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Calcio, lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia: Adolfo Baloncieri, un eroe del calcio che non c’è più

Savona. Adolfo Baloncieri (Castelceriolo, 27 luglio 1897 – Genova, 23 luglio 1986) è stato un allenatore di calcio (Torino, Comense, Milan, Novara, Liguria, Napoli, Alessandria, Chiasso, Sampdoria, Roma, Palermo) e calciatore italiano (Alessandria, Torino, Comense e Nazionale), di ruolo centrocampista.

La critica è sostanzialmente unanime nel collocarlo tra i più grandi calciatori d’ogni epoca. Gianni Brera lo considerava il miglior interno di tutti i tempi al pari di Giuseppe Meazza e Valentino Mazzola, e Carlo Felice Chiesa ha scritto nel 2010: “Se fosse possibile una graduatoria assoluta dei grandi registi del calcio mondiale di ogni epoca, probabilmente Adolfo Baloncieri, atleta di un tempo tanto remoto rispetto al nostro, finirebbe tra i primi, se non il primo in assoluto”.

Le sue prime esperienze da allenatore risalgono agli anni Venti. Nel corso di un’intervista fattagli nel 1932 dichiarò infatti di aver esordito da trainer guidando l’Alessandria nella stagione 1924-1925 (anno in cui però altre fonti danno come coach l’ungherese Gonda), seguendo la preparazione di “ben cinque squadre di Macerata e dintorni” nell’estate 1927 e soprattutto occupandosi attivamente della creazione, nel 1928, della formazione giovanile del Torino (l’attuale Primavera), una sezione chiamata in seguito in suo onore Balon Boys (venne affidata dopo di lui, a Carlo Rocco alias “Carlin”) ed in allora allenata da Karl Sturmer.

E’ proprio in quel periodo infatti che iniziarono a svilupparsi i settori giovanili delle grandi squadre, che dovevano divenire i veri serbatoi di risorse per le formazioni principali. Si può affermare che è sin da allora che decise di dedicare la sua vita ai giovani calciatori, divenendo una dei primi pionieristici esempi di giocatore di prima squadra e contemporaneamente allenatore di ragazzi. Dalle sue giovanili granata in quel periodo passarono in prima squadra e militarono in Serie A diversi giocatori importanti come Bo, Lorini, Rosso, Borel I a che emersero campioni calibro di Raf Vallone, Federico Allasio, Giacinto Ellena, Cesare Gallea.

Cresciuto calcisticamente alla scuola alessandrina di George Smith, ne portò avanti le istanze, mostrando interesse in particolare per la crescita dei talenti; oltre a quelli già citati, durante la sua carriera lanciò, tra gli altri Luigi Cassano e Michele Borelli ad Alessandria e Carlo Alberto Quario a Como.A questo eroe d’altri tempi il compianto giornalista sportivo Gianni Brera ha dedicato quasi trent’anni fa questo commovente ricordo che vogliamo riproporre integralmente per onorare la memoria di un grandissimo del calcio che si è speso a favore dei giovani

“E’ morto a Genova, dove abitava dall’ anteguerra, il cav. Adolfo Baloncieri. Stava per compiere gli 89 anni. Lo ricordo qui con il magone di non poter gettare una zolla di terra sulla sua bara a Staglieno. Lo stesso dispiacere ho provato per non poter seguire il feretro di Alfredo Binda, grandissimo fra i grandi campioni prodotti dal ciclismo italiano. L’ ha degnamente ricordato mio fratello Mario Fossati e per ora mi basta. In Baloncieri ho forse amato la mia adolescenza. Allenava il Milan nel 1935 (me par). Mi chiamava “Crapotti” e non sopportava che sghignazzassi quando pretendeva che, imitando Luis Monti lanciassi le distantissime ali tenendo bassa la palla. “Fa’ l’avocatt!” m’ingiungeva disgustato. Però gli piacevo, e penso che se non ci fosse stato di mezzo Scaramba (il fratello borsista di Luigi Scarambone), forse m’avrebbe accettato fra i suoi “dipendenti”.

Amavo Baloncieri sentendomi fiero di averlo mai interessato. Avevo assunto informazioni precise: “Balon” era di classe superiore. A dirmelo era stato Meazza, per il quale tutti erano discreti ma troppo lenti (l’è brao ma lento, diceva). Al mondo esistevano solo Meazza e pochi altri: fra questi pochi, l’ungherese Giorgio Sarosi, un mediano tedesco a nome Kupfer e il mio caro maestro Baloncieri. Il quale somigliava un nordico schietto. Era dolicocefalo, biondo e longilineo, ancorchè di mediocre statura. Somigliava a Goesta Olander, di Volodalen, e a Sebastian Coe di Sheffield (egli era, è così grande che una sera a Firenze l’ ho visto correre per defatigarsi, dopo un mondialissimo 1’41″73 sugli 800, e neanche soffiare in affanno per così mirabolante impresa). Baloncieri è nato, per l’anagrafe, a Castelceriolo di Alessandria il 27 luglio 1897.

Poteva dunque dirsi un “mandrogno” come Banchero, Ferrari e Rivera. Gli alessandrini sono gli australiani dell’antica Lombardia: i leghisti lombardi hanno fondato Alessandria nel 1161 per contenere il Conte di Biandrate, fedele suddito del Barbarossa: a popolare Alessandria erano stati mandati galeotti e puttane (cioè le donne più desiderabili): non per altro gli alessandrini sono fra i più belli d’ Italia. Sono diventati piemontesi nel 1738: in realtà, parlano il dialetto dei lombardo-liguri del sud. Comunque, Baloncieri non è alessandrino. Mi ha detto lui stesso che la sua famiglia veniva da una cascina presso Caselle, dove i piemontesi sono tali da quando i Savoia hanno rosicchiato terra, buona e fertile ai Marchesi del Monferrato. Ha imparato il calcio in Argentina, dov’è rimasto fino a 16 anni. Rientrato in Mandrolandia ed è subito stato accettato fra i grigi.

Era interno, cioè punta (fatevi spiegare che era il centravanti a rifinire e gli interni a segnare, quando vigeva il fuori gioco a tre). Aveva inimitabile stile: non per aver appreso l’arte da qualcuno ma per esser nato elegante e coordinato secondo i geni dei suoi e il volere del buon Dio. Fece il pedatore professionista e giocò soprattutto a carte, boccette e biliardo in attesa di ogni partita. Emigrò al Torino quando il conte Marone Cinzano si seccò che la Juventus di Edoardo Agnelli vincesse in campionato. Al Torino ebbe compagni Libonatti (centravanti rifinitore) e Rossetti (ma si chiamava Rosetti e veniva da Cremona, via Spezia). Libonatti era argentino.

Con “Balon” parlava stranito di Martin Fierro, un Orlando che gli argentini considerano eroe nazionale: è il gaucho immortale, mai esistito. Balon mi mandò estratti del poema copiati con grafia da ragioniere (non aveva mai avuto voglia di studiare: gli piaceva pedatare e giocare a carte). Nel Torino, come si sa, don Adolfo compì squisitezze. Arrivò alla nazionale e vi rimase, ch’ io sappia, fino al clamoroso 5-0 di Budapest (Coppa Internazionale, 1930): una foto da pionieri ce lo mostra in mutandoni bianchi mentre invita Costantino a segnare il quinto gol. Meazza doveva ricordarselo da quell’ anno, che fu anche il suo esordio in azzurro. Io l’ ho visto in baschetto alla Nenni (era già tutto pelato e si vergognava) in un Torino molto malconcio: ne prese 5 o 6 dal Milan nel derelitto San Siro del 30-31 (me par).

Poi si fece tecnico, Balon, ed era il solo indigeno in tanto imperversare di allenatori stranieri comunque cialtroni. Eravamo allora colonia mortificata e ignara. Per strabiliare i suoi allievi, Balon batteva calci dal limite mandando in cielo la palla e facendola spiovere, miracolosamente, alle congiunzioni della traversa col montante… Fu lui il primo, ch’ io sappia, a commerciare in pedatori impegnati con tanto di cartellino. Vagò per l’alta Italia e finì a Genova, dove allestì il Liguria, che scoppiò malamente a primavera. Balon – ragioniere mancato – non era abbastanza culto per complicarsi le cose con studi sul clima e sulla condizione psico-fisica. Sapeva di calcio e di tressette. Agiato, non forse ricco, perdette molte sterline in uno dei fuffigni che caratterizzavano l’ Italia di quei tempi avventurati.

Ma il più fiero dolore della sua vita era stata la perdita dell’unico figlio maschio. Gli rimase una figlia buona e diligente, professora di scuole medie. Con lei sola viveva ultimamente. Parlava poco, nascondendo gli occhietti furbi tra mille rughe. Era scettico, disamorato, stanco. Invecchiava anche lui come un mortale qualsiasi, e questo gli doveva dispiacere moltissimo. Collaborando a una storia della pedata nazionale, rivelò senza volerlo che lo scudetto vinto dal Torino nel 1927 non era stato venduto da un solo juventino, Gigi Allemandi, bensì da due. Ad aprire le gambe, sulla punizione dell’1-0, era stato infatti Viri Rosetta. Forse ci entrava Freud, sicuramente la fazione. Ma il cav. Balon, imperterrito, chiedeva che fosse riaperta l’inchiesta e che il Torino ottenesse quello scudetto regolarmente comprato.

Un giorno presi per il petto Walter Mandelli, lombardo-piemontese di notevole classe, e gli domandai perchè fra tanti “assistiti” dalla Federcalcio non figurasse un campione della forza di Baloncieri. Mandelli aggrottò la fronte, strizzò le palpebre e sbottò “Credi che non abbia voluto? uno che gioca volentieri a carte: far altro non gli piace”. Mandelli è della Juventus, mi dissi pensando male di lui, e Balon è la degna bandiera del Torino. Mi spiacque molto, non potei far nulla. Sul valore calcistico di Balon mi rimaneva la testimonianza inoppugnabile di Peppin Meazza; sul mio affetto per lui, il sospetto non infondato che proprio in Balon amassi la mia lontana e non proprio infelice adolescenza. Vedi come siamo egoisti anche in amore.

Caro cavaliere, sono fiero di te (e vi garantisco che non è un abuso: il cavaliere mi onorava della sua ambitissima confidenza). Idealmente ti sono vicino senza pregare, perchè proprio non so. Addio”.

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