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Healness: un nuovo talento savonese della musica italiana

Intervista al giovane cantante e musicista, che racconta il suo primo approccio con la musica e presenta il suo EP uscito il 12 marzo

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Il 12 marzo è uscito “Run After The Moon”, il primo EP di Healness, nome d’arte del giovane cantautore savonese Daniele Valanzola. Abbiamo dunque intervistato il 19enne artista, il cui primo lavoro in studio (nato dalla collaborazione con il noto bassista e produttore Andrea Bottaro) è stato preceduto il 25 febbraio dal primo singolo “March’s Flowers”.

Ciao Healness, parlaci un po’ di te e di come è nata la passione per la musica.

Ciao! Dunque, la mia passione per la musica fu frutto della mia curiosità nei confronti dell’arte unita al prezioso aiuto di mio fratello maggiore, chitarrista da anni. Mi accorsi immediatamente, intorno agli 11 anni, che un testo legato ad una sequenza di note rappresentava un qualcosa di estremamente affascinante per me. Intrapresi lo studio della chitarra alle scuole medie, e in seguito lezioni presso una scuola di musica; il tutto ebbe una svolta considerevole quando decisi di imparare a cantare, a 15 anni, dopo aver passato per anni giornate intere a canticchiare sulle canzoni che imparavo.

Quando hai iniziato, per la prima volta, a comporre personalmente musica e testi? E come è nata l’opportunità di realizzare un EP?

Le prime canzoni arrivarono con la consapevolezza di primitiva tecnica canora, che mi garantì la sicurezza necessaria per potermi chiudere in camera e cantare dal mattino alla sera senza sentirmi stupido, e quindi, di poter comporre. Non sono mai stato bravo a cantare, ma perlomeno, in questo modo, smisi di vergognarmi della mia stessa voce, e iniziai a sentirmi più libero di poter lasciare spazio alla creatività. Creatività che nacque a sua volta dalla necessità di potermi esprimere liberamente, senza dover ulteriormente pensare a ciò che era solito preoccuparmi (e che tutt’ora mi perseguita). Non ho mai trovato il coraggio di spiegare a qualcuno come mi facesse sentire il fatto di non potermi considerare propriamente soddisfatto di ciò di cui disponevo o che era nelle mie possibilità, così come il dovermi relazionare a situazioni per me difficili, o semplicemente poter esprimere liberamente un’emozione vissuta (perlopiù negativamente) e tenuta custodita nella mia enorme biblioteca di pensieri personali. Non fu semplice sbloccarsi sotto questo punto di vista, ma una volta realizzato il mio primo brano, “Otherwise” (2015-2016), mi resi conto che tutto ciò di cui avevo bisogno era qualcosa da raccontare, con tutta la sincerità di cui potevo disporre.

Dopo aver iniziato a portare i miei lavori nei posti in cui mi era possibile farlo, il 25 marzo 2017 mi esibii presso il Rude Club di Savona, e lì feci la conoscenza di Andrea Bottaro, impegnato in qualità di fonico della serata. Piacevolmente colpito dalle mie canzoni, mi chiese di tentare degli arrangiamenti in versione band dei brani da me già composti voce e chitarra, inizialmente a casa sua con dei sequencer digitali, e in seguito con un vero e proprio gruppo. Una volta iniziate le prove insieme ad Andrea (al basso), Daniele Crisafulli (alla batteria) e Simone Pastrengo (alla chitarra), decidemmo di incidere i pezzi “riarrangiati”, dando così il via ufficiale alle registrazioni del mio primo disco, a partire da metà novembre 2017.

Il tuo EP “Run After The Moon”, uscito il 12 marzo, è disponibile su Spotify, iTunes, YouTube, Soundcloud, Deezer e Google Play. Spiegaci di cosa si tratta.

La metafora che caratterizza il titolo dell’EP rappresenta in tutto e per tutto ciò che ho tentato di spiegare nella domanda precedente. Il gesto di rincorrere la luna, come quando da bambini la si osserva avvicinarsi dal finestrino dell’automobile senza mai (ovviamente) raggiungerla, esprime il sentimento primo che mi spinge alla creatività musicale: il non sentirmi mai soddisfatto a pieno di ciò che possiedo e delle possibilità di cui dispongo, quindi inseguire un qualcosa che indipendentemente da tutto non raggiungerò mai, mi ricorda vagamente la stessa sensazione di quando, inflessibilmente, provai a rincorrere la luna. Le canzoni, così come i timbri musicali, seppur rappresentino ognuna una storia a sé, sono tutte legate dallo stesso principio appena esposto: il tema dell’omofobia in “Ballad For A D******d”, un tentativo di scossa nei miei stessi confronti con “Make It On My Own”, la confessione, in senso lato, più sincera che potessi eseguire con il brano“Grace Of Loneliness”. Questi sette racconti non sono gli unici da me composti, ma sono quelli che maggiormente rispecchiano ciò che avevo da dire da due anni a questa parte, soprattutto negli ultimi mesi.

Il 25 febbraio è uscito il singolo “March’s Flowers”, estratto in anteprima dall’EP: perché hai scelto di debuttare con questo pezzo?

Allora, “March’s Flowers” è il brano che in un certo qual modo riesce a riassumere in 3 minuti e mezzo tutto il concept del disco: l’ambito desiderio di potermi raccontare con sincerità, i problemi che possono incombere tra due anime molto legate, una storia d’amore e il sentimento peggiore in assoluto, ovvero il sentirsi con la schiena a terra, magari nel freddo più intenso della neve, con numerosi ed apparenti aiuti pronti in tuo soccorso, senza però l’occasione di potersi rialzare. Considero il videoclip del singolo ben riuscito proprio perché io e Margherita (Ferrari) siamo stati in grado di rispecchiare a livello visivo le metafore e le sensazioni emotive del brano senza raccontare una vera e propria e storia.

Perché hai deciso di utilizzare lo pseudonimo “Healness”?

Da sempre ho cercato di distinguere il mio essere in qualità di musicista e la mia versione di tutti i giorni, nonostante in giro io mi sia proposto con nome e cognome per quasi 3 anni di musica live, come solista. La scelta dello pseudonimo era un problema secondario, ma l’avvento di un disco d’esordio era l’occasione per trovarlo. Ho cercato in tutti i modi di creare un nome d’arte che fosse affine al mio modo di vedere le cose, che rispecchiasse a pieno ciò che mi spinge a scrivere e a fare musica; dunque ho accostato il verbo “to heal”, dall’inglese “curare”, e la parola “illness”, “malattia”, dando vita così ad un neologismo che attualmente rappresenta molto per me, sia considerando la musica come la cura della malattia, sia percependola come un mezzo d’esaltazione del bene.

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