Lavori per il recupero della cava di Bergeggi: 2 rinvii a giudizio per truffa e frode fiscale - IVG.it
Cronaca

Lavori per il recupero della cava di Bergeggi: 2 rinvii a giudizio per truffa e frode fiscale

Bergeggi

Bergeggi. L’inchiesta sui lavori per il recupero dell’ex cava di Bergeggi ha portato a due rinvii a giudizio. Ieri mattina infatti il giudice per le indagini preliminari Emilio Fois ha rinviato a giudizio Elsa Viglienzoni e Luigi Bracali, gli amministratori della società “Alla Grotta” che ha curato il restyling dell’area (dove sono stati costruiti un ristorante “La kava”, parcheggi ed un camping) finita nel mirino della Procura. I due, davanti al Collegio del tribunale di Savona, dovranno rispondere delle accuse di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, malversazione ai danni dello Stato, dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.

Elsa Viglienzoni è rimasta coinvolta nella vicenda in qualità di amministratore unico della società “Alla Grotta di Viglienzoni Elsa & C. Sas” con sede a Vado Ligure, mentre il marito Luigi Bracali in quanto considerato amministratore di fatto della società che ha realizzato negli anni scorsi il complesso della Cava di Bergeggi, che sorge a lato dell’Aurelia, proprio davanti all’Isola di Bergeggi. Il processo a carico dei due, entrambi assistiti dall’avvocato Somà, prenderà il via il prossimo 28 gennaio.

L’intervento finito sotto la lente della Procura, sulla base delle considerazioni contenute in un rapporto della tenenza di Finale della Guardia di Finanza, aveva permesso, a partire dal 2001, di bonificare l’antica cava di materiali inerti e le strutture fatiscenti al suo interno, realizzando parcheggi, un camping e varie strutture per la ristorazione (che sono completamente estranee all’inchiesta giudiziaria). Ed è proprio sulla fase realizzativa edilizia del complesso che si è concentrata l’indagine.

L’ipotesi sostenuta dal pm è che, usufruendo di fatture inesistenti in tutto o in parte, emesse da un gruppo di imprese e artigiani edili compiacenti, la società abbia potuto “gonfiare” le uscite indicando nelle dichiarazioni 2004, 2005 e 2006 elementi non deducibili (perché inesistenti) per circa 976 mila euro, procurandosi così un risparmio, soltanto di Iva, di 195 mila euro, e abbassando in conseguenza anche il reddito e l’imposta Irpeg. Davanti al gip oggi sono cadute solo alcuni dei reati finanziari relativi al 2003, ma il resto del quadro accusatorio è rimasto in piedi.

Secondo quanto era stato accertato dai finanzieri inoltre il contributo di 260 mila euro ottenuto ai sensi della legge 488/92 (somme a fondo perduto erogate dal Ministero delle Attività Produttive per le imprese che realizzano investimenti nelle “aree depresse”, anche nel settore del turismo) sarebbe stato erogato su presupposti falsi (le fatturazioni in tutto o in parte inesistenti, e i relativi bilanci e dichiarazioni dei redditi che devono essere allegati alla richiesta). Di qui l’ipotesi di truffa aggravata nel conseguimento di erogazioni pubbliche. In più, dato che i fondi sono di fatto il “rimborso” di investimenti già eseguiti (e documentati dalle fatture), se queste non sono veritiere scatta anche il reato di malversazione ai danni dello Stato, visto che i soldi ottenuti non sono stati impiegati per lo scopo per cui sono stati richiesti.

Sul fatto che i lavori nella cava siano stati conclusi non ci sono però dubbi. Il sospetto della Procura è che gli interventi non siano stati eseguiti dalle ditte che hanno fatturato o comunque non per gli importi indicati. A margine dell’inchiesta, all’inizio dell’anno, era partita una segnalazione all’Agenzia delle Entrate, mentre il 15 dicembre del 2011 il pm aveva disposto il sequestro preventivo di tre immobili a Spotorno, nella disponibilità degli indagati, per un controvalore di circa 260 mila euro: l’equivalente del contributo dello Stato che secondo la Finanza sarebbe stato ottenuto indebitamente.

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