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Parla il runner soccorso alla Maremontana: “Scelta mia proseguire. Chi permette questa gara è solo da ammirare”

ELisoccorso maremontana 2014

Loano. “Andare avanti è stata una mia scelta. Mi dispiace solo di non essere arrivato in fondo, ma che esperienza essere soccorso in quel modo”. Così scrive in una lettera Claudio, il runner di 62 anni che domenica, durante la Maremontana, era stato portato via con l’elisoccorso in stato di ipotermia, facendo per qualche istante tornare alla mente la tragedia della scorso anno con la morte di Paolo Ponzo.

Claudio si è accasciato al suolo lungo il percorso del Monte Carmo, all’altezza del rifugio Pian delle Bosse, senza tuttavia mai perdere conoscenza. E nelle ore successive era sorta qualche polemica sull’organizzazione dell’apparato dei soccorsi e sulla decisione di correre comunque anche in condizioni avverse.

Claudio però difende a spada tratta gli organizzatori. “Sono un insegnante in pensione, di italiano, latino e greco – racconta – Ho insegnato alle mie classi ad andare dentro ai problemi, a non fermarsi alle comode o interessate interpretazioni di un testo o di un fatto, a spingersi con le ipotesi il più possibile, ma a non parlare senza prova argomentata. Questo è vita, per me”. E la stessa filosofia applica all’impegno fisico: “Lavoro su di me in modo non dissimile quando corro o pedalo. Mi ha colpito il motto di un sito francese di corsa lunga: Pour ceux qui aiment que le plaisir dure. Controllo e gestione delle risorse, attenzione a quello che ti accade, immersione nell’ambiente, plaisir di respirare ed essere vivo e vicino ad altri che sai capaci di condividere la tua gioia, anche in silenzio”.

Claudio è categorico: “A questo punto ritengo che chi mi permette, in sicurezza, soprattutto in condizioni difficili, di vivere così, sia solo da ammirare e ringraziare. Incondizionatamente”. Una volta, racconta, mentre era in bicicletta a 2800 metri d’altezza, un po’ di neve ha fatto sparire organizzatori e volontari. “Alla Maremontana no: c’erano tutti”.

Claudio racconta poi nel dettagli gli avvenimenti di domenica. “Informato sulle condizioni meteo, ho superato i controlli pre-partenza che obbligano ad avere dotazioni minime e abbigliamento adeguato. C’erano check point e punti medici disseminati lungo tutto il percorso. Ovviamente non è possibile averne uno ogni metro dei 45 km di tracciato e anche per questo è responsabilità di ogni atleta capire le proprie condizioni fisiche al momento e decidere di fermarsi non appena sente che deve. A un certo punto della mia corsa il tempo è cambiato. Io sono andato avanti; è stata una mia scelta, nessuno mi ha costretto a proseguire”.

“Finché puoi muoverti con sufficiente intensità, anche se fa freddo ti scaldi; ma se t’inciampi e cadi su una pietra più grossa di altre, che ti toglie il respiro e poi, per il dolore, non c’è più verso di scaldarti, allora interviene l’aiuto dei compagni di corsa – racconta – chi mi offre un bastoncino, chi i suoi pantaloni asciutti, chi avverte il soccorso al rifugio. E subito nelle loro tute rosse e riflettenti ti sono intorno in sette o otto e ti accompagnano e sorreggono. Al rifugio, non lontano, in un niente tutti non pensano che a te e sei svestito, coperto, legato sulla barella e l’elicottero parte e due belle (lo si capisce anche attraverso i loro caschi) ragazze ti riservano tutta la loro professionale attenzione”.

“Un po’ fastidioso quel loro chiedermi il nome, ogni due minuti. Scrivetevelo – scherza il runner – Elicottero velocissimo. Sei al Santa Corona in un attimo, già in saletta con una coperta che sembra carta, ma scalda. Che siano microonde, mi chiedo, ma non dico niente. Poi osservo, senza mai commentare: le infermiere che non possono nel solito modo collocare i sensori dell’e.c. essendo io – dicono – magro e coi peli sul petto; e anche loro a chiedermi come mi chiamo e dove abito; il medico che torna a guardarmi e dice: scaldiamolo ancora un po’; e intanto i prelievi e i raggi. Poi ecco il direttore di corsa, bravo giovanotto, coi vestiti. Mi presta il telefono per avvisare i miei, mi riporta a Loano dopo che dagli esami e dal medico abbiamo avuto l’OK”.

Una giornata eccezionale conclusa nel modo più normale: “Salgo in macchina, torno a casa. Sono le nove passate. Ho fame. Il medico mi aveva consigliato un tè. Mi preparo un piatto di pasta condita con due uova. Che dispiacere non essere arrivato in fondo. Che esperienza essere soccorso in quel modo”.

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