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Lapide delle Camicie Nere, l’Opera per i Caduti senza Croce: “Modificarla sarebbe un falso storico e un’offesa”

Enrico Albertazzi risponde alla richiesta del sindaco di Savona Ilaria Caprioglio di modificare la lapide

Savona. “Omettere sulla lapide il corpo delle Camicie Nere sarebbe stato un falso storico ed una grave offesa per gli stessi caduti e per le loro famiglie”. Così il presidente regionale dell’Opera Nazionale per i Caduti senza Croce, Enrico Albertazzi, risponde alla richiesta del sindaco di Savona Ilaria Caprioglio di modificare la “lapide delle Camicie Nere” al centro delle polemiche politiche di questi giorni.

Ieri il primo cittadino aveva affermato che la targa non sarebbe conforme a quanto concordato tra associazione e Comune. Oggi Albertazzi ribatte: “La lapide non è altro che una proiezione sulla pietra dell’albo d’oro che da ben 19 anni è conservato in un teca ai lati della colonna tronca. Questo albo, dal sindaco più volte consultato come risulta da registro visitatori, contiene i nominativi di tutti i militari savonesi caduti nella Seconda Guerra Mondiale, fra cui quelli delle vituperate Camicie Nere”.

E’ per questo che eliminare il corpo della Milizia fascista sarebbe “un falso storico e una grave offesa per gli stessi caduti e per le loro famiglie. D’altronde anche un albo realizzato da Isrec (e sottolineo Isrec) celebra questi caduti elencando quelli inquadrati nei battaglioni Milizia Volontaria per la Sicurezza NAzionale che altro non erano che le Camicie Nere”.

In ogni caso, la richiesta del sindaco di una “celere modifica” è stata “superata dagli eventi di queste ultime ore. Su disposizione del sindaco la lapide è stata avvolta in una plastica nera a ‘coprire la vergogna’, poi le feroci e faziose polemiche di questi giorni hanno indotto alcuno a penetrare nottetempo nel cimitero e a distruggerla”.

“Ora oltre alla colonna tronca che simboleggia le vite spezzate dei caduti, ai suoi piedi c’è anche la lapide spezzata dei corpi in cui militavano: così i caduti sono morti una seconda volta. Quale infinita tristezza”, conclude Albertazzi.

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