Cronaca

Don Luciano, presentato il ricorso alla Corte di Strasburgo: “Violato il diritto ad avere un processo equo”

Alassio. Il caso di don Luciano Massaferro, il parroco alassino condannato a sette anni e otto mesi di reclusione per abusi su una ragazzina che frequentava la sua parrocchia (condanna confermata in terzo grado), approda davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo dove è stato presentato il ricorso firmato dagli avvocati Mauro Ronco, Franco Coppi e Alessandro Chirivì.

Un ricorso che si basa sull'”accertamento della violazione, da parte dell’Autorità giudiziaria italiana, dell’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in relazione al diritto dell’imputato ad un processo equo, alla presunzione di innocenza e al contraddittorio nell’esame dei testimoni”.

Secondo i difensori, nel processo a carico del sacerdote alassino “la condanna di Luciano Massaferro è stata fondata sulla prova unica e determinante della deposizione testimoniale di un soggetto minorenne, al quale l’imputato, né direttamente né per il tramite dei propri difensori, ha mai potuto formulare alcuna domanda” si legge nel ricorso in oggetto.

In secondo luogo, si legge sempre nel ricorso, “la testimonianza dell’unica accusatrice di Luciano Massaferro è stata inquinata dallo svolgimento, appena prima dell’inizio dell’incidente probatorio, di un lungo colloquio tra la minore e un’assistente di Polizia, che aveva già interrogato la minore su incarico del Pubblico Ministero” e che, secondo gli avvocati del “don”, avrebbe in qualche modo influenzato la minore. “L’episodio ha compromesso l’equità del processo perché ha inficiato la validità dell’audizione della minore” si legge nel documento.

In terzo luogo “le sentenze di condanna mostrano chiaramente l’esistenza di un grave pregiudizio di colpevolezza nei giudici” che non avrebbero ammesso le prove d’innocenza dell’imputato, non avrebbero tenuto conto della “tendenza a mentire” della ragazzina, “della sua incapacità a rendere una valida testimonianza e, comunque, della sua inattendibilità oggettiva e soggettiva indicate dalla difesa in tutti i gradi di giudizio”.

Ed è proprio sull’attendibilità della minore che si concentra il ricorso dei tre avvocati difensori. Tutto il processo si sarebbe basato sulla sua testimonianza, nonostante vi fossero altri ragazzini che “non soltanto hanno escluso di essere stati vittima di attenzioni particolari da parte di Luciano Massaferro, ma hanno ampiamente descritto l’attitudine menzognera della minore e la sua frequente propalazione di bugie”. Ai legali di “don Lu” non sarebbe mai stata data la possibilità di interrogare la piccola, nemmeno attraverso domande scritte.

Domande che, secondo Ronco, Coppi e Chirivì, sarebbero state determinanti per spiegare il contesto in cui la piccola viveva e il suo carattere. “Le domande – si legge nel ricorso – erano pertinenti al tema dell’incidente probatorio, perché vertevano sul punto cruciale della credibilità della minore, concernendo i suoi rapporti con la famiglia, con il mondo circostante e, in particolare, con i coetanei e con le amiche destinatarie delle sue prime dichiarazioni sull’abuso pretesamente subito”.

“La testimonianza della minorenne è la prova unica e determinante la condanna di Luciano Massaferro – si legge ancora – Innumerevoli testimoni hanno, per altro verso, descritto con tratti di inequivocabile sincerità e di vera indignazione l’attitudine menzognera dell’accusatrice e la sua frequente propalazione di bugie, spesso di tenore calunnioso verso i coetanei”.

Vi sarebbero infatti due prove “evidenti del mendacio della minore e, conseguentemente, dell’innocenza di Luciano Massaferro. La prima: che la minore ha indicato come modalità cronologica del preteso abuso, che sarebbe avvenuto nel corso della benedizione delle case, il giorno nel quale tale servizio fu espletato non da Luciano Massaferro, ma da un diverso sacerdote. La seconda prova: che la minore ha indicato come luogo dell’abuso un luogo in cui ella non era mai stata, che non conosceva e che, pertanto, non è stata in grado di riconoscere nelle fotografie rammostratele nel corso dell’incidente probatorio”.

Inoltre “si è accertato senza ombra di dubbio, che la minore era stata per anni vittima di un clima familiare maltrattante, caratterizzato soprattutto dall’ostilità e dall’abuso psicologico della madre sulla figlia” che, quindi, secondo i difensori, avrebbe influenzato il comportamento della giovane.

I legali parlano di “inidoneità a testimoniare della minore” provata da: “le risultanze della diagnosi clinica che denunciano il deficit intellettivo; i dati comportamentali aberranti in ambito scolastico, ribaditi da tutti gli insegnanti delle scuole elementari, da cui si ricavano il forte egocentrismo e l’aggressività che non permettono alla minore di considerare l’altro e che la portano a usare l’altro in funzione dei suoi desideri e dei suoi bisogni; la permanente assistenza di un insegnante di sostegno a lei specificamente dedicato durante tutto il corso delle scuole elementari al fine di contenerne l’iperattivismo e le turbe comportamentali; l’esercizio di una continua e vessatoria persecuzione nei confronti dei coetanei più deboli; l’astuzia con cui tormenta i compagni, addossando in modo calunnioso agli altri la responsabilità dei propri gesti sconnessi e/o violenti”.

Dichiarazioni molto dure a cui si aggiunge un riferimento alla “dimostrata curiosità e invadenza sessuale della minore” che sarebbe stata descritta da compagni di scuola e genitori.

Diciotto pagine di ricorso, dunque, in cui si sostiene che don Luciano Massaferro non avrebbe avuto un processo equo in Italia, bensì in violazione dell’art. 6, par. 1, 2 e 3 lett. d) della Convenzione dei diritti dell’uomo. “Dall’accertamento della violazione conseguirà l’obbligo per lo Stato italiano di dare esecuzione alla sentenza della Corte europea, con la corresponsione al condannato di un’equa soddisfazione per la parte in cui non è più possibile rimuovere le conseguenze della condanna inflitta e con la possibilità per Luciano Massaferro di richiedere, ai sensi dell’art. 630 c.p.p., la riapertura del processo a suo carico e la riformulazione del giudizio”.

Vuoi leggere IVG.it senza pubblicità?
Diventa un nostro sostenitore!



Sostienici!


Oppure disabilita l'Adblock per continuare a leggere le nostre notizie.