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Processo per il Grand Hotel: chiesti sei mesi per Melgrati e quattro per Aicardi, Dotti e Salvo. Sentenza il 16 ottobre

Alassio. Sei mesi di reclusione per Marco Melgrati, quattro mesi invece per Giovanni Aicardi, Marco Salvo e Felice “Giampiero” Dotti. Sono queste le richieste di condanna avanzate questa mattina dal sostituto procuratore Chiara Maria Paolucci nell’ambito del processo per i lavori del Grand Hotel di Alassio. Il pm ha chiesto la condanna solo per il capo “a”, ovvero l’accusa di concorso morale in abuso d’ufficio, mentre ha chiesto per tutti gli imputati il non doversi procedere per il capo “b” per prescrizione del reato e l’assoluzione invece per il capo “c”.

Gli imputati – Melgrati ed Aicardi in qualità di ex sindaco e vice della città del Muretto, Salvo come ex assessore all’Urbanistica e Dotti come professionista e tecnico del Comune – sono accusati, in concorso, dalla Procura perché non avrebbero bloccato i lavori relativi alla riqualificazione del Grand Hotel, di costruzione di un parcheggio interrato in piazza Partigiani e di costruzione di un centro talassoterapico nell’area “Giardini Cavalieri di Vittorio Veneto”, quando invece avrebbero dovuto farlo. Un’azione intrapresa, sempre secondo l’accusa, con l’intento di favorire l’impresa che aveva vinto la gara d’appalto.

Inoltre, secondo quanto accertato dagli inquirenti, nel corso dei lavori, rispetto al progetto originale, sarebbero state fatte delle modifiche che non dovevano essere permesse perché prive dei titoli autorizzativi necessari. La tesi difensiva degli imputati, assistiti dagli avvocati Franco Vazio (Melgrati, Aicardi e Salvo) e Mariangela Piccone (Dotti), ha invece più volte sottolineato come nelle delibere comunali che autorizzavano i lavori fosse specificato che l’impresa costruttrice otteneva il benestare del Comune ma doveva munirsi di tutte le autorizzazioni necessarie. Dopo il pm, nell’udienza odierna, hanno preso la parola tutti i difensori e il processo è stato poi rinviato al prossimo 16 ottobre per le repliche e la sentenza.

Iniazialmente nella vicenda era rimasto coinvolto anche l’allora dirigente dell’ufficio tecnico Giovanni Lagasio che era stato indagato insieme agli altri quattro, per lui però in udienza preliminare era stata pronunciata una sentenza di non luogo a procedere.

In una delle precedenti udienze Melgrati aveva precisato la sua estraneità ai fatti: “Era un’opera di grande interesse comune ed era da 40 anni una vergogna per la città. Recuperarlo era un intervento fondamentale per la città, ma comunque non spettava a me sospendere i lavori, era un compito dell’ufficio tecnico”. Il consigliere regionale, di fatto, ha fornito tre osservazioni ai giudici: prima ha parlato dell’interesse pubblico dell’intervento, poi ha precisato che c’erano pareri positivi dell’Ufficio tecnico e di alcuni consulenti sui lavori da eseguire ed infine ha puntualizzato che le varianti rispetto al progetto iniziale non sarebbero state rilevanti e non avrebbero richiesto nessuno stop del cantiere.

Commenti

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  1. ThinkyWinky
    Scritto da ThinkyWinky

    Cioè fatemi capire, prima fai i lavori e poi ti munisci delle autorizzazioni? Allora facciamo che io vi gonfio di botte e poi mi vado a pentire, tanto è uguale no? Poi se uno di noi vuol fare delle migliorie deve attendere anni di permessi che nel frattempo scadono. E poi Melgrati fa la morale agli altri. È proprio vero, il primo pollo che canta ha fatto l’uovo…

  2. Scritto da El Rey del Mundo

    Ma perché sprecano soldi pubblici per processare i politici? Intanto possono prendere anche 25 anni di galera a testa che tanto poi in perfetto stile Berlusconi se ne faranno un baffo della sentenza.