Cronaca

Botte dal rivale in amore che poi è trattenuto in commissariato per 4 ore: poliziotto condannato per sequestro di persona

tribunale Savona

Savona. “E’ una vicenda maschile”. Il pubblico ministero nella sua requisitoria ha usato proprio queste parole per inquadrare il procedimento che vedeva a giudizio, entrambi nella duplice veste sia di imputato che di parte offesa, un milanese, Stefano Mundula, ed il suo “rivale”, un funzionario di polizia alassino, Angelo Tomao. Per tutti e due oggi in tribunale è arrivata una condanna da parte del giudice Filippo Pisaturo: per Tomao ad un anno e sei mesi di reclusione per sequestro di persona, mentre è stato assolto dall’accusa di lesioni (per “legittima difesa”), per Mundula invece ad undici mesi per le accuse di lesioni e violazione di domicilio.

I fatti per cui i due sono finiti a giudizio risalgono alla sera dell’11 giugno del 2008, quando secondo l’accusa Tomao avrebbe trattenuto contro la proprio volontà Mundula negli uffici della polizia alassina, dopo uno scontro fisico avuto poco prima nella casa della sua ex fidanzata. Secondo quanto accertato Mundula si sarebbe presentato a casa della donna, che era in compagnia di Tomao, e, dopo aver tentato senza successo di aprirla con le chiavi, aveva sfondato la porta d’ingresso dell’appartamento. Una volta entrato i due uomini erano venuti alle mani (“per ragioni private” si legge nel capo d’imputazione) riportando entrambi lesioni giudicate guaribili in 10 giorni. Le versioni qui iniziano ad essere discordanti: ogni imputato accusa infatti l’altro di averlo aggredito per primo e, di conseguenza, di aver colpito il rivale per difesa. La lite era stata interrotta dall’intervento di una pattuglia di poliziotti, allertati dalla donna, che avevano raccolto la sua denuncia e accompagnato l’ex fidanzato in commissariato.

A quel punto, secondo la denuncia di Mundula, su “suggerimento” di Tomao lo avrebbero trattenuto senza motivo in Commissariato con la scusa di dover fare un fotosegnalamento. Visto che ormai erano le 4 di notte l’attesa si era prorogata fino al mattino seguente quando, all’arrivo del dirigente Gianfranco Crocco, il fermato era stato rilasciato senza essere fotosegnalato. L’accusa sostiene che Mundula fu trattenuto ingiustamente visto che i poliziotti lo avevano già identificato attraverso la carta d’identità e la testimonianza della presunta parte offesa, ovvero l’ex fidanzata.

Tomao, difeso dall’avvocato Franco Vazio, ha sempre sostenuto di aver seguito la normale procedura visto che il fotosegnalamento sarebbe stata una prassi consueta nel commissariato di Alassio nei casi di persone fermate in flagranza di reato. Anche diversi colleghi di Tomao, sentiti come testimoni in aula, avevano confermato che il fotosegnalamento era una procedura comune e non un fatto insolito.

Tesi che è stata duramente contestata, oltre che dal difesore di Mundula, l’avvocato Roberto Laurenza, dal vice procuratore onorario Fabrizio Falzi che nella sua requisitoria ha fermamente condannato la condotta del funzionario di polizia: “Quella accaduta è una cosa gravissima. Non esiste trattenere quattro ore una persona in commissariato per un fotosegnalamento. Tomao l’ha fatto per fargliela pagare ed ha abusato della sua posizione. Mundula è stato privato della sua libertà personale e non c’era motivo di trattenerlo. Lo si voleva umiliare e lo si è fatto abusando della qualità di pubblico ufficiale”. Su questo aspetto il pm ha anche chiesto la trasmissione degli atti in Procura per valutare la posizione di tutti i poliziotti in servizio all’apoca dei fatti al commissariato di Alassio e che sono stati chiamati a deporre come testimoni della difesa: il giudice ha accolto la richiesta per due di loro.

Su questo punto l’avvocato Franco Vazio, difensore di Tomao, ha invece ribadito come l’aver trattenuto Mundula per un fotosegnalamento non fosse un’anomalia: “Posto che non sia la prassi, e non è così, o esiste un ordine scritto o non si può imputare nulla al mio assistito. Non basterebbe averlo suggerito e comunque tutti i testimoni hanno ribadito che non ci sono state pressioni”. A sostegno di questa tesi il legale ha anche consegnato 16 diversi esempi di situazioni in cui erano stati fatti fotosegnalamenti ad Alassio anche per persone munite di documento d’identità. Per quanto riguarda l’accusa di violazione di domicilio, il legale di Mundula ha invece sostenuto l’assenza del dolo: “Il mio assistito ha sfondato la porta nella convinzione che la signora fosse in pericolo: si erano sentiti nel pomeriggio e lei gli aveva detto che avrebbe cenato con un’amica. Quando è arrivato dalla porta ha sentito una voce maschile e, non riuscendo ad aprire con le chiavi perché la serratura era stata cambiata, è entrato con la forza”.

Tesi che, evidentemente, non sono state accolte dal giudice che ha condannato Mundula per tutti i capi di imputazione che gli venivano contestati, e Tomao solo per quella di sequestro di persona. Una condanna contro la quale l’avvocato Vazio ha già annunciato che presenterà ricorso in Appello: “Le sentenze si rispettano, ma sono assolutamente convinto che Tomao non abbia commesso il reato che gli viene contestato. Per questo ritengo che la sentenza vada appellata e credo che alla fine di questa battaglia giudiziaria Tomao ne uscirà vincitore. Già oggi siamo soddisfatti per l’assoluzione dall’accusa di lesioni, ma non possiamo esserlo per l’altra imputazione che però sono fiducioso possa diventare una sentenza assolutoria in secondo grado”.

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