu l’ultima gara di campionato giocata al Filadelfia : la partita fu Torino-Napoli e terminò 1-1).

Anche dopo aver lasciato la guida delle giovanili granata, rimase nello staff dei torinesi per diversi anni, nel ruolo di osservatore e talent scout: suo il merito di aver scoperto talenti del calibro di Paolo Pulici, Diego Fuser, Dino Baggio, Renato Zaccarelli e Franco Causio (giusto per citarne alcuni).

Ritiratosi dal mondo del calcio ultraottuagenario, si è spento il 33 novembre 2000, giorno del suo ottantaseiesimo compleanno, dopo una lunga malattia. Poco prima di morire, il Torino, nella persona dell’allora presidente Attilio Romero passò una porta, in via Leonardo da Vinci (zona piazza Carducci) per rendere l’estremo saluto ad un mito che del Torino fu molto più che bandiera e storia. Stava infatti morendo Cinto Ellena, classe 1914, “il ragazzino che vide nascere lo stadio degli Eroi Granata”, una vita al Torino e per il Torino.

Ecco come rispondeva “Cinto”, simbolo del granatismo più puro, una vita trascorsa sotto le insegne del Toro a Vladimiro Caminiti (il giornalista-poeta di fede juventina mancato nel 1993) in una sua celebre intervista pubblicata nel testo “La Storia del Torino” di cui riportiamo gli stralci più significativi:

Chi non ci ha abitato vicino, chi non ha calpestato per anni lo stadio Filadelfia di Via Filadelfia a Torino, quella bella costruzione a guardar bene un po’ barocca, non può conoscere il Torino. Il Torino inteso come squadra di calcio nacque e prosperò in questo stadio e vi ebbe un lungo, incancellabile rapporto d’amore con la sua gente. Lo stadio Filadelfia come lo stadio di Bologna, appartiene ad una stagione del calcio più teatrale e più scopertamente ingenua; non si concepiva lo stadio per centomila, ma lo stadio per trenta mila … e si voleva il prato a contatto con la gente, la gente col respiro sul prato. Chi tifava Toro era – ed è – del popolo, si sgrumava lavori duri, poteva essere uno scheletro o uno scorpione nelle sue fattezze anatomiche, ma una volta entrato in quel recinto si beatificava di tifo granata e diventava un uomo vero. La polemica con quelli della “goba”, più o meno interessatamente o stoltamente dilatata nel senso politico, nacque al Filadelfia. I primi derby al Filadelfia tra Torino e Juventus furono guerre di popolo. Chi non ci ha abitato, e non ha calpestato per anni lo stadio Filadelfia, non conosce evidentemente Cinto Ellena che del Torino può considerarsi espressione ed anche simbolo. Non si deve esagerare, ma quest’uomo di media statura, col sorrisino civettuolo, che ebbe in gioventù tante avventure galanti, fu una quercia della squadra in tempi in cui i granata venivano pagati meno e sudavano di più anche perché erano peggio allenati. Questo signor Cinto Ellena vide l’inaugurazione del Filadelfia, datata 1926, quando aveva dodici anni … inoltre ha diretto il Torino proprio nella stagione in cui ha giocato le ultime partite di serie A sul suo vecchio prato, cioè dal 1° gennaio 1963 alla fine di quel campionato…Travestito da uomo del passato e della nostalgia, in realtà Ellena appartiene al Torino di Radice perché ci ha portato in dono due cose, ad esempio, i due bomber: Pulici e Graziani.

Ma parliamo con lui, diffusamente, cominciando da quel giorno del 1926, inaugurazione dello stadio Filadelfia.

Cosa può dirci di quel momento magico?
“Lo stadio fu inaugurato nel 1926 con Torino-Alba Fortitudo di Roma: 4 a 2 (invece fu 4 a 0, il 17 ottobre 1926. Evidentemente il ricordo ha subito un trauma negativo. L’Alba non segnò alcun goal a Latella. Tre goal di Libonatti ed uno di Rossetti II, ndr)

Cosa ricorda di quella storica partita?
“Avevo dodici anni. Attorno allo stadio c’erano solo prati. Arrivarci fu una avventura per noi che stavamo alla Gran Madre di Dio. Prima, prendemmo il 21 che ci lasciò in piazza Carducci e poi il tram numero 11. Moltissimi vennero in bicicletta. Anche se lei penserà che lo dico per via dei meridionali, Torino nel 1926 era piccola ma più bella, era più tranquilla, più semplice e pulita in tutti i sensi”.

Come nacque la sua passione per il Toro?
“Lo studio non mi piaceva poi tanto, andò a finire che studiavo di sera per conseguire il diploma di avviamento al lavoro, anche se non mi entusiasmava nemmeno lavorare. Era il calcio che amavo. Un mio insegnante a scuola, il professor Musso che aveva giocato come portiere di riserva nel Torino, parlava sempre, a me ed al mio povero fratello, di calcio, ed un giorno ci portò a Torino al campo di via Sebastopoli e ci regalò un pallone nuovo. Io avevo dieci anni e da quel momento diventai tutto granata”.

E’ giusto affermare che chi non ha frequentato o calpestato lo stadio Filadelfia non può conoscere il Torino?
“Direi proprio di sì”.

Perché?
“Perché quello stadio trasuda una mentalità che sarà fin troppo passionale ma è quella del Torino”.

La Torino popolana che esprime Ellena, figlio di un brigadiere dei pompieri, è la stessa che affolla le scale del Filadelfia per un allenamento. Il tifo è rumoroso e risentito in permanenza coi “gobbi” per motivi del substrato sociale, i “gobbi” non sono soli, non si sudano i loro scudetti. Li trovano per strada. Questa la tesi di fondo. Il Torio insomma combatte e spera, il Toro è una fede. La cultura del tifoso granata è come quella di Ellena, uscita dai prati di calcio.

Come era quella squadra in cui esordì nel 1934?
“Allora era un Torino fatto di sudamericani, giocavano tutti bene la palla e correvano poco. Giudicelli era un artista, un palleggiatore finissimo, giocava col baschetto, da centromediano impostava il gioco per tutti, si diceva che la sera andava a letto tardi”.

Anche lei?
“Io dovevo fare la vita da certosino, non avevo un gran fisico, la forza me la tenevo per le partite. Ho giocato circa 200 partite nel Toro anche se ufficialmente ne risultano 117”.

Un aneddoto curioso relativo allo scudetto del 1942/43?
“Mi ricordò bene della trasferta scudetto a Bari. Sentivamo talmente quell’impegno che Novo, per timore che tifosi o altri viaggiatori potessero disturbare la squadra, fece apporre sulla fiancata del vagone la scritta “malati in quarantena”. Nessuno naturalmente osò disturbarci”.

Qual è stata la sua ultima partita nel Torino?
“A Losanna, subito dopo la guerra, nel settembre ’45, quel Torino aveva Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, me e Casigliano, Menti, Loik, Gambetto, Mazzola, Ferraris II. Fu la mia ultima partita nel Torino che poi acquistò Santagiuliana…”

Indiscutibilmente, Giacinto Ellena è stato uno di quei leggendari personaggi che ha legato la sua vita al Torino come pochi altri. Come abbiamo narrato, conclusa la sua lunga esperienza da allenatore ed il suo incarico da responsabile tecnico delle giovanili, Ellena, rimase al Toro con il ruolo di osservatore e diede un contributo fondamentale alla costruzione che vinse lo scudetto nel ’76. Fu infatti lui a scoprire i grandi calciatori del secondo ciclo vincente del Toro. Uomo molto amato dalle donne (un suo flirt finì strombazzato dai giornali nel 1955) Ellena incarnò per anni, anche durante la vecchiaia, la memoria e la testimonianza del Cuore Toro. Difficile rinasca uno come lui, perché Ellena era il Toro del Filadelfia, quello battagliero in campo e attento in sede, quello che aveva occhi e orecchie in tutti i campi di periferia della città e in tutti i campi minori d’Italia.

Dimostrò da giocatore di aver un futuro come mister. Allenò infatti anche la prima squadra (quando la società glielo richiese), per brevi spezzoni dal 1959 al 1963. Erano anni speculari a quelli del suo esordio da giocatore con la squadra (Talmone Torino) retrocessa, poi promossa e protagonista di stagioni bizzose. Fece il suo, ma, pur essendo un gran conoscitore di calcio, i migliori successi li colse come osservatore entrando in quella rete di talent scout che rese celebre il club granata; “Cinto” scoprì talenti in quantità da Paolo Pulici a Dino Baggio (una lista interminabile di campioni) dedicando il resto della sua vita al Torino ed insegnando ai giovani a diventare campioni sul campo e nella vita.

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