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Delitto Genta, depositate le motivazioni della sentenza: D’Angelo “scagionato” dal supertestimone

Delitto Genta, processo a Giancarlo D'Angelo

Savona. Trentasette pagine per spiegare perché Giancarlo D’Angelo non è l’assassino di Alberto Genta, il faccendiere di Altare scomparso misteriosamente scomparso tra il 7 e l’8 maggio del 2003 e il cui cadavere non è mai stato trovato. Dalle motivazioni della sentenza del processo, depositate nei giorni scorsi, si capisce che D’Angelo, assolto a marzo perché il fatto non sussiste dall’accusa di omicidio volontario (il pm Scolastico aveva chiesto 21 anni di carcere), deve ringraziare, oltre ad una serie di coincidenze venute fuori nel corso del dibattimento, soprattutto Piergiorgio Crocco, ferroviere in pensione, che si è rivelato essere il testimone chiave per la difesa. Crocco si è infatti ricordato di aver visto vivo il faccendiere altarese l’8 maggio del 2003.

Nelle motivazioni, scritte del giudice estensore Marco Rossi, viene spiegato come e perché, se è certo che Genta è morto, anche se il corpo non si è mai trovato (“non avrebbe mai lasciato in casa soldi e oggetti di valore, lui che al denaro era legato in modo quasi maniacale”), non si può provare con altrettanta sicurezza che sia stato assassinato: potrebbe essere infatti perito di morte naturale o per qualche incidente. E poi, elemento chiave, non c’è nessuna prova di una qualche responsabilità di D’Angelo. Anche perché, ed è forse l’unico elemento fermo stabilito dai giudici togati e popolari, “Genta era certamente vivo l’8 maggio 2003” come si legge nelle motivazioni.

L’insieme degli elementi portati dall’accusa, definiti “puramente indiziari, non gravi, né precisi o concordanti”, avrebbe potuto portare comunque “ad un’assoluzione dell’imputato al più con una formula dubitativa, visti gli elementi scarsi e contraddittori, non capaci di superare il ragionevole dubbio indicato dalla legge”. In più, ed è questo il passaggio cruciale della sentenza, “risulta che un testimone preciso nelle dichiarazioni rese, attendibibile, dettagliato e del tutto estraneo alle vicende di Genta, D’Angelo e dei loro ‘amici’, abbia visto Alberto Genta vivo e vegeto la mattina dell’8 maggio 2003, cioè il giorno dopo quello in cui, secondo la pubblica accusa, l’imputato lo avrebbe ucciso”.

Quel giorno Crocco, all’epoca responsabile della gestione merci della stazione di San Giuseppe di Cairo, aveva acquistato come tutti gli anni l’8 maggio, festa della Mamma, un vasetto di fiori da portare al cimitero. Uscendo dall’ufficio per bagnare i fiori, aveva notato Genta, che conosceva, fermo sul secondo binario, con un abito azzurro e una valigetta in mano. “Capo, questo treno che sta arrivando sul secondo binario da Savona, trova la coincidenza per la Francia?” aveva chiesto il faccendiere a Crocco. Il ferroviere “non aveva mai pensato di andare dai carabinieri a raccontare l’episodio, perché lo riteneva superfluo e non voleva avere problemi”. Quando però, dopo un pò di tempo, per caso, aveva incontrato D’Angelo a Cairo e aver saputo da lui che la data di scomparsa di Genta era il 7 maggio, aveva colto l’importanza di averlo visto vivo il giorno successivo. “Sono state rivolte al teste una pluralità di domande per saggiarne l’attendibilità, ma questi ga sempre risposto in modo coerente, non si è mai contraddetto, è risultato pacato, calmo e irremovibile nel proprio ricordo” concludono i giudici dell’Assise parlando del testimone.

“E’ una sentenza molto ben fatta, che ci soddisfa” è invece il commento a caldo dell’avvocato Attilio Bonifacino che, con Carlo Risso, in questi anni, ha difeso D’Angelo. “Emergono e sono rafforzati tutti i dubbi che avevamo espresso circa gli indizi a carico di D’Angelo, il movente ipotizzato, le circostanze della scomparsa di Genta. Una sentenza che ci conforta su molte cose se non tutte, e che non poteva che concludere con l’assoluzione per D’Angelo” conclude Bonifacino.

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