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Stroncata da un tumore a 12 anni: inchiesta archiviata solo in parte, pm chiede 2 rinvii a giudizio

Savona. L’inchiesta per la morte di Naomi Nardo, la dodicenne stroncata da una grave forma tumorale, non è archiviata, o almeno non del tutto. Alla fine di giugno il pm Chiara Maria Paolucci aveva effetivamente chiesto l’archiviazione della posizione per i medici indagati, ma solo per cinque di loro (i chirurghi del San Paolo che l’avevano operata, un medico di pediatria sempre di Savona e due medici del Gaslini di Genova) e non per tutti e sette.

Per due medici il sostituto procuratore Paolucci ha invece chiesto il rinvio a giudizio. Si tratta di Luigi Caliendo ed Ezio Venturino dell’Anatomia e Istologia Patologica del San Paolo, che dopo aver esaminato nel 2002 il campione di pelle della mano della bambina asportato dai chirurghi, ne avevano tratto conclusioni che poi si erano, secondo il pm e i suoi consulenti, riverberate nel corso degli anni. Nella richiesta di archiviazione degli altri medici, il pubblico ministero afferma infatti che “l’operato dei chirurghi dell’ospedale di Savona era stato condizionato dall’erronea diagnosi effettuata dall’Anatomia patologica e dai dottori Venturino e Caliendo” concludendo che “in presenza quindi dell’erronea diagnosi di ‘lesione melanocitaria benigna’ non vi era indicazione certa ad ulteriori interventi chirurgici come radicalizzazione o biopsia del linfonodo sentinella”.

Da quel presunto errore si sarebbe quindi scatenato una sorta di “effetto domino” che avrebbe indotto in errore anche tutti gli altri medici. Una tesi che però non è condivisa da tutti i consulenti che hanno analizzato questo caso complesso: secondo i periti del giudice Aschero, Antonio Osculati dell’Istituto di medicina legale di Varese e Claudio Favre oncologo pediatrico all’ospedale di Pisa, “l’operato dei dottori Caliendo e Venturino risulta assolutamente esente da responsabilità… formulare una diagnosi differente da semplice Nevo di Spitz era possibile, ma anche il contrario era possibile”. Secondo la coppia di esperti non c’era infatti la prova del nesso causale tra la presunta mancata diagnosi e la morte della paziente così come del fatto che ci sia stata imperizia da parte dei medici.

Nella loro perizia i medici avevano analizzato in dettaglio, anno per anno, l’evolversi della patologia, scatenata da un melanoma, che aveva colpito la piccola nel 2002 e nel 2010 l’aveva stroncata all’ospedale Gaslini di Genova. Nello studio gli esperti nominati dal giudice hanno spiegato perché, secondo la loro analisi, nel caso di Naomi Nardo non è possibile riscontrare la prova dell’esistenza del nesso causale tra la condotta dei medici (ed eventuali imperizie da loro commesse) e l’evento morte. La perizia di Favre ed Osculati sottolinea che nel 2002, quando Naomi fu operata la prima volta, le conoscenze scientifiche non sarebbero state sufficienti per effettuare una corretta diagnosi della patologia che l’aveva colpita: un “nevo di Spitz atipico” come accertato in seguito. Una conclusione opposta a quella del perito della famiglia delle ragazzina, secondo cui invece i dottori che l’avevano in cura sarebbero stati in grado di poter fare la corretta diagnosi.

Anche il pm Paolucci non è totalmente d’accordo su questo punto. Di qui la richiesta di rinvio a giudizio dei due anatomo-patologi. A suo parere “l’errore diagnostico iniziale ha condizionato in maniera significativa l’approccio diagnostico e terapeutico dei medici che ebbero successivamente in cura la minore, sino al momento in cui la patologia aveva raggiunto un punto di sviluppo tale da non essere più reversibile”.

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