Finale, bengalese aggredito a colpi di catena nel suo negozio: connazionale assolto - IVG.it

Finale, bengalese aggredito a colpi di catena nel suo negozio: connazionale assolto

Finale Ligure - luogo aggressione commerciante bengalese

Finale L. Si è chiuso con un’assoluzione (“per non aver commesso il fatto”) il processo a Rob Abdur, 31 anni, originario del Bangladesh, che doveva rispondere dell’accusa di tentato omicidio aggravato nei confronti di un connazionale, Arif Mohammad, di 27. Il fatto contestato risaliva al luglio del 2010 quando all’interno di un “indian shop” in vico Massaferro a Finale, negozio di proprietà della vittima, si consumò una brutale aggressione a colpi di catena.

Inizialmente a finire in manette furono in due, Aj Amin, 21 anni, e Ammed Rasel, di 28, che avevano già scelto la via del patteggiamento (entrambi a tre anni e sei mesi di reclusione). L’arresto di Rob Abdur, identificato sulla base di alcune testimonianze, era arrivato in un secondo momento. L’imputato, che nel processo è stato assistito dall’avvocato Alfonso Ferrara, aveva comunque sempre negato di aver preso parte a quella sorta di spedizione punitiva: “Quel giorno in negozio non c’ero. Il giorno prima c’era stata una colluttazione e avevo riportato lesioni a un gomito e a un ginocchio. Sono andato in ospedale a farmi medicare e nella caserma dei carabinieri per raccontare il fatto. Stavo male e in quelle condizioni non potevo partecipare a nessuna aggressione”.

Versione opposta da quella fornita da Arif Mohammad che aveva sempre identificato in lui uno degli autori del terribile pestaggio che l’aveva costretto ad un ricovero in Rianimazione al Santa Corona. Era stao lo stesso Mohammad a fornire però una ricostruzione un pò confusa di quanto successo: “Chi mi ha colpito aveva i capelli lunghi” aveva raccontato, ma alcuni testimoni avevano però assicurato che Rob Abdur (ora fuggito nel suo paese d’origine) in quel periodo aveva un taglio corto. Dettagli che, uniti ad altre contraddizioni nel racconto del negoziante bengalese, evidentemente, non hanno convinto i giudici dell’effettivo coinvolgimento dell’imputato per il quale invece il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a sette anni e sei mesi di reclusione.

Nell’udienza di oggi si è anche registrato un colpo di scena: inizialmente infatti sembrava che gli arrestati e la vittima fossero fratelli, ma in aula questo aspetto non è stato confermato. Al contrario sarebbe emerso che tra i quattro connazionali non c’è alcun legame di parentela: Arif Mohammad, sentito come testimone, non ha infatti confermato questa circostanza. “Li ho chiamati ‘fratelli’ perché nella nostra cultura siamo soliti chiamarci così, ma non siamo parenti” sarebbe la spiegazione fornita dalla vittima.

Anche i motivi dell’aggressione non erano mai stati chiariti con certezza: secondo gli investigatori sarebbe scoppiata per motivi familiari legati, probabilmente, a questioni economiche e alla gestione del negozio.

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