Maria Giuseppa Rossello, la Santa dimenticata. Vescovo Lupi: “In lei spiritualità e concretezza” - IVG.it

Maria Giuseppa Rossello, la Santa dimenticata. Vescovo Lupi: “In lei spiritualità e concretezza”

Savona. Se oggi la definissimo una donna “del fare”, utilizzando un’espressione inflazionata della politica dove, si sa, molto si dice e poco si realizza, potrebbe sembrare un azzardo ingrato per una creatura attraverso la quale si è concretizzata l’opera del Signore. Eppure l’agire – in qualunque condizione, contro ogni avversità e, a volte, anche contro ogni ragionevolezza – è stato sempre il carattere distintivo di Benedetta.

A Savona ci sono molti luoghi che ricordano questa Santa dimenticata. La strada che porta il suo nome si trova proprio a due passi dal caos della centralissima via Paleocapa, ma pare che non siano in molti a chiedersi chi fosse questa donna straordinaria. Eppure Santa Maria Giuseppa Rossello – nata il 27 maggio 1811 ad Albissola Marina con il nome di Benedetta e morta 69 anni dopo a Savona – è conosciuta in tutto il mondo, nei venti Paesi dove prestano servizio le Figlie di Nostra Signora della Misericordia, congregazione da lei fondata e che vide la luce nel 1837.

“E’ tipico dei Santi: essere famosi in tutto il pianeta ma non nel luogo in cui sono nati – dice monsignor Vittorio Lupi, vescovo di Savona – Stessa sorte, ad esempio, è toccata a Santa Caterina da Siena: nata nella città toscana, vissuta a Roma e venerata a Varazze ancor più che nel luogo che le diede i natali. Aveva proprio ragione Gesù quando diceva ‘Nessuno è profeta in patria’…nemmeno i Santi. Spero che con le celebrazioni del Bicentenario della nascita cambi qualcosa”.

Quando si pensa ad una Santa la si immagina come una sorta di figura eterea, lontana, quasi non fosse mai vissuta in questo mondo, quasi non fosse stata di carne e sangue come tutti noi, non avesse mai provato sentimenti umani, men che meno quelli un po’ meno nobili come la rabbia o l’insoddisfazione. Eppure l’eccezionalità di questi “illuminati” sta proprio nell’aver iniziato dallo stesso punto di partenza degli altri ma di essere arrivati – con le loro braccia, le loro gambe, il loro cervello, i loro occhi, del tutto uguali a quelli di tutti noi “comuni mortali” – ben più in là. Benedetta non era un angelo venuto da chissà dove. Era una donna in carne ed ossa, dotata di una profonda spiritualità, certo, ma anche di una grande concretezza. E di tanto coraggio.

Avrebbe potuto avere una vita “comoda”, ad esempio. Nata da una famiglia modesta, a 19 anni presta servizio presso i coniugi Monleone assistendo il marito infermo e divenendo, per i due, quasi come una figlia, al punto che, alla morte dell’uomo, la padrona di casa le propone l’adozione. Tutti gli averi sarebbero finiti nelle sue mani, eppure la ragazza non sembra interessata. Fin da adolescente, infatti, Benedetta cerca di entrare in una congregazione religiosa ma la mancanza di una dote glielo impedisce: un fuoco che rimane vivo nonostante le mille difficoltà e la generosa offerta dei Monleone. “Ecco lo zampino della Provvidenza: questa fanciulla, così povera, non poté farsi suora e questo perché era destinata a fondare lei stessa una congregazione – spiega monsignor Lupi – Succede sempre così con i Santi: devono affrontare situazioni difficili, a volte quasi al limite, eppure vanno sempre avanti, contro ogni probabilità. Fino a quando, da Lassù, qualcuno fa il resto”.

La “chiamata” per Benedetta arriva con l’appello del vescovo Agostino De Mari che, dopo essersi imbattuto in alcune ragazze di strada, decide che è giunto il momento di fare qualcosa in più per l’educazione di queste creature. E’ il 1837. Ed è l’anno in cui la congregazione delle Figlie di Nostra Signora della Misericordia muove i primi passi. La futura Santa – che, in onore della Madonna e di San Giuseppe, si chiamerà Maria Giuseppa – sarà la fondatrice di questa grande famiglia religiosa. Il 22 ottobre del 1837 assumerà nomi e abito nuovi, otto giorni dopo aprirà le prime scuole gratuite per le bimbe povere, mentre due anni dopo (2 agosto 1839) professerà formalmente i voti religiosi.

Di qui la famiglia di santa Rossello si allargherà sempre più, spalancando le braccia verso gli infermi e i bisognosi, verso gli emarginati e i malati. “Desidero avere le braccia tanto lunghe da abbracciare tutto il mondo e fare a tutti del bene”, diceva sempre Maria Giuseppa. La sua era una vocazione pratica, concreta, “del fare” insomma. Preghiera e azione andavano di pari passo.

“Era una donna forte, intraprendente, attiva. Non a caso – ricorda il vescovo di Savona – il suo motto era ‘Cuore a Dio, mani al lavoro’. C’è un episodio che mi ha molto colpito: quando, al momento di espandersi, adocchiò una villa alla periferia di Savona adatta ad ospitare le sorelle che, nel frattempo, si erano moltiplicate e i bisognosi. Con determinazione Maria Giuseppa Rossello andò dal vescovo rivelandogli il suo nuovo progetto e l’intenzione di acquistare quell’imponente edificio. Un’idea da pazzi, un azzardo difficile solo da immaginare per chi, come lei, non possedeva nulla. Nonostante il no del vescovo, la Santa andò in questa villa e vi trovò un’effigie della Madonna della Misericordia. ‘E’ fatta’, disse tra sé e sé. E, infatti, a poco a poco i soldi arrivarono. Ecco tornare il tema della Provvidenza. I Santi sono così, si buttano in imprese impossibili: sentono di avere alleati invincibili”.

Con questi “alleati” Santa Rossello aiutò poveri, emarginati, ragazze di strada e, dopo il suo incontro con il sacerdote genovese Niccolò Olivieri, anche schiavi africani (a partire dal 1855 l’Istituto accolse anche alcune morette sottratte ai negrieri), fino a quando le Figlie della Misericordia partirono anche per Paesi stranieri a portare l’insegnamento della loro “capostipite”: diffondere nel mondo la misericordia di Dio ed essere, come Maria, strumento di salvezza.

Questa straordinaria donna albissolese lo fu a tal punto da essere proclamata Santa nel giugno del 1949. “Pio XII, nel discorso della canonizzazione, sottolineò come in Maria Giuseppa convivessero Marta e Maria, le sorelle del Vangelo, la prima affaccendata nei lavori domestici e la seconda attenta ad ascoltare la parola di Gesù – ricorda monsignor Lupi – Fu insomma una donna di grande spiritualità e, al contempo, di grande concretezza. Oggi vi è un luogo su tutti in cui è possibile ritrovare il suo spirito: l’Hospice ‘Centro Misericordia’ di via Naselli Feo a Savona. Qui, i malati terminali possono addormentarsi circondati da un’atmosfera colma di gioia e di pace: quella che Maria Giuseppe sapeva infondere in chiunque le si avvicinasse per chiedere aiuto”.

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