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Calcio, lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia. Quattro chiacchiere con il “mago” Favini

Savona. L’artefice del “miracolo Atalanta” a livello di vivaio è il “mago” Fermo Favini. Nato a Meda il 2 febbraio del 1936, Favini, dopo una discreta carriera da calciatore negli anni Sessanta, ne ha iniziata un’altra, trionfale, come responsabile del settore giovanile, prima a Como, dove ha “allevato”, tra gli altri, Borgonovo e Zambrotta e poi, con l’arrivo di Percassi a Bergamo nel ’91, all’Atalanta.

Sotto la sua direzione, il settore giovanile della Dea ha ottenuto ben 12 titoli nazionali, fornendo alla prima squadra e, più in generale, al campionato italiano un numero incredibile di calciatori: da Locatelli a Tacchinardi, da Montolivo a Pazzini, da Pellizzoli a Morfeo, passando per Lazzari, Zauri, Padoin e tantissimi altri ancora. I risultati, ovviamente, non dipendono solamente dal lavoro di una persona, ma sono il frutto di una grande organizzazione.

Nel centro sportivo “Bortolotti” di Zingonia si allenano quasi tutte le squadre, dai Giovanissimi alla Primavera, separata dalla prima squadra solamente da una siepe alta due metri. Quella siepe che, una volta oltrepassata, segna l’inizio dell’avventura nel calcio che conta. La ricetta è tanto semplice quanto efficace: i “futuri campioni” vengono scelti già da bambini, all’età di 6 o 7 anni, in base alla loro attitudine con il pallone e allenati, fino almeno alla squadra Giovanissimi, da allenatori che siano veri e propri istruttori, attenti al comportamento sia dentro che fuori dal campo. Poi, crescendo, inizia il processo di apprendimento tattico, affidato a ex glorie del calcio, come Sergio Porrini per gli Allievi nazionali (la Berretti sino a due stagioni fa era stata affidata a Giuseppe Bergomi) e Walter Bonacina per la Primavera. Un altro dato rende merito al lavoro svolto dall’Atalanta: i nerazzurri, infatti, spendono circa tre milioni e mezzo all’anno per il settore giovanile, la metà, nel migliore dei casi, di quanto messo a disposizione dai top team italiani.

Perché, allora, questa differenza nel risultato finale?

“Semplice: oltre alla passione e all’abilità degli osservatori – come ammesso dallo stesso Favini – l’obiettivo finale dei bergamaschi non è vincere i tornei giovanili, bensì portare il maggior numero di giocatori in prima squadra, dopo averli fatti crescere il più a lungo possibile nel vivai, come nel caso di capitan Bellini, atalantino dalla squadra Pulcini”.

L’obiettivo del Cies è stato quello di individuare quanti sono giunti in prima squadra, facendo altresì emergere il livello di preparazione culturale. Il requisito richiesto era quello di possedere tre o più anni di militanza nel club nel corso della già citata fascia d’età (15-21). Le categorie censite a loro volta sono state suddivise in “Primary” (l’attuale club il primo in cui hanno militato nella suddetta fase) e “Secondary” (qualora i primi passi, invece, siani stati mossi altrove, come nel caso, giusto per citarne due, dei blaugrana Isaac Cuenca e Cristian Tello rispettivamente con CF Reus e Espanyol prima di approdare nella cantera più celebre e prolifica al mondo). Un’ulteriore classifica può essere stilata incanalando il totale tra “Primary”e”Secondary” o nella categoria “ancora nel club” oppure in quella “in altro club, ma sempre in un campionato Top 5”. Da ciò ne risulta che l’Atalanta vanta un totale di 21 giocatori considerati e tutti nella fascia “Primary”, di cui 5 militano oggi tra gli orobici mentre 16 in altre squadre. Perchè, percorso parallelo ai “mostri sacri” Messi, Iniesta e Puyol (che contribuiscono a far salire a 38 la quota complessiva dei catalani), l’hanno fatto anche i vari Bellini, Capelli e &. Allora ecco che La Masia, fucina degli assi del Barcellona, si scopre essere non cosi lontana da Zingonia. E possiamo star certi che in Europa, dai “campioni di tutto”, alle merengues fino ad arrivare a Manchester United e Bayern Monaco (che occupano la quinta e la sesta in classifica), per un talent scout del calibro di Mino Favini si metterebbero tutti in fila. Lui però vale più dei vari top-player (o presunti tali) in circolazione ed è il vero artefice di questo speciale “scudetto” atalantino.Mino Favini è l’uomo che ha scoperto e forgiato moltissimi calciatori, oggi vera anima del vivaio dell’Atalanta. Le sue parole infondono ottimismo all’ambiente nerazzurro che fiero della classifica del CIES sa di non potersi permettere di dormire sugli allori :”Inter e Milan hanno iniziato da tempo ad allargare gli orizzonti territoriali facendo da traino per altre società tradizionalmente di spessore come Atalanta e Brescia, ma anche per Monza, Cremonese, Tritium e AlbinoLeffe che stanno seminando e pian piano raccogliendo i frutti di un’attività egregia. Nella nostra più piccola realta il momento di stasi venutosi a creare è stato rimosso, per ricompattare i settori giovanili però ci vogliono ancora lavoro e pazienza. Qualcosa si sta muovendo dunque sono convinto che nell’arco di cinque anni al massimo recupereremo l’eventuale tempo perduto”. Parole e musica di Mino Favini, il talent-scout per eccellenza del calcio italiano, come lo stesso Beppe Marotta ha più volte affermato.

Il “mago di Meda” riconosce altresì il notevole contributo delle nazionali giovanili, dell’ex coordinatore Arrigo Sacchi e dei tecnici azzurri, che siano essi delle figure storiche come Tonino Rocca o volti relativamente nuovi come Daniele Zoratto o Alberigo Evani:

“Il lavoro che hanno svolto le selezioni azzurre, recentemente, imperniato sull’esperienza di Sacchi e sulle capacità dei tecnici, dalla Under 15 alla Under 21, ha permesso a tutto il movimento di ritrovare l’entusiasmo e lo spirito giusto per riemergere”.

E anche in merito all’esterofilia dilagante, spesso additata come causa principale del “soffocamento” delle promesse nostrane, Favini ha le idee chiarissime:

“Come ripeto spesso – spiega – è il mondo che è sempre più piccolo”.

Ormai si attinge con frequenza non solo da altre nazioni, ma anche da altri continenti soprattutto per le grandi squadre visto che hanno anche la possibilità di attendere il frutto dei loro investimenti. Italiani penalizzati?

“Certo, ma solo se si esagera. Resto dell’idea che per i giocatori già di medio-alto livello non ci siano rischi mentre per tutti gli altri una concorrenza simile può creare disagi. C’è chi poi ha fatto il percorso inverso cedendo alle lusinghe di sodalizi stranieri e anche a Zingonia ne sanno qualcosa Vito Mannone (portiere classe 88 attualmente al Sunderland che nel 2005, a 17 anni, venne messo sotto contratto dalla squadra inglese dell’ Arsenal con la quale firmò un contratto di 3 anni) e Jacopo Sala (centrocampista classe 91 attualmente al Verona che firmo’ un contratto giovanile per il Chelsea dove ha vinto la Fa Youth Cup). Sono contento per ciò che stanno ottenendo – osserva – anche se sono convinto che sarebbero diventati ottimi giocatori anche con l’Atalanta. Purtroppo ce ne sono stati portati via parecchi, però ci sta che club più potenti prendano il sopravvento”.

Ma sono sempre più frequenti anche i “ritorni di fiamma”, ovvero giocatori del vivaio che vengono ceduti e, qualche anno dopo, ricomprati:

“A volte non si ha la pazienza di aspettare un ragazzo – sottolinea Favini – oppure non ci sono le possibilità per dare spazio quindi si è costretti a cederlo. Per una certa fase abbiamo vissuto una tale esplosione da dover lasciar partire i nostri elementi salvo poi farli tornare, come ci è capitato ad esempio prima con Padoin e poi con Brivio”.

Se c’è qualcos’altro che prenderei da altri Paesi?

“La Germania per il modello organizzativo è oggi giorno la migliore, mentre la Spagna rimane l’esempio da seguire per il modello metodologico”.

Dulcis in fundo la “patata bollente”, ovvero l’eterno dibattito sui pregi e i difetti della figura del procuratore:

“E’ una presenza necessaria – chiude Favini – nel momento in cui un atleta ha raggiunto certi livelli al fine di curare alcuni particolari che non vanno tralasciati. Quello che non tollero è che vengano disturbati bambini di 12-13 anni perchè i procuratori non si rendono conto del male che fanno a certi giocatori e ai loro genitori, che spesso hanno meno testa dei figli. Non è possibile che non nascano più calciatori veri, magari oggi i giovani sono distratti anche da altro, ma più che responsabilità loro è più colpa di tutto ciò che li circonda”.

Mister Favini, tra Como e Atalanta quanti anni sono che scopre talenti?

“Ormai una vita: sono da 45 anni al servizio dei giovani. Non sono mai riuscito a contare quanti ragazzi sono arrivati in alto dopo essere passati da me, va tenuto presente che a Como ne ho avuti tantissimi e ci sono intere squadre che hanno scritto pagine di calcio davvero importanti. Faccio solo un esempio, squadra Giovanissimi del ’63: Braglia, Galia, Invernizzi, Butti, Borgonovo, Maccoppi e molti altri sono conosciuti da tutti e possono vantare una bellissima carriera. È molto piacevole, anche a distanza di anni, ricevere la telefonata di uno dei miei ragazzi. L’anno scorso pochi giorni prima di Natale ho sentito Pazzini e ci siamo scambiati gli auguri. Sono tanti anche quelli che magari non hanno fatto una grande carriera ma che rivedo, saluto e abbraccio con piacere. Davvero di cuore”.

Un giocatore si cresce, si scopre o serve solo un po’ di fortuna per lavorare con talenti in erba?

“I giocatori certamente vanno prima scoperti e poi cresciuti. Se non passi da un certo tipo di percorso diventa durissima anche se hai doti importanti. Tolti i casi eccezionali, quelli in cui arriva il Maradona o il Messi di turno, credo che sia importantissimo abituare anche i bambini talentuosi a lavorare per migliorarsi. Se uno non capisce piano piano che serve applicazione per sfruttare al meglio ciò che madre natura ha dato, il rischio di perdersi è altissimo”.

La parola d’ordine del suo modo di fare è educazione. Più facile che un educato con pochi mezzi arrivi in Serie A o che il campione tutto genio e sregolatezza fallisca?

“In genere chi è educato ne guadagna come persona sia in campo che fuori, è qualcosa che dovrebbe caratterizzare tutti. Il percorso in un settore giovanile è importante anche per questo, noi lavoriamo molto qui all’Atalanta per costruire la personalità di ogni ragazzo cercando di allenare anche il gesto tecnico e la soddisfazione più grande è vedere tanti ragazzi arrivare nel calcio che conta per misurarsi sui palcoscenici importanti”.

Esistono sostanzialmente tre modelli per la crescita dei giovani: quello dell’Udinese, quello dell’Atalanta e quello delle grandi squadre. Qual è quello vincente?

“Io resto convinto che il nostro in prospettiva sia quello vincente. Per la società, per i risultati di squadra e per il panorama calcio italiano. Il modello Udinese presuppone uno scouting molto forte in giro per il mondo, qui approcciamo ragazzi con buone doti per aiutarli ad arrivare al top. Non parlo di fenomeni ma di buoni giocatori che riescono a emergere grazie al lavoro. Le grandi squadre prendono il prodotto quasi finito perché hanno disponibilità economica, arrivano su giocatori di 14-15 anni e li portano via. Succede a noi, al Brescia per srare nei dintorni e a molte altre realtà medio piccole con un’impostazione che mette al centro la crescita prima ancora del risultato”.

Quanto incide, nel bene o nel male, un genitore con il suo modo di fare sulla crescita di un ragazzo?

“Tasto delicato, molto delicato. Se i genitori non capiscono che il figlio va lasciato esprimere come meglio crede sul campo di gioco, fanno pressione o peggio gli mettono in testa cose strane, diventa durissima. Ogni squadra ha un allenatore, di norma molto preparato e che pertanto insegna ai suoi giovani quello che serve sia dal punto di vista tecnico che da quello umano. Le indicazioni che arrivano, dunque, sono importanti e non credo sia positiva l’ingerenza di un genitore che magari crede di fare meglio dell’istruttore e invece corre il rischio contrario. Abbiamo esempi importanti che provengono proprio dalla cantera atalantina. Il capitano del Milan Riccardo Montolivo, ad esempio, ha una famiglia splendida alle spalle. È una persona razionale; come lui posso citare altri, come Pazzini o di Padoin, giocatori che hanno fatto una carriera finora importante grazie al loro essere uomini prima che campioni”.

Una chicca per chi conosce poco Mino Favini: il suo rapporto con le pagelle scolastiche dei giovani atalantini com’è?

“È uno degli appuntamenti più importanti dell’anno. Insieme alla psicopedagogista dell’Atalanta Lucia Castelli passiamo in rassegna con grande attenzione le pagelle dei nostri ragazzi. Le guardiamo assieme, ne discutiamo e valutiamo cercando di capire ogni variazione. Credo che la cosa più importante sia la testa: se un ragazzo ha quella a posto, si può lavorare per sistemare i piedi. In caso contrario, tutto diventa un problema”.

Mino Favini e l’ex ct Cesare Prandelli: un rapporto che va oltre la sfera professionale…

“Cesare è un grande tecnico ma soprattutto una grande persona. Sono orgoglioso della sua amicizia, spesso viene a Zingonia a salutarmi e stiamo un po’ insieme. La sua persona è decisamente di alto livello, saggio e molto intelligente. Ai Mondiali non ha bene, così come ora al Galatasaray. A volte questo dipende semplicemente da come sono messi i giocatori più importanti a ridosso di una manifestazione. Prendiamo l’esempio di Giuseppe Rossi, un infortunio del genere ha messo in discussione tante certezze all’interno del gruppo stravolgendone programmazione e risultati”.

La sua scommessa più bella risultata vincente e quella che invece ancora oggi lascia l’amaro in bocca?

“Ritorniamo ai tempi del Como, tanti anni fa. Avevo un giocatore, Gianfranco Matteoli, che secondo tutti era bravino ma troppo piccolo. Lo definivano un ‘giocatorino’. Ho spinto, ho ribadito a più riprese che era di grande valore e se non era per me probabilmente non sarebbe tornato al Como nel 1982. Da lì partì la sua scalata definitiva in carriera, ha vinto uno scudetto con Trapattoni all’Inter e tra Sampdoria e Cagliari visse annate importanti. Preferisco invece non fare nomi di giocatori che non hanno fatto quello che mi aspettavo, ce ne sono tanti ma purtroppo chi pensa che basta essere nato bravo per arrivare in alto sbaglia tutto. E di ragazzi che hanno fatto questo errore ne ho visti tanti”.

L’ultima domanda: il sogno di Mino Favini per i prossimi 45 anni di carriera?

“Il mio augurio più grande, la speranza che davvero ho nel cuore è quella di poter vedere ancora tanti ragazzi esordire in Serie A. È successo, succede e credo succederà ancora, rappresenta la soddisfazione più grande per chi fa il mio lavoro e vorrei ce ne fossero ancora molti, dei miei ragazzi, protagonisti sui campi che contano”.

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