"Speriamo nel Vesuvio" al Mamita di Loano, si passa il limite: minacciato di morte il figlio di 16 mesi del titolare - IVG.it

“Speriamo nel Vesuvio” al Mamita di Loano, si passa il limite: minacciato di morte il figlio di 16 mesi del titolare fotogallery

Loano. Ne hanno parlato tutti i giornali campani, e molti di quelli nazionali. Ne ha parlato Selvaggia Lucarelli in un suo post. Il sindaco Luigi Pignocca è stato costretto a diramare un comunicato stampa per respingere le accuse di razzismo, mentre il titolare Yuri Pastore in una lunga intervista ha spiegato le vere origini del nome tanto criticato.

Fin qui, però, tutto era rimasto nei limiti del confronto. Varie le sfumature, dalla boutade di “colore” all’indignazione più sincera, ma sempre all’interno di ciò che è accettabile. Qualche dubbio al limite poteva suscitarlo il “linciaggio” subito su TripAdvisor, in cui la reputazione del locale è stata devastata da decine di recensioni negative. Un locale che, in ogni caso, dà lavoro a pizzaioli, cuochi e camerieri.

Ora, però, la polemica sulla pizza “Speriamo nel Vesuvio”, creata al Mamita di Loano e accusata da più parti di avere un nome “razzista”, travalica ogni limite e si sposta in un territorio, francamente, inaccettabile. Secondo quanto raccontato dal titolare del Mamita qualcuno sarebbe arrivato a minacciare di morte il figlio, un bimbo di solo 16 mesi. Scatenando così la furia di Pastore, che se ieri ha tentato di spiegare l’equivoco con toni cauti oggi invece non si trattiene più.

“Questo messaggio è rivolto a chi ha minacciato di morte mio figlio di 16 mesi – scrive pubblicamente su Facebook – Avete fatto il salto. Ora basta”. Pastore è un fiume in piena: “Ho i nomi di tutti. Non farò distinzioni. Se succede qualcosa alla mia famiglia, a mio figlio, non farò distinzioni tra chi ha insultato, tra chi ha scritto frasi che potrebbero essere male interpretate. Non farò distinzioni – ribadisce – vi riterrò tutti colpevoli. Chi mi ha minacciato, chi mi ha insultato, la stampa che ha montato un caso nazionale. Pregate tutti il Signore che non succeda nulla a mio figlio”.

Un lungo sfogo dettato evidentemente dalla paura e dalla rabbia, ma anche, magari, dalla frustrazione di rendersi conto che a nulla sembrano valere i chiarimenti e le ammissioni di colpa. La sua pizza continua ad essere bersaglio di invettive più o meno accettabili da tutta Italia, la notizia della sua esistenza continua a “correre” sul web, mentre le sue spiegazioni sembrano non avere ascolto.

La speranza, ora, è che ci si renda conto di aver passato il segno, riportando la discussione nell’ambito di un possibile “sfottò” geografico tra Nord e Sud. Ambito in cui, crediamo, avrebbe dovuto restare fin dall’inizio.

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