Convegno diocesano: folla per ascoltare il priore di Bose

Enzo Bianchi, priore di Bose

[thumb:12860:l]Savona. La chiesa di san Francesco da Paola a Savona è, insieme alla Cattedrale, la più vasta della diocesi, ma riusciva a fatica a contenere le numerosissime persone che ieri pomeriggio sono accorse ad ascoltare l’attesa relazione di Enzo Bianchi per il Convegno diocesano. Oltre ai quasi trecento delegati, c’era un mare di persone interessate ad ascoltare il priore della comunità monastica di Bose, una delle voci più originali della chiesa italiana, noto anche attraverso i suoi libri, i suoi articoli sui giornali e la partecipazione ad alcuni programmi televisivi. L’attesa non è stata delusa, se non (alla fine) per la mancanza di tempo per gli interventi e le domande al relatore, che ha parlato per un’ora e un quarto.

“Qualche decennio fa – è stata la tesi di Enzo Bianchi – la fede cristiana faceva parte dell’eredità che le generazioni si trasmettevano: chi ha la mia età ha ancora ricevuto la fede cristiana in eredità da tutta una società, da una cultura, da una vita quotidiana. Oggi le cose non stanno più così. Ma a causa della nostra pigrizia noi cristiani, anche se siamo convinti che le cose sono cambiate, non siamo sufficientemente creativi per aprire nuovi cammini di trasmissione della fede. Ebbene, è venuto il tempo di passare dall’eredità della fede all’accoglienza personale convinta della fede e alla proposizione della fede agli uomini non cristiani. Non si tratta di rinunciare all’eredità, ma di constatare che l’eredità non è in se stessa una garanzia della fede e che occorre un lavoro di evangelizzazione attraverso cui passare la fede, dono che non è un’acquisizione da conservare e proteggere ma, appunto, un dono da offrire e proporre”.

Nella prima parte del suo intervento il priore di Bose ha tracciato un percorso biblico sulla rivelazione: “Dio parla: questa è l’affermazione fondamentale che attraversa tutta la Scrittura, è la `cosa grande’ senza la quale noi non potremmo avere nessuna relazione personale con lui. Con assoluta decisione, con libera e gratuita iniziativa Dio ha alzato il velo su di sé, si è rivelato agli uomini per entrare in relazione con loro, per offrire loro i suoi doni meravigliosi. Dio parla, sceglie di uscire da sé e di auto-comunicarsi, e la sua Parola manifesta la sua potenza negli ambiti della creazione e della storia. La Parola di Dio è creatrice, come attestano unanimemente l’Antico e il Nuovo Testamento”.

“Nella pienezza dei tempi – ha proseguito Bianchi – la storia del manifestarsi di Dio all’umanità ha trovato il suo vertice in Gesù Cristo, Parola definitiva di Dio, Parola che comunica pienamente la volontà d’amore di Dio nei confronti di noi uomini. Affermare che Gesù è la Parola di Dio significa dire che egli ne è il volto, la narrazione, la rivelazione definitiva e ultima. Sì, tutto ciò che noi possiamo sapere e dire su Dio si trova in Gesù Cristo”. Negli Atti degli apostoli san Luca afferma inoltre che la Parola è l’evento originante e il fine della vita della comunità cristiana e, di conseguenza, è l’unico fondamento di ogni sua attività, compresa l’evangelizzazione. “Se la Parola cresce, se i cristiani quali servi della Parola, servi di Cristo predispongono tutto per la sua diffusione e vi collaborano, allora anche la chiesa cresce, si diffonde, sperimenta l’unica efficacia autentica”, ha aggiunto il monaco.

Nella seconda parte della sua relazione il priore di Bose ha osservato come la chiesa, per poter evangelizzare, deve anzitutto essere evangelizzata: “Solo una chiesa evangelizzata potrà essere chiesa evangelizzante. Solo dei cristiani veramente evangelizzati potranno essere testimoni capaci di evangelizzare. Solo l’essere evangelizzati abilita all’evangelizzazione. Proprio per questo la chiesa è radunata dalla Parola: la Parola è il suo cibo quotidiano e, nel suo legame indissolubile con l’Eucaristia, crea l’alleanza tra Dio e la comunità cristiana e permette a ogni cristiano di diventare membro del corpo di Cristo nella storia e in mezzo agli uomini”.

Da qui l’importanza dell’assemblea domenicale, della liturgia, della Parola celebrata, proclamata, fatta risuonare con l’omelia, ma non solo: “Per una chiesa evangelizzata occorre anche un contatto personale con le Sacre Scritture che contengono la Parola di Dio. Sappiamo che tale contatto non è facile, che le Sante Scritture risultano spesso difficili, ma almeno l’assiduità con il Vangelo andrebbe praticata da ogni cristiano. Il recente Sinodo dei vescovi su `La Parola di Dio nella vita e nella missione della chiesa’, così come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI nel loro magistero, hanno invitato e invitano sovente i singoli cristiani a questa lettura orante, alla lectio divina, all’ascolto della Parola contenuta nella Bibbia. Occorre essere convinti che senza questo incontro personale con il Signore, attraverso la lettura e la meditazione della sua Parola, la nostra fede si estenua, risulta fragile, tentata dall’incredulità o dalla magia…”

“Una chiesa evangelizzata – ha aggiunto – ha dei cristiani discepoli di Gesù; una chiesa non evangelizzata ha dei cristiani che, tutt’al più, fanno propaganda, sono dei militanti. Io resto convinto che la `nuova evangelizzazione’, lanciata da Giovanni Paolo II all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, ha dato pochi frutti proprio perché non si è posto l’accento sull’essere evangelizzati dei cristiani, ma si è insistito subito e in modo sproporzionato sul loro essere evangelizzatori”.

La chiesa è anche evangelizzante, ha aggiunto Enzo Bianchi, ma a patto di mettere al centro della pastorale la Parola di Dio: “Parlare di animazione biblica della pastorale non può voler dire aggiungere qualche incontro in più in parrocchia ai tanti che già ci sono, quanto rivedere quello che si fa alla luce dell’incontro con la Parola di Dio che è Cristo. La catechesi deve risultare biblica, la formazione deve essere fatta dando alla Parola di Dio la sua centralità egemonica, ogni attività comunitaria dalla Parola deve essere ispirata e dalla Parola giudicata”, ha osservato.

Il monaco ha poi aggiunto con forza: “La vita di ogni singolo cristiano e di ogni comunità cristiana deve perciò essere innanzitutto coerente con ciò che crede, con la Parola di Dio ascoltata e accolta. Questa coerenza, pur nei limiti delle contraddizioni dovute alla nostra qualità di cristiani sempre peccatori ma sempre perdonati dal Signore, è la testimonianza che si fa leggere più delle parole e appare dotata di una capacità performativa, soprattutto oggi, nel contesto di una società indifferente. Questa testimonianza fa emergere la `differenza cristiana’, il fatto che i cristiani vivono non come vogliono la maggioranza, la mondanità, l’ideologia dominante, l’omologazione alla società. Gesù ha detto: `Nel mondo si fa così, ma non così tra voi’, bensì una vita che sappia essere altra, alternativa rispetto alla vita alienata agli idoli e ispirata dalla moda, dal parere della maggioranza, dal così fan tutti”.

Nell’ultima parte della sua relazione il priore ha indicato tre urgenze dell’evangelizzazione oggi. “Essere obbedienti alla Parola nel predicarla. Tutti i predicatori, nessuno escluso, prima di annunciare la Parola di Dio devono innanzitutto ascoltarla con timore, adorando il Signore che parla, prestando attenzione a non depotenziare la Parola o addirittura a contraddirla. Si è sorpresi, soprattutto quando si legge il Nuovo Testamento, delle preoccupazioni mostrate da Gesù e dagli apostoli a proposito della predicazione: si può annullare la Parola, dice Gesù, si può arrossire, vergognarsi della Parola di Dio, soprattutto quando essa appare esigenza dura, in contrasto con il pensiero dominante, si può falsare la Parola, dice Paolo; si può mercanteggiare la Parola per guadagnare consenso; si può condire la Parola con parole umane seducenti, che in realtà la svuotano”.

In secondo luogo lo stile dell’evangelizzazione. “L’evangelizzatore deve rivestirsi dello stile di Gesù, quello che egli ha vissuto e dunque ha potuto chiedere ai discepoli prima di inviarli in missione. Vada povero in mezzo agli uomini; evangelizzi con mitezza, senza arroganza, avendo rispetto grande dei destinatari; dica il Vangelo con dolcezza. Soprattutto oggi che nello spazio cristiano è diffusa la voglia di mostrarsi forti, di contarci, di far vedere che ci siamo, occorre vigilare. Dobbiamo essere fieri della Parola, del Vangelo, ma non arroganti; convinti della Parola, del Vangelo, ma senza volerlo imporre; capaci di essere confessori della fede, ma non militanti”.

Infine, l’evangelizzazione come annuncio dell’umanità di Gesù. “Nell’evangelizzare oggi, più che un tempo, occorre far conoscere questa umanità di Gesù come cammino per un’umanizzazione vera. Questa umanità di Gesù in cui è stato raccontato Dio interessa ogni uomo che vuole `salvare la vita’, che cerca strade di senso. Sì, l’evangelizzazione deve mettere in risalto, soprattutto oggi, l’umanità di Gesù, per dare agli uomini un’esemplarità e per dare loro speranza: una vita umana come lui l’ha vissuta nell’amore fino alla fine, ha avuto come esito per lui la resurrezione, la vita per sempre, e così può averlo anche per tutti gli uomini!”.

“Il vero problema non è ripristinare un rito antico, ma che questa prassi diventi un `cavallo di Troia’ per mettere in discussione l’idea di chiesa uscita dal Concilio Vaticano II, soprattutto su alcuni punti fondamentali come il dialogo interreligoso e con gli ebrei, l’ecumenismo, la sinodalità”. C’è stato tempo solo per una domanda a Enzo Bianchi, e il teologo don Giampiero Bof ha chiesto espressamente perché anche nella diocesi di Savona è stato reintrodotto un rito che sembra contraddire la scelta di mettere la Parola di Dio al centro della pastorale.

Enzo Bianchi ha difeso la scelta di Benedetto XVI, che “vuole l’unità della chiesa e cerca di andare incontro a quel gruppo di cristiani”, ma ha messo anche i punti sulle i: “E’ legittima anche una pluralità di forme celebrative, tanto più che veniamo da certa tradizione monolitica, a patto però di essere uniti nella sostanza. Mi sembra perciò importante che ora il Papa voglia condurre una verifica dell’applicazione del suo motu proprio e, soprattutto, chieda anche ai seguaci di Lefebvre l’accettazione del Concilio Vaticano II”.

Il convegno diocesano è poi proseguito con la terza parte dei lavori di gruppo e si è concluso con i vespri cantati nel teatro “don Bosco”. Un evento che ha riscontrato un notevole coinvolgimento della diocesi, sia nell’ascolto delle relazioni, sia nei lavori di riflessione a gruppi. La sintesi del convegno sarà presentata domenica prossima, 28 giugno, alle ore 17 in Cattedrale e la Messa presieduta dal vescovo concluderà l’appuntamento.

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