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Omicidio di Janira, in Corte d’Assise inizia il processo ad Alessio Alamia fotogallery video

Dovrà rispondere di omicidio volontario, stalking e violenza privata per aver brutalmente assassinato l'ex fidanzata

Savona. A diciassette mesi dall’omicidio di Janira D’Amato, domani mattina, nell’aula magna del tribunale di Savona inizierà il processo in corte d’assise che vedrà imputato l’assassino, Alessio Alamia, l’ex fidanzato della vittima che l’ha uccisa con cinquanta coltellate.

Nel maggio scorso, infatti, quando era comparso davanti al giudice Fiorenza Giorgi per l’udienza preliminare Alamia non aveva chiesto nessun rito alternativo e di conseguenza era stato rinviato a giudizio come richiesto dal pm Elisa Milocco.

Alamia deve rispondere delle accuse di omicidio volontario premeditato, stalking (perché nelle settimane precedenti al delitto avrebbe “perseguitato” Janira con messaggi e telefonate), ma anche violenza privata nei confronti di un’altra sua ex fidanzata (secondo la Procura il ragazzo l’avrebbe minacciata perché non voleva che frequentasse ed avesse contatti con la vittima).

Tra i motivi che avevano spinto la difesa a non chiedere un giudizio abbreviato ci sarebbero proprio le contestazioni di violenza privata e stalking (che per il legale di Alamia non sussisterebbero), ma soprattutto alcuni aspetti della perizia psichiatrica che non sarebbero stati approfonditi. Per questo, in estrema sintesi, l’avvocato Laura Razetto aveva optato per il rito ordinario che consentirà di approfondire meglio diversi aspetti della vicenda davanti alla Corte d’Assise (il processo inizierà il prossimo 6 settembre).

Nel processo sarà parte civile la famiglia di Janira con l’assistenza degli avvocati Simone Mariani e Fabrizio Biale e della criminologa Roberta Bruzzone come consulente di parte.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Alamia aveva brutalmente aggredito l’ex fidanzata nel suo appartamento in piazzetta Morelli a Pietra Ligure. La vittima era stata uccisa con una lama lunga circa 12 centimetri, colpita con fendenti al collo (dove l’omicida aveva sferrato i colpi fatali), sulle spalle, al viso, ma anche alla testa. Il medico legale aveva anche accertato che Janira aveva tentato in ogni modo di difendersi dalle coltellate, ma senza riuscirci.

Secondo la Procura, dopo il delitto Alamia si era lavato, cambiato ed era uscito lasciando nel suo appartamento l’arma del delitto, i suoi vestiti sporchi, ma soprattutto il corpo esanime di Janira D’Amato. A quel punto il diciannovenne si era allontanato dalla sua abitazione per poi citofonare a casa della nonna, intorno alle 20,30 di quel maledetto venerdì sera.

“Ho avuto un problema con Janira” erano state le prime parole del ragazzo che, poco a poco, aveva fatto intendere che fosse accaduto qualcosa di molto grave. “Se la prendeva con il cane e poi ha preso un coltello” avrebbe raccontato Alessio alla nonna per spiegare l’aggressione (come aveva confermato poi la donna ai carabinieri). Invece a prendere in mano un coltello era stato proprio lui che, con una violenza inaudita, si era accanito contro l’ex fidanzata fino ad ucciderla. Quando la nonna aveva compreso che Janira non c’era più, aveva accompagnato il nipote alla stazione dei carabinieri di Loano, dove il ragazzo si era costituito.

Alamia era stato giudicato capace di intendere e volere dal dottor Gabriele Rocca, il perito nominato dal giudice Maurizio Picozzi, per giudicare proprio l’imputabilità dell’omicida (sulla base di una perizia psichiatrica eseguita in incidente probatorio).

Domani mattina, salvo che non ci siano eccezioni preliminari tali da giustificare un rinvio, in aula è prevista l’audizione dei primi testimoni del pubblico ministero.

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