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Via al processo per l’omicidio di Janira, Alamia aveva cercato su internet “come uccidere persone” fotogallery

Nella prima udienza del processo in corte d'assise sono emersi alcuni retroscena inquietanti sui giorni precedenti al delitto

Savona. C’erano i genitori e i due fratelli della vittima, ma non l’imputato. Questa mattina il processo in corte d’assise per l’omicidio di Janira D’Amato è iniziato senza che in aula fosse presente Alessio Alamia, l’ex fidanzato della ragazza, che il 7 aprile del 2017 l’ha uccisa con 49 coltellate nella sua casa in piazzetta Morelli a Pietra Ligure.

Il processo, seguito anche dalle telecamere della nota trasmissione televisiva “Un giorno in Pretura” di Rai 3, è iniziato con l’audizione dei primi testimoni dell’accusa: i carabinieri che si sono occupati delle indagini sull’efferato omicidio. E proprio durante le loro deposizioni sono emersi particolari finora sconosciuti sulla vicenda. Come il fatto che Alamia, pochi giorni prima del delitto, nella notte tra il 4 e il 5 aprile del 2017, dopo aver parlato al telefono con la vittima (secondo gli inquirenti lei in quell’occasione gli aveva ribadito la fine della loro relazione), avesse inserito sul motore di ricerca del browser di navigazione del suo telefonino le frasi “uccidere persone” e “come uccidere una persona senza lasciare traccia”. Un elemento che, secondo l’accusa, proverebbe la premeditazione nel delitto.

Oltre all’accusa di omicidio volontario (aggravato appunto dalla premeditazione), Alamia deve rispondere anche del reato di stalking nei confronti di Janira e di violenza privata verso un’altra ex fidanzata che avrebbe minacciato proprio per impedirle di avere contatti con la vittima. Per quanto riguarda gli atti persecutori, oggi, in aula, è emerso che l’omicida, tra il 31 marzo 2017 (nel periodo in cui la loro relazione era già finita) e il giorno in cui ha ucciso Janira, l’avrebbe contattata telefonicamente – tra chiamate e messaggi – ben 445 volte. Inoltre, in altre due occasioni, Alamia si sarebbe anche presentato a Villa Fivoli ad Arenzano dove la ragazza frequentava un corso di formazione e sotto casa di lei minacciando anche di compiere atti di autolesionismo.

LA COSTITUZIONE AI CARABINIERI

Dalla testimonianza dell’appuntato Paolo T., in servizio alla centrale operativa di Albenga la sera del delitto, sono emerse le modalità con le quali Alamia si è costituito ed è poi stato fermato dai carabinieri.

“Alle 21,14 ho ricevuto una chiamata dal citofono (collegato alla centrale operativa) della caserma di Loano. C’era una voce maschile che diceva che era successo qualcosa di grave e dietro sentivo una donna che piangeva. A quel punto ho subito mandato un equipaggio dei carabinieri di Ceriale da loro. Mentre la pattuglia andava lì, le due persone (si trattava di Alamia e della nonna) premevano di nuovo citofono e una voce femminile mi diceva di fare presto che era successo qualcosa di grave. Mi sono fatto lasciare il numero di telefono e li ho ricontattati e la nonna mi diceva: ‘Dovete venire mio nipote ha fatto del male alla sua ragazza’. Poi mi sono fatto dare l’indirizzo dove si trovava la ragazza e ho diramato soccorso persona. Alle 21.38 la pattuglia di Ceriale è arrivata davanti alla stazione carabinieri di Loano e ha caricato il ragazzo in auto”.

“PORTATEMI IN QUESTURA”

A raccontare il momento in cui Alessio Alamia è stato fermato dai carabinieri è il carabiniere Ilaria T., in servizio alla stazione di Ceriale che quella sera insieme al collega è andata fuori dalla caserma di Loano.

“Su richiesta della centrale operativa di Albenga siamo andati a Loano perché c’era un ragazzo in stato di agitazione al citofono della caserma. Quando siamo arrivati lo abbiamo fatto salire sull’auto di servizio e lui ripeteva ‘portatemi in questura. Ho litigato con la mia ragazza’. Diceva che l’aveva accoltellata. Siamo arrivati sotto casa di Alamia e lì c’erano già i vigili del fuoco. Io mi sono fermata in auto con lui mentre il mio collega è salito in casa ed ha chiuso l’abitazione. Alamia piangeva, ma non diceva nulla. Ha solo detto che il coltello era in casa, su uno dei gradini. Poi l’abbiamo portato in caserma a Pietra Ligure”.

I PRIMI RILIEVI

A descrivere i primi passi dell’indagine sull’omicidio è invece il sovrintendente Walter Z., in servizio al nucleo operativo dei carabinieri di Albenga:

“Sono intervenuto perché in quei giorni ero comandante del nucleo operativo perché il mio superiore era in ferie. Sono stato informato del grave fatto di sangue e ho chiamato il pm di turno, la dottoressa Pischetola. Arrivato a Pietra ho constato che c’era stato un omicidio: non sono entrato nell’appartamento, ma ho aperto la porta e ho visto il cadavere. C’era molto sangue e non sono entrato per non compromettere stato dei luoghi. Sui gradini di una scala ho visto che c’era un coltello mimetico. Nel frattempo sono stato informato che Alamia si era dichiarato autore del delitto e quindi l’ho fatto portare in caserma a Pietra. Lì abbiamo verbalizzato le sue spontanee dichiarazioni. Successivamente sono stati fatti i rilievi su Alamia che aveva delle ferite sul braccio sinistro: al polso e all’avambraccio e alcune sulle dita. Sono stati sequestrati i suoi vestiti che avevano tracce ematiche (sui pantaloni e sulle scarpe), ma anche il suo cellulare. Poi abbiamo portato l’indagato in tribunale a Savona e sono state acquisite le telecamere di video sorveglianza del Comune di Pietra che hanno consentito di ricostruire la tempistica dei fatti. Janira è arrivata in stazione a Pietra da Arenzano alle 18.08 e 18.14 ha imboccato la strada che portava in piazzetta Morelli. Intorno 19,50 nei filmati abbiamo visto Alamia uscire di casa e andare verso Aurelia con lo stesso abbigliamento poi sequestrato dopo il delitto”.

LA SCENA DEL DELITTO

Il maresciallo maggiore Gianfranco G., in servizio nell’aliquota della Procura dei carabinieri, nella sua testimonianza ha parlato dei rilievi tecnici all’interno dell’abitazione (durante la sua deposizione sono state anche proiettate in aula alcune fotografie della scena del delitto):

“Sono arrivato nell’appartamento verso le 22,50 e l’ho lasciato verso le 4 di notte. Sulla porta non c’erano segni di infrazione. Appena varcata la soglia mi sono trovato il cadavere davanti. Poi nell’antibagno al piano di sopra c’erano alcuni capi d’abbigliamento intrisi di sangue lasciati davanti alla lavatrice, in particolare una maglia (i vestiti che l’omicida si è tolto, ndr). Sul corpo di Janira c’erano ferite molto profonde, anche sulle braccia, compatibili con segni di difesa.
Sulla prima rampa di scale del soggiorno, sul terzo gradino, c’era il coltello di 20,5 centimetri e lama di 9 alla quale mancava la punta. L’appartamento non era in disordine a parte una sedia per terra. Abbiamo sequestrato l’arma del delitto, i vestiti e il telefono che era sul tavolo del soggiorno”.

IL LAVORO DEL RIS DI PARMA

Il maresciallo Alessio F., oggi in servizio nella sezione pg della Procura di Torino, ma allora al lavoro al Ris di Parma, con la sua testimonianza ha spiegato il lavoro compiuto dal reparto investigazioni scientifiche dell’Arma:

“Ho effettuato un’analisi documentale per valutare la ricostruzione della dinamica degli eventi fatta dai colleghi e per verificarne la pertinenza con il racconto di Alamia. Per farlo ho analizzato la documentazione fotografica, i verbali di sequestro e la relazione dell’autopsia. Ho concluso che l’omicidio è avvenuto nel soggiorno perché lì ci sono tracce ematiche attive, ovvero schizzi presenti soprattutto su un mobile appoggiato al muro, sulle gambe del tavolo e sullo schienale di una sedia trovata ribaltata. Questi schizzi indicano che il sangue non è finito lì per gravità, ma in conseguenza di un’azione dinamica. In questo caso sono compatibili con l’uso di un’arma da taglio. Per questo possiamo dire che l’inizio e la fine dell’aggressione sono in quell’area. Le altre tracce presenti nell’appartamento invece sono passive. Posso aggiungere che la scena del crimine è congruente con quanto dichiarato da Alamia nel primo interrogatorio”.

L’AUTOPSIA

Il maresciallo maggiore Giovanni A., del nucleo investigativo carabinieri di Savona, specializzato in rilievi tecnici e repertamento, nella sua deposizione si è concentrato sull’esame medico legale effettuato sulla vittima:

“Ho assistito all’esame autoptico sulla vittima effettuato il 10 aprile insieme al dottor Canepa. In quel frangente ho constato l’entità delle lesioni che erano concentrate sulla parte superiore del corpo. Durante l’autopsia il dottor Canepa ha individuato un frammento di lama dell’arma del delitto che era conficcato nel cranio, a livello occipitale”.

LA FINE DELLA RELAZIONE E I MESSAGGI ALLA VITTIMA

E’ durante la testimonianza del maresciallo Antonello M., del nucleo investigativo carabinieri di Savona, che ha parlato del lavoro di analisi sui cellulari della vittima, che è emerso lo scenario di stalking nei confrotni di Janira da parte di Alamia:

“Abbiamo ricostruito l’origine della relazione tra i due e come si era sviluppata. Abbiamo riscontrato anche una serie di atti persecutori. I due si conoscono a maggio 2014 e la relazione prosegue fino al periodo del 20 marzo 2017 quando Janira inizia il corso di formazione alla Costa Crociere. Ogni volta che Janira intraprendeva un’attività lavorativa lui si dimostrava contrario. Il 20 marzo Janira inizia quel corso e da una serie di testimonianze e dall’analisi dei messaggi emerge la contrarietà di Alamia.
A marzo i contatti telefonici da Alamia verso Janira sono stati 793 tra telefonate, messaggi e chiamate senza risposta. Dal 31 marzo al 7 aprile, a relazione finita, sono 445 i contatti telefonici di Alamia verso la ex fidanzata, mentre quelli che partone da Janira sono 36. Il 4 aprile Alamia manda un messaggio ad amica in comune e le chiede di verificare se Janira vuole riallacciare la relazione. Lei ribadisce che è conclusa. Sempre il 4 aprile Janira esce con gli amici e l’ex fidanzato la chiama per 64 volte. Intorno alle 3 di notte tra i due c’è una chiamata di 8 minuti e dopo quella telefonata Alamia fa una ricerca sul motore di ricerca del telefonino digitanto ‘uccidere persone’ e ‘come uccidere persone senza lasciare traccia’. Nei giorni successivi Alamia fa richieste pressanti a Janira per vederla per darle alcuni vestiti. Per convincerla ad andare a casa da lui le dice che non può lasciare il cane a casa da solo. Lei voleva vederlo alla stazione. Alla fine si fa convincere ad andare a ritirare vestiti e si accorda con Alamia al quale dice che sarebbe arrivata verso le 18. Janira aveva chiesto ad un’amica se l’accompagnava a prendere i vestiti, ma lei non poteva”.

La prossima udienza del processo sarà celebrata il 27 settembre. Anche quel giorno, come ha precisato il suo difensore, l’avvocato Laura Razetto, Alamia non sarà in aula. Il ragazzo sarà presente soltanto nell’udienza nella quale verrà fissato l’esame imputato e dovrà quindi rispondere alle domande del pm Elisa Milocco, a quelle dei legali di parte civile (gli avvocati Simone Mariani e Fabrizio Biale) ed a quelle dei giudici della corte d’assise.

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