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Dopo la pioggia ecco le buche nell’asfalto: la tecnologia per ripararle è italiana, ma non si usa foto

Le buche stradali rappresentano uno dei maggiori rischi al volante, soprattutto per i motociclisti: ripararle bene è possibile, ma non conviene

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A Savona il maltempo è ormai giunto al termine ed è tempo di contare i danni. Nulla di grave fortunatamente, e il bilancio si chiude con qualche tombino otturato e un clamoroso falso allarme negli scorsi giorni su un presunto danno all’autostrada, rimbalzato sui social e subito smentito dalle autorità.

A preoccupare sono però le buche stradali: numerose sono le riparazioni di fortuna che, con una pioggia intensa, e tuttavia non eccezionale, sono letteralmente andate in frantumi. Le segnalazioni più insistenti arrivano dalle vie Aurelia e Stalingrado, nonché dalla superstrada per Vado Ligure, la cui carreggiata è a tratti disseminata dei frammenti di catrame staccatisi dal manto stradale.

Un rischio per gli automobilisti, ma ancor di più per chi guida veicoli a due ruote, che rischia di perdere l’equilibrio con conseguenze potenzialmente gravi o fatali, come già accaduto in passato sulla superstrada di Quiliano, ove gli autovelox vigilano sulla velocità, ma nulla possono sulla qualità del fondo stradale.

Alcune buche (nelle foto potete notarne alcune tra le più estese) hanno una profondità superiore ai 5 centimetri e la loro pericolosità è aggravata dai brandelli di asfalto che, spargendosi tutt’intorno ad esse, rendono le carreggiate sdrucciolevoli. La situazione peggiora più rapidamente quando le buche si aprono sulle arterie principali, battute ogni giorno da migliaia di veicoli privati e commerciali, compresi mezzi pesanti e autobus.

Dopo la pioggia ecco le buche: la tecnologia per ripararle è italiana, ma non si usa

Nel 2016 l’annuncio della “macchina tappabuche” di TotalErg, ma… che fine ha fatto?

Risale al giugno 2016 il PDF di Combicons e TotalErg relativo alla presentazione della macchina tappabuche tenutasi a Savona, all’interno del deposito di Via Stalingrado, nel corso della quale Enrico Vergnano, presidente di Combicons, ha spiegato i punti forti dell’innovativo sistema tappabuche, già impiegato in gran parte d’Europa e in alcune città italiane.

La macchina nasce all’interno delle raffinerie romane di TotalErg. Attraverso l’utilizzo di un bitume modificato che funge da collante, la strada e la viabilità vengono ripristinate in tempi brevi e la resistenza della riparazione è paragonabile a quella del resto del manto stradale. I bitumi modificati impermeabilizzano il catrame ed impediscono all’acqua di filtrare al di sotto della riparazione, garantendo stabilità e durata nel tempo.

Sfortunatamente pare che la presentazione non abbia sortito gli effetti sperati e la macchina tappabuche, probabilmente a causa dei 200.000 euro necessari al suo acquisto, non sia mai entrata in funzione. Storia simile a Torino, città natale della Combicons, che ha visto il comune rifiutare l’acquisto, preferendo perseverare con le inefficaci riparazioni manuali a freddo.

Dopo la pioggia ecco le buche: la tecnologia per ripararle è italiana, ma non si usa

Il risarcimento danni: tempi biblici e giungla burocratica

Ricorrendo alla giustizia ordinaria, i tempi di risarcimento superano i 6 anni in molti comuni italiani; inoltre, spesso è difficile capire come e dove denunciare il danno subìto, sia esso relativo a cose o persone. Una situazione che tende innegabilmente a scoraggiare al punto che, se il danno si limita ad un cerchione ammaccato o ad uno pneumatico da sostituire, si finisce per evitare la denuncia.

Non sempre, però, finisce in questo modo. Di certo, non quando le conseguenze sono ben più gravi, se non addirittura drammatiche. In questi casi, al risarcimento non si rinuncia e le somme in ballo diventano importanti, sicuramente più di quanto lo sarebbero state le cifre necessarie a riparare le buche incriminate.

Dopo la pioggia ecco le buche: la tecnologia per ripararle è italiana, ma non si usa

C’è chi sta peggio, ma non è una scusa

Il caso romano è forse emblematico: le strade della Capitale sono dei veri e propri percorsi ad ostacoli e muoversi in scooter è diventata una prova di coraggio anziché una comodità. Situazione ancora peggiore in molte regioni del sud, in primis in Sicilia, che vede le sue arterie principali sbriciolarsi lentamente sotto il peso degli anni e degli agenti atmosferici, complice la carente manutenzione.

Il “mal comune” non deve però diventare una scusante per le amministrazioni comunali, soprattutto nelle città ben più semplici da amministrare rispetto a Roma: nel 2018 è impensabile poter morire a causa di una buca nell’asfalto, e lo sconcerto aumenta se si pensa che la tecnologia per porvi rimedio c’è, ma non si usa, o per la scarsa fiducia di cui essa gode da parte delle amministrazioni comunali, o, peggio, per contenere i costi.

Il nostro appello, e utilizzo il plurale certo di poter parlare per tutto IVG/young e per i cittadini “motorizzati” savonesi, non vuole configurarsi come una critica sterile e arida di spunti di riflessione, ma piuttosto come un invito agli amministratori locali ad aprirsi alle nuove tecnologie quando la loro utilità è un fatto innegabile: nel caso della macchina tappabuche, infatti, essa non solo garantirebbe a chi si sposta sulle strade un grado di sicurezza maggiore, ma rappresenterebbe, a fronte della spesa per il suo approvvigionamento, un investimento proficuo, consentendo riparazioni più durature, limitando il numero di interventi annuali e, soprattutto, riducendo al minimo le spese per il risarcimento dei danneggiati.

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