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Processo per l’omicidio di Janira, stralciata l’accusa di violenza privata per Alessio Alamia fotogallery

L'imputato all'epoca dell'episodio delle presunte minacce alla fidanzata precedente alla vittima era minorenne, in aula ascoltata anche la nonna

Savona. Si è chiusa con un colpo di scena la terza udienza del processo che vede a giudizio Alessio Alamia per l’omicidio della ex fidanzata Janira D’Amato, uccisa il 7 aprile del 2017 con 49 coltellate nella casa del ragazzo in piazzetta Morelli a Pietra Ligure. Questa mattina è stata infatti stralciata l’accusa di violenza privata che era stata contestata ad Alamia in relazione alle minacce subite da una sua precedente fidanzata. Proprio durante la deposizione della ragazza (avvenuta a porte chiuse perché c’era la necessità di tutelare alcuni aspetti privati della vita della testimone), infatti, è stato rilevato che i fatti contestati risalivano al giugno del 2014, quando l’imputato aveva 16 anni, e quindi la competenza era del tribunale per i minori.

Per questo motivo la Corte d’assise ha dichiarato la propria incompetenza funzionale ed ha ordinato la trasmissione degli atti al pm presso il tribunale per i minorenni di Genova.

Di conseguenza il racconto della presunta vittima di violenza privata (un episodio che sarebbe avvenuto in stazione quando Alamia l’avrebbe schiaffeggiata ed avrebbe cercato di afferrarla al collo per dissuaderla dal continuare ad avere contatti con Janira) resterà valido come testimonianza, ma non servirà più a supportare la fondatezza di un’imputazione.

Ovviamente a carico di Alamia restano in piedi le accuse di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e stalking nei confronti della ex fidanzata Janira D’Amato.

Nell’udienza di questa mattina si è registrato anche un secondo colpo di scena: la nonna dell’imputato, ascoltata come testimone, ha infatti annunciato la volontà di Alessio di chiedere scusa di persona ai genitori di Janira. “Vado spesso in carcere da mio nipote. E’ demoralizzato e pentito. Parla spesso di Janira e mi ha detto che vuole scusarsi coi suoi genitori. Ha pensato di scrivergli, ma non gli riesce perché preferisce farlo a voce” ha detto la donna in aula.

Per la prima volta, visto che finora i famigliari della vittima non hanno mai ricevuto nessun messaggio di scuse, sarebbe quindi emerso il pentimento di Alamia per il terribile delitto. Per vedere se, effettivamente, l’omicida chiederà scusa bisognerà aspettare l’udienza nella quale sarà ascoltato dalla corte d’assise.

LA NONNA DI ALESSIO

Paola P., la nonna Alessio, ha ricordato cosa è successo la sera del delitto quando suo nipote arrivò a casa sua dopo il delitto, ma ha parlato anche dello stretto legame con lui.

“Avevo un rapporto molto stretto con lui. Avevo il suo affidamento e fino a quando non ha compiuto 18 anni vivevamo assieme. Ho conosciuto anche Janira. La loro relazione prima andava benissimo, ma nell’ultimo periodo erano nervosi e Alessio era arrabbiato per essere stato lasciato. Era giù di morale e non mangiava per la fine della relazione. Quel giorno (il 7 aprile, ndr) ho contattato Alessio per sapere se veniva a cena. Verso le 8 meno 20 mi disse ‘tra un po’ vengo..’. E’ arrivato e ho visto che era agitato, frastornato. Disse che doveva andare dai carabinieri, io gli ho chiesto che cosa era successo e lui ripeteva: ‘ti sembra giusto che una che ti vuole bene ti prenda per il collo’. Poi parlava di sangue, ma io non capivo cosa fosse successo.. Aveva un taglio sul polso, ma mai più avrei pensato ad una cosa del genere. Era riuscito a dirmi solo che se l’era fatto con un coltello. Non riuscivo a calmarlo, era agitato. Ripeteva ancora ‘ti sembra giusto che una che ti vuole bene allontani bruscamente il cane’. A quel punto ho deciso di portarlo dai carabinieri e un mio vicino ci ha accompagnato”

Una scelta, quella di andare direttamente dai carabinieri, sulla quale la testimone è stata incalzata dal presidente della corte d’assise che le ha chiesto perché, se non sapeva cosa fosse successo, la signora non è andata prima nell’appartamento in piazzetta Morelli: “Sapeva già che era morta?” ha chiesto il giudice.

“Non ricordo – ha tentennato la testimone -. Mi diceva che c’era tanto sangue, ho pensato che Janira forse era caduta dalle scale, io volevo andare a Pietra, ma mio nipote voleva andare dai carabinieri. Nel frattempo abbiamo incontrato il mio vicino che ci ha accompagnato in caserma”.

L’AMICA E LE MINACCE DI ALESSIO

J.P. era un’amica di Janira, ma conosceva anche Alessio ed ha ricordato gli ultimi mesi di vita della ragazza.

“Erano una coppia normale all’inizio, ma poi sono iniziati dei litigi perché Alessio era possessivo. Negli ultimi 7-8 mesi il rapporto è degenerato: lei mi diceva che non ce la faceva più e che desiderava che cambiasse. Nell’ultimo periodo della loro relazione Alessio mi ha minacciato due volte verbalmente, dicendomi “ti faccio del male fisico”, perché era convinto che io stessi allontanando Janira da lui. Janira nell’ultimo periodo vedeva anche nuovi amici e aveva iniziato a sentirsi con un altro ragazzo con cui si frequentava da circa una settimana prima del delitto”.

LA COPPIA DI AMICI E LA RICHIESTA DI AIUTO DI JANIRA

S.V.D.B. E J.C. erano una coppia di amici di Janira ai quali la ragazza aveva confidato dei problemi con Alessio e, in un’occasione, si sarebbe anche “rifugiata” in casa loro a Calice per restare lontana dal fidanzato dopo una lite.

“Alessio la trattava un po’ come una schiava, voleva che facesse tutto in casa. Per questo Janira dopo una lite ci aveva chiesto ospitalità. E’ venuta in lacrime da noi e ci ha chiesto se poteva restare e avevamo concordato passasse una settimana con noi per restare tranquilla. Il giorno dopo però Alessio era venuto perché voleva lei tornasse da lui e abbiamo litigato tutti. Il mio compagno voleva andasse via e si sono presi. A quel punto Janira era in difficoltà, ma alla fine ha preso le difese di Alessio ed è andata via con lui. Da quel momento abbiamo interrotto i rapporti, lui la condizionava troppo. Proprio due giorni prima che succedesse la tragedia però ci eravamo risentite: lei mi aveva detto che aveva lasciato Alessio, l’ho sentita felice e ci saremmo dovute vedere il giorno dopo l’omicidio”.

“All’inizio avevo un buon rapporto con Alessio, ma lui era molto geloso e alla fine ha fatto litigare tutta la compagnia coi suoi comportamenti – ha esordito J.C. -. Janira si confidava con me per dirmi che a volte lui aveva comportamenti fisici. Mi sono accorto che lei aveva dei lividi sulle braccia e mi spiegò che lui l’aveva strattonata e afferrata. Lei mi raccontava anche che lui la insultava. Ricordo bene che un giorno, dopo una lite, Janira era venuta a casa mia e della mia compagna per chiedere ospitalità e ci eravamo accordati perché stesse una settimana con noi per staccare da Alessio. Poi abbiamo avuto una lite perché lei aveva preso le sue difese. L’avevo incontrata per caso due giorni prima dell’omicidio sul treno e mi aveva detto che si erano lasciati”.

L’INIZIO DI UNA FREQUENTAZIONE

Tra i testimoni di questa mattina c’era anche D.A., un ragazzo che Janira aveva conosciuto al corso per diventare milite in pubblica assistenza e col quale era nata una simpatia ed era appena iniziata una frequentazione.

“L’avevo conosciuta al corso della Croce Bianca a Finale, mi aveva raccontato che non andava più molto d’accordo con Alessio e che si erano lasciati intorno ai primi di aprile. Dopo che non stavano più insieme siamo usciti insieme un paio di volte. Una sera l’ho accompagnata a casa e tra noi c’è stato qualcosa”.

Il processo continuaerà la prossima settimana quando in aula saranno ascoltati tutti i consulenti delle parti, tra cui la criminologa Roberta Bruzzone che si è occupata del caso su incarico della famiglia di Janira, parte civile nel processo con l’assistenza degli avvocati Simone Mariani e Fabrizio Biale.

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