Via Belvedere: riconosciuta la responsabilità degli indagati, ma mancano i presupposti per procedere. Ricorso in Cassazione del pm - IVG.it
Cronaca

Via Belvedere: riconosciuta la responsabilità degli indagati, ma mancano i presupposti per procedere. Ricorso in Cassazione del pm

Noli. Caso di via Belvedere a Noli: parte seconda. Si potrebbero inserire all’interno di un libro intitolato così le notizie sugli ultimi sviluppi della vicenda della frana, per la precisione un “grave dissesto statico”, che aveva interessato alcune palazzine della via nolese. Il 4 luglio scorso il gup Fiorenza Giorgi aveva pronunciato una sentenza di non luogo a procedere (“perché il fatto non sussiste”) per otto persone, tra tecnici ed imprenditori, che erano accusati di disastro colposo. Oggi, trascorso più di un mese, si conoscono le motivazioni di questo verdetto e la vicenda è tutt’altro che chiusa.

Il pm Chiara Maria Paolucci infatti ha impugnato la sentenza del giudice Giorgi in Cassazione. Per la Procura di Savona, che aveva chiesto il rinvio a giudizio per gli indagati, come è ovvio, questo verdetto non può essere condivisibile. Il giudice ha motivato in quattro pagine la sua decisione: una sentenza che condivide le conclusioni alle quali sono arrivate i periti nominati dal magistrato (ovvero che nel redarre il progetto non si è tenuto conto delle caratteristiche del versante e non sono state fatte indagini approfondite), ma ritiene che non sussistano i presupposti per configurare a carico degli indagati i reati contestati.

Quello di frana colposa non sussiste perché, come da indicazioni della Cassazione, “non può costituire frana qualsiasi smottamento, dovendo il fenomeno assumere, in ogni caso, proporzioni ragguardevoli per vastità e difficoltà di contenimento”. Una condizione che, secondo il giudice Giorgi, nel caso di via Belvedere non era soddisfatta. Anche per quanto riguarda l’ipotesi di reato di disastro colposo il gup ha ritenuto di non “discostarsi dal granitico orientamento della Corte di Cassazione”. Motivo per il quale, pur riconoscendo che le conclusioni dei periti sono ottimi presupposti per ottenere un congruo risarcimento in sede civile, almeno nell’ambito penale gli otto indagati non dovranno finire davanti ad un giudice.

Per la vicenda erano finiti nei guai l’ingegner Giovanni Delfino, in qualità di direttore del cantiere per la costruzione di 174 box in via Belvedere (che per questa vicenda è stato rinviato a giudizio ma per il reato di falso); Giuseppe Rivarossa (presidente della Z&R Srl, società titolare del permesso di costruire e committente dei lavori), Giovanni Zoppi (amministratore delegato della stessa e di una società appaltatrice), Giampietro Filippi (geologo nominato dalla Z&R), Maurizio Passalacqua (amministratore unico della TP Perforazioni Srl, cui erano stati subappaltati lavori per eseguire le “fondazioni”), Roberto Carozzo (direttore dei lavori per la TP Perforazioni), Simona Rosso e Donato Fotia (quali mebri del cda della Scavo-Ter che si occupava dei lavori di scavo in terra e roccia).

L’inchiesta della Procura era partita dopo che, il 14 dicembre del 2009, era stato necessario evacuare per motivi di sicurezza alcune palazzine in via Belvedere (in tutto ventisei alloggi). Erano stati i vigili del fuoco a rilevare che c’era un rischio di crolli per un “grave dissesto statico” e, di conseguenza, il sindaco aveva firmato l’ordinanza di sgombero.

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