Pietra, morì soffocato da un tappo in struttura riabilitativa: in due a giudizio - IVG.it
Cronaca

Pietra, morì soffocato da un tappo in struttura riabilitativa: in due a giudizio

Savona Tribunale

Pietra L. Nel marzo del 2012 l’ospite di una struttura riabilitativa di Pietra Ligure era morto soffocato dopo aver ingerito un tappo di plastica. Un tragico incidente per il quale questa mattina sono state rinviate a giudizio con l’accusa di omicidio colposo due persone: M.P., un’educatrice cinquantenne, e L.B., un assistente socio sanitario, che quella sera si erano occupati dell’uomo.

Ai due la Procura contesta di non aver impedito che la vittima, un trentenne che soffriva di “pantofagia” (una patologia che porta chi ne soffre ad ingerire qualsiasi oggetto), si dotasse del tappo e poi lo ingoiasse. L’incidente si era verificato dopo che l’ospite della struttura, R.Z., era stato accompagnato nella sala dedicata all’igiene personale per essere lavato e cambiato prima di andare a dormire. Terminata l’operazione era rientrato nella sua stanza e sembrava essersi addormentato. Poco dopo invece si era consumata la tragedia: il giovane faceva fatica a respirare e, nonostante l’intervento dell’ambulanza e del medico del 118, per lui non c’era stato niente da fare.

Le successive indagini avevano permesso di accertare che ad ucciderlo fosse stato prprio il tappo. Un oggetto che, vista la particolare patologia della quale soffriva, R.Z. ovviamente non avrebbe dovuto maneggiare (proprio per evitare che potesse ingerire qualcosa l’uomo, durante il giorno, indossava delle manopole “contenitive” che gli impedivano di afferrare gli oggetti).

Una delle ipotesi avanzate in un primo momento dagli inquirenti era che l’avesse preso nella sala igiene, mentre i due imputati lo stavano lavando e cambiando, ma la perquisizione effettuata la sera stessa dell’incidente lo aveva escluso. Tutte le confezioni di prodotti conservate nella stanza infatti erano integre e dotate dei relativi tappi. Anche in assenza della certezza che il paziente si fosse procurato l’oggetto in presenza dell’educatrice e dell’assistente socio sanitario, il pm ha ritenuto comunque che entrambi fossero responsabili dell’accaduto “per non aver impedito” che il trentenne entrasse in possesso del tappo e poi lo infilasse in bocca.

Una tesi che ovviamente è contestata dalla difesa dei due imputati, assistiti dall’avvocato Paolo Foti, secondo cui M.P. e L.B. hanno applicato alla lettera il protocollo e le procedure previste per l’assistenza all’uomo che sarebbe stato quindi controllato a vista fino al momento di andare a letto. Concetti che certamente saranno approfonditi nel corso del processo che inizierà il prossimo febbraio.

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