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Palazzina esplosa ad Arnasco: slitta a novembre la decisione sul rinvio a giudizio dei proprietari fotogallery

Nella tragedia, avvenuta nel gennaio 2016, avevano perso la vita sei persone: secondo l'accusa l'impianto Gpl non era a norma

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Arnasco. E’ attesa per la fine di novembre la decisione sulle due richieste di rinvio a giudizio avanzate dal pm Giovanni Battista Ferro per la vicenda del crollo della palazzina di Arnasco, costata la vita a sei persone. Questa mattina, in udienza preliminare, davanti al giudice Fiorenza Giorgi le parti hanno concluso le rispettive discussioni, ma per consentire di replicare il gup ha fissato una nuova udienza.

Gli imputati (che hanno preferito non percorrere la via del rito alternativo affrontando quello ordinario) sono Margherita Toia e Giovanni Accame, ovvero i coniugi proprietari dell’immobile di via Vignola dove si verificò l’esplosione che causò la tragedia avvenuta il il 16 gennaio del 2016. Entrambi (in qualità di proprietari dello stabile e di locatori, in parte “in nero”, dei quattro appartamenti dove vivevano le vittime) devono rispondere in concorso delle accuse di crollo e omicidio colposo.

Per ricostruire le cause della tragedia i carabinieri del nucleo operativo di Alassio hanno effettuato lunghe ed accurate indagini, mentre la Procura aveva nominato come consulente il professor Luca Marmo, docente del Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino, nonché membro del Collegio di Ingegneria Chimica e dei Materiali del Politecnico torinese, e uno dei massimi esperti di ingegneria forense tanto che in passato ha già seguito come consulente e perito importanti casi di cronaca come quello del rogo alla Thyssen Krupp di Torino e della Norman Atlantic.

La conclusione degli inquirenti è che l’impianto di distribuzione del gas GPL della palazzina, realizzato proprio da Accame, non fosse conforme alle normative e, di conseguenza, che nemmeno la manutenzione fosse stata fatta negli anni in maniera corretta. Nello specifico, secondo gli accertamenti tecnici effettuati dalla Procura, a causare la fuga di gas e la conseguente esplosione è stato lo sfilamento di un tubo della cucina, sostituito dall’inquilino dell’appartamento Marco Vegezzi (una delle vittime), che aveva realizzato una connessione precaria (“con un portagomma di forma e dimensioni difformi”) proprio perché l’impianto non era a norma.

Nella terribile tragedia avevano perso la vita sei persone: Marco Vegezzi, Nurys Altagracia Vargas Rivera, Giovanni Ciliberti, Edoardo Niemen, Aicha Bellamouadden e Dino Andrei.

Il medico legale Marco Canepa, che aveva effettuato le autopsie, aveva rilevato la presenza di lesioni da deflagrazione sul corpo di una vittima e da seppellimento per le altre. In particolare sul volto di Marco Vegezzi erano stati trovati i segni di una vampata di calore: un elemento che confermerebbe l’ipotesi avanzata fin dall’inizio dagli investigatori e cioè che siano stati lui e Nurys Alatagracia Vargas Rivera, la donna che era in sua compagnia, al momento di rincasare, ad accendere l’interruttore della luce che, di fatto, aveva provocato l’esplosione.

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