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I Magazine di IVG.it - Vialogando

All the Stan (3a parte) fotogallery

"Vialogando on the road" è il diario di Luca, che con Giacomo affronta il Mongol Rally: 18 paesi dall'Europa alla Siberia su una Suzuki del 1989

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“Vialogando on the road” è il diario di viaggio del savonese Luca Negro che, con il friulano Giacomo Iachia, su un vecchio piccolo scomodo fuoristrada di quasi 30 anni battezzato “Pulce” partecipa a scopo benefico al Mongol Rally 2018. Il progetto è reso possibile grazie al contributo della Coop Augusto Bazzino di Savona: “In quest’epoca di rapidi cambiamenti ci apriremo insieme verso il mondo arricchendoci di nuovi orizzonti, in controtendenza verso la paura e la chiusura su ciò che ci è distante e diverso”.
Dall’Europa alla volta della Siberia, un ponte immaginario tra occidente e oriente attraverso 18 paesi: una lunga odissea da Savona fino ad Ulan Ude, nella Siberia Meridionale, poco sopra la Mongolia. In questa rubrica Luca proverà a raccontare, attraverso la sua personale sensibilità, gli orizzonti che supererà durante questo movimentato e intenso percorso. Vialogando “travelling stories” è invece il “main project” ideato da Giacomo e si potrà seguire l’avventura scritta e documentata insieme sul sito ufficiale www.vialogando.it e su Facebook.

Kirghizistan KG 

Prima di arrivare alla vera frontiera ci fermiamo un attimo in questa terra di nessuno, tra il confine dei i due paesi c’è questa zona cuscinetto che dovrebbe già essere territorio kirghiso, ma è solo una ripida discesa sterrata tra le montagne. Dietro di noi scorgiamo quello che fino al 2006 veniva chiamato picco Lenin una vetta di ben 7134 metri, oggi viene chiamato picco Ibn Sina, la sua cima luccica bianca di neve, il nostro dislivello è solo di 3000 metri … qualche foto è ancora giù… scendiamo ancora molto prima di raggiungere questa benedetta frontiera.

Arrivati lì una sbarra ci blocca il cammino, un poliziotto ci fa segno di spegnere il motore ed aspettare, mi sa che non sarà così rapida la burocrazia.

Improvvisamente da distante vediamo arrivare due grosse moto, sono i ragazzi greci incontrati due giorni fa, si fermano e ci salutano e uno dei due si ricorda i nostri nomi, l’altro ci dice di avere un messaggio importante per noi, ci racconta che è da parte di un ragazzo svizzero che è un meccanico che noi dovremmo aver incontrato un giorno fa… Si sì certo! Che dice? Che succede? Ecco, sostiene che si è dimenticato di attaccare la pipetta di una candela, quando vi ha fatto il controllo all’auto! Rimaniamo esterrefatti, controlliamo ed effettivamente la pipetta non è ben inserita e la candela non è avvitata, questo vuol dire che abbiamo viaggiato a 3 cilindri invece che 4 ed incredibilmente “pulce” si é comportata bene e ha superato tutti i passi in modo superbo, sarà che questa disattenzione addirittura ci è stata utile? Sistemiamo il problema e affrontiamo la dogana. Saluti calorosi con i greci che mi lasciano una bandierina adesiva del loro paese.

Il paesaggio cambia, si fa più verde, la strada migliora e se non fosse per le yurte e i vecchi caravan sui prati dove vive la gente nomade, direi quasi di essere nelle Alpi tanto è bello il panorama. Intanto i primi cavalli qui è la spuntano nei prati e dopo un po’ anche sulla strada, questo è infatti il paese dei cavalli, gli allevano e sono una grande risorsa da secoli. Superiamo il primo villaggio su un altipiano dove era prevista la tappa, abbiamo ancora tempo e energia, direzione Osh la seconda città del paese. Sarà piuttosto lunga la strada, ma a buio inoltrato ci arriveremo! Scegliamo un primo alberghetto non bello, magiamo un po’ di cibo non buono, con i pochi soldi Kirghizi che Jack aveva ricevuto di resto dal benzinaio, quelli tagiki non li accettavano. Stanchi, forse anche un po’ nervosi finisce che discutiamo ancora più pesantemente del solito sul futuro del percorso, come sempre una rigidità totale chiude qualsiasi spazio ad un confronto sereno.

Si ritorna in hotel, scrivo qualche appunto e poi scendo a fumare una sigaretta, Jack è ancora lì e di sigarette ne ha fumate troppe, ma continua ad accendersene un’altra. Prima di andare a dormire cerco si smorzare quell’inutile tensione con una battuta che si perde nella notte.

A notte fonda verso le tre mi accorgo che Jack è seduto sul letto, gli chiedo che ha, mi dice che sta male e ha nausea, dice che la cena gli è rimasta indigesta, poco dopo vomita … si dormirà poco. La mattina lui è uno straccio, io esco a cambiare i soldi, a comprare qualcosa per la colazione e a informarmi dove trovare un meccanico.

La città sembra svegliarsi tardi, sono le 9 e quasi tutti i negozi e le attività sono chiuse, la gente davvero poco curiosa, le strade poco invitanti, solo seguendo la curiosità di vedere più da vicino dei grossi palazzi fatiscenti e popolari in stile sovietico, scopro inaspettatamente un grosso murales a mosaico del simbolo delle olimpiadi di Mosca del 1980, qualcosa che mi piace in questa città in una mattina altrimenti per nulla appetibile. Jack intanto dorme per recuperare qualcosa in salute. Verso le 10:30 però decidiamo di muoverci e partiamo, naturalmente guido io, le sue energie sono così deboli e obbligate a concentrarsi sul suo necessario e primario recupero fisico, che non può esserci nessuna energia contrastante tra di noi nell’aria, mi preoccupo per la sua salute, ma basandomi su tante esperienze di viaggio in vari paesi dove le condizioni igieniche non sono ottimali immagino che non è nulla di grave e poi lui è un buon viaggiatore consapevole del fatto suo. In auto queste energie decisamente indirizzate in direzioni diverse mi fanno sentire bene, nessun contrasto. Abbiamo il tempo di trovare un meccanico che in mezzo a decine di altre officine inspiegabilmente chiuse ci aggiunge liquido di trasmissione al nostro mezzo.

Arrivati alla periferia di Jalal-Abad ci fermiamo, ho voglia di pollo che ho visto arrostire per la strada, scelgo un ristorante tra i tanti sulla strada, sembra difficile capirsi anche a gesti, ma con sorpresa un ragazzo del ristorante che studia inglese a Mosca viene chiamato per parlare con noi, ordino riso e pollo e consiglio vivamente a Jack di mangiare almeno un po’ di riso per vedere come reagisce il suo corpo …

Si desta un po’ di curiosità con le nostre facce insolite in quel posto, le cameriere sembrano osservarci e sorridere tra di loro, ne noto una con un viso insolitamente bello, forse mi sveglia il ricordo letterario del viso kirghiso letto nella “montagna incantata” di Thomas Mann, al guardarla passare appare seria e risoluta, poi capita di dirle una semplice parola su un piatto conosciuta da entrambi che si apre in un largo meraviglioso sorriso. Penso al suo bel viso, semplice, naturale, senza un filo di trucco o qualcos’altro ad esaltarne il suo fascino, quanto sarebbe diverso se la sua persona fosse stata influenzata da un ambiente diverso come per esempio quello da cui provengo? Sicuramente sarebbe una ragazza piena di corteggiatori, ma qualcosa della sua bella luce sarebbe differente e non migliore.

Il ragazzo che parla inglese esce e si siede con noi, prima di andare via gli chiedo se mi può confermare dell’esistenza della tradizione “ala kachuu (acchiappa e corri)” in pratica si tratta di “rapire” una ragazza che piace e si é deciso di farla propria, con l’aiuto degli amici portarla magari via in macchina, forse tra le sue urla e il suo terrore, rimanere con lei in qualche luogo e passarci insieme la notte, con gli altri fuori di guardia in caso di fuga, e a fatti compiuti, portarla dalla propria nonna la mattina la quale poserà un velo sopra la sua testa e da lì a breve saranno marito e moglie. Il discorso è molto più lungo che questa breve descrizione, ma si dice che nelle campagne ancora il 50% dei matrimoni funzioni più o meno così. Il ragazzo che parla inglese mi conferma l’esistenza di questa pratica, ma mi dice anche che se vogliono le donne possono denunciare l’accaduto, leggero poi che nelle statistiche oltre nel 90% di questi casi la donna decide di stare con il marito non scelto, denunciare non sembra conveniente.

Ecco vista con i nostri occhi questa è senza dubbio una pratica abominevole, tutto il mondo dovrebbe rivoltarsi e gridare allo scandalo che al giorno d’oggi esista ancora una cosa del genere, ma credetemi, un conto è giudicare le cose dal proprio comodo punto di vista un altro é esserci in questo paese osservarlo e ammettere che qui siamo ancora ad un livello tribale fuori dal tempo e che seppur non giusto ricorda decine di tradizioni simili, che seppur ormai passate, sono state parte della nostra cultura pure da noi in Italia senza dover andare troppo distante. Sempre secondo alcune interviste, la maggior parte delle donne dopo anni dall’accaduto incredibilmente si dichiarano felici della loro vita famigliare.

Mi chiedo chissà questa ragazza che ho notato se sarà fortunata e sceglierà il suo destino o se già qualcuno lo ha già deciso per lei? Non posso che augurarle il meglio dalla vita e rubarle simpaticamente una fotografia.

Chiedo ancora al ragazzo quale sia la strada migliore per raggiungere il lago intorno al quale abbiamo deciso di pernottare, senza dubbio mi indica con sicurezza nella mappa quella più breve che taglia le campagne e poi le montagne, decidiamo di fidarci e provare. Il percorso non è bello naturalmente, ma a tratti è asfaltato prima di perdersi in piccoli villaggi e accoglienti yurte qui e la, mandrie di cavalli e a volte di mucche rallentano il tragitto, poi le montagne si fanno più ripide, i villaggi più rari e gli incontri più veri, “pulce” si comporta bene, solo quando ci sembra necessario utilizziamo la trazione integrale, qui la strada fa quasi spavento ma sembra continuare, una piccola vettura davanti a noi non riesce più a salire, un passeggero scende e spinge, qui le auto vengono trattate come le bestie da soma, se non sale la si costringe a farlo in qualche modo senza badare troppo alle conseguenze. Arriviamo fino a guadare un fiume e ci sembra quasi bello e divertente ma giunti dall’altra parte l’amara sorpresa: un gruppo di gente locale con la loro yurta sembra davvero impressionata dal vedere due come noi dalle loro parti, ci fermiamo e chiediamo informazioni, capirsi è difficile ma le loro braccia a X non lasciano dubbi, fine della strada, non si può proseguire! Cavolo! Noooo! Non mancano che 30 km al congiungimento con l’altra strada e non c’è possibilità di farlo! Jack intanto finisce con un loro tradizionale cappello in testa e loro si divertono a prenderlo in foto! Non abbiamo scelta sono le 5 di pomeriggio e siamo costretti a tornare indietro! Dai dai andiamo sbrighiamoci finché c’è luce e cerchiamo di arrivare il più distante possibile! Ripercorrere all’inverso il fiume e le ripide e franose strade ci fa rendere conto di quanto ci siamo spinti oltre senza accorgerci che eravamo in un ‘cul de sac’. Indubbiamente la strada è peggio all’inverso, chissà se è dato dal fatto che prima eravamo più entusiasti e ora più demoralizzati … mah!

Ad un certo punto Jack mi dice di sentirsi meglio è che vuol guidare, ok bene prendi tu la guida! Andiamo!

Quasi due ore per ritornare al punto di partenza, il sole splende all’orizzonte grande è giallo, ovattato da una foschia umida che sembra salire dalla terra, la luce è così bella che nonostante tutto mi sento bene e per niente preoccupato, so che non arriveremo mai al luogo stabilito, ma proprio il non sapere nulla del nostro destino mi fa stare sereno.

A Tashkomur città mineraria e industriale arriviamo che è buio da un pezzo, superata la grande diga la città incomincia con un alto palazzone spettrale in mezzo al nulla, Jack mi sembra un po’ stranito e io scherzo dicendogli che è lì che dormiremo. In realtà la città prosegue per un bel pezzo e l’unico ostello che sembra essere segnato sulla mappa è invece apparentemente una casa privata. Entriamo e chiediamo a gesti di dormire, una signora corpulenta ci dice che possiamo dormire fuori nel loro cortile all’aperto su uno di quei quadretti sopraelevati dove mangiano e riposano i centro asiatici, per circa 2 euro, Jack mi guarda disapprovando, gli dico che forse non abbiamo altra scelta. Due individui di apparente origine russa e piuttosto alticci, intervengono ma non capiamo una parola, poi spuntano qui e la ragazzetti e bambini storpi o malaticci, Jack mi dice no! Non dormiamo qui! Cerchiamo qualcos’altro! Gli chiedo se il problema sono gli storpi? Beh … n-no! Ma gli ubriachi si! Effettivamente non è una bella situazione, ma credo sinceramente che sia troppo tardi e che non abbiamo molta scelta … decidiamo comunque di cercare ancora altrove ma spieghiamo che torneremo tra 40 minuti, il tipo russo meno minaccioso si avvicina e insiste e credo che voglia spiegarci che non abbiamo scelte e che fuori è pericoloso e mi fa il gesto che verremo sicuramente accoltellati! E che ci aspetta tra 40 minuti! Beh … ok è un po’ troppo, ok Jack andiamo via di qui.

Facciamo altri chilometri fuori città perché sembra esserci un posto dove dormire ad un indirizzo tra quelle case. Arrivati lì spengo l’auto e mi avvicino al cancello chiuso senza visuale interna, sento voci la dentro, busso e aspetto. Esce qualcuno e pronuncia la parola ‘turist’, così escono altri e noi chiediamo di dormire, ci dicono no, ma a gesti e parole poco chiare si intuisce che da qualche parte non distante c’è qualcosa che fa al caso nostro, poi però una ragazza dice che chiede al vicino e così dopo poco ci ritroviamo ad inseguire un bambino che si rifiuta di salire spaventato nella nostra auto, ma che ci corre davanti e ci indica la strada per la casa di suo padre! Eccoci qui, un pavimento coperto di tappeti con il loro materassini, una stanza ampia che non è niente male, chiediamo del bagno, c’è una doccia con una bacinella per versarsi l’acqua in testa ma niente WC, quello è fuori oltre la strada come nelle case kirghise ci dice … una cabina di legno con un profondissimo stretto buco in un campo! Lo stomaco già mi dice che quello che aveva ieri Jack in qualche modo sta prendendo me oggi … va beh … trattiamo un po’ sul prezzo e finalmente abbiamo un tetto per la notte! Il tipo che ci ospita è un signore che ha tre figli piccoli li con lui, li cura mentre sua moglie è in Russia a lavorare come badante in qualche famiglia. Troviamo anche un posto da mangiare al di là di un ponte, ci sono due scelte e riesco anche a farmi capire ‘lagman’ (la solita zuppa di verdure, pasta scotta e un pezzo di pecora duro) senza cipolla … che posto strano, un crocevia di personaggi che aspettano un passaggio nella notte per chissà dove, oppure sperano in un miracolo che possa cambiare qualcosa del loro destino … il quadro si completa con bagno a pagamento con docce all’incrocio, due donne sciupate si danno da fare per mantenerli puliti e a turno dormono in una stanzetta adiacente.

Tornato a casa mi tocca usare più volte il bagno al di là della strada, ma scelgo il campo aperto nel buio della notte, chiudermi dentro la cabina di legno non riesco proprio. Mi accorgo che i campi vicini hanno la stessa funzione per le altre case, nessuno ha il gabinetto presso la propria abitazione, rumori di passi sull’erba al di là della staccionata a cui mi appoggio con una mano … spengo la mini luce che ho con me e faccio più in fretta che posso.

La mattina un thè e un tozzo di pane non manca mai e anche qui riusciamo a fare una colazione basilare, sono piuttosto disfatto di intestino, le condizioni di salute non sono di nuovo buone, Jack sembra essersi invece decisamente ripreso rispetto a ieri. Prima di pranzo raggiungiamo quello che doveva essere il lago dove pensavamo di fare tappa ieri se non avessimo preso la strada sbagliata, da distante sembra bello, ma avvicinandoci risulta paludoso sulle sue sponde e poco invitante ad una pausa, ci fermiamo comunque dopo un paio di tentativi col desiderio di toccare l’acqua, rimango abbastanza sconvolto a riconoscere piante di marijuana che crescono selvaggiamente dappertutto sui suo bordi, Jack mi dice ma sei sicuro? Ne stacco un ciuffo e lo comprimo con le dita, un inconfondibile odore gli leva ogni dubbio. Magari non avrà principio attivo, ma questa è canapa!

Superato il lago girandogli intorno per circa metà della sua estensione ricominciano le montagne, i loro profili si alzano con forza e la nostra velocità naturalmente rallenta in salita, la temperatura scende bruscamente e il paesaggio torna ad essere quello, abitato dai nomadi dai loro caravan e dalle loro yurte, i cavalli sempre presenti come loro principale risorsa, e quest’immagine insieme ai loro visi con zigomi alti e occhi stretti è tutta così perfettamente uguale a ciò che ho sempre immaginato della Mongolia … eppure non ci siamo ancora, ma siamo già dentro a questi popoli nomadi che ci accompagneranno ancora per molto.

Stanco e consapevole di dover mangiare qualcosa corro veloce in discesa, in una curva ampia supero un grosso pullman, non mi accorgo che le altre auto rallentano, troppo tardi! La polizia mi ha visto e mi sta aspettando. Mi fermano! Mi invitano a scendere e a seguirli dentro la loro auto con tutti i documenti, un tipo non in divisa mi mostra la foto del mio sorpasso azzardato con la sua pistola laser super tecnologica e la velocità, ammetto la mia colpa, dico che sto male di stomaco e che cercavo di arrivare al più presto nella capitale anche per trovare medicine e magari un dottore, capirsi non è facile, ma sul fatto che mi vogliono fare la multa non ho dubbi, così comincia una lunga trattativa sul sedile davanti nella loro pattuglia, alla fine tirano fuori un POS e dicono che posso pagare con la carta di credito, incredulo dico che non posso usare la carta perché ho solo i soldi che mi servono per uscire dal paese 1000 som e che il resto che ho nella carta mi servirà per sopravvivere in Kazhakistan, mi aprono un libretto di infrazioni in russo e mi indicano 1000 som come quello che gli devo, ma … ma … sono gli unici soldi kirghizi che ho … devo mangiare, dormire stanotte … morale della favola dopo quasi mezz’ora e varie minacce loro, finisce che ci stringiamo le mani e nessuna multa, l’unico che non sembra contento è il ragazzo in borghese che ha fatto le foto con la sua pistola rileva velocità super tecnologica … mi avevano avvisato della polizia locale e del loro sviluppo tecnologico, è andata bene!

Jack mi chiede: “allora com’è andata? Che ti hanno fatto?”

Niente! Tutto a posto!

… Ah!

Ci fermiamo a mangiare in un surreale ristorante self service sull’altipiano tra le montagne, e chi se lo aspettava qui … cibo ottimo e asciutto per le mie condizioni non buone, visi di donne anziane al di fuori del tempo accompagnano presunte nipoti a mangiare un dolce e e bere un thè come fosse un ‘happy meal’, camionisti e gente di passaggio riempiono i tavoli, una donna con lo smalto sulle unghie mi ricorda che ci stiamo per avvicinare ad una grande città.

Ancora un ultimo inaspettato passo di montagna prima di scendere verso Bishkek, a venti chilometri dal centro un tremendo traffico condito da lavori stradali ci rallenta il percorso, Jack sbuffa e si dichiara scontento di dover andare nella capitale, tutto quell’ingorgo non ha senso ed è solo una perdita di tempo, avremmo dovuto saltare questa città, non era nel programma. Io invece penso che per capire davvero un nuovo paese visitare la sua città principale sia di grande importanza. Impiegheremo meno tempo del previsto, il traffico dopo un po’ si sblocca, le piazze in stile sovietico si materializzano, grandi monumenti ed edifici sobri e ordinati in colori chiari fanno sembrare il tutto meglio di quello che mi aspettavo, in un grande viale ci fermiamo e consultiamo la mappa, il tempo di guardarsi intorno che due ragazzi in un bel café vestiti all’occidentale ci chiedono in un perfetto inglese se possono aiutarci, chiediamo di un ostello e loro ci consigliano il compass hostel a pochi isolati di distanza, così lo raggiungiamo e seppure la stanza è potenzialmente da condividere lo scegliamo senza dubbi per la sua pulizia, il suo stile, il Wi-Fi e il buon rapporto qualità prezzo, inoltre la ragazza alla reception è molto gentile e parla un buon inglese.

Dopo un po’ entra un altro ospite in stanza da noi, Abdullah dall’Arabia Saudita, ci saluta con un caloroso Ciao! Nella nostra lingua! Incredibile parla un po’ italiano perché anni fa aveva lavorato quasi un anno in toscana alla Nuovo Pignone come ingegnere, lo ascolto molto curioso, Jack invece è concentrato sul suo lavoro a scrivere i vari post e non sembra essere molto interessato all’evento.

Dopo varie faccende e una doccia, io e Jack usciamo per cenare, (l’arabo era sparito) su un viale che sembra quello principale gli dico che vorrei seriamente cominciare un dialogo costruttivo, perché nei prossimi giorni, la parte finale del nostro viaggio dovremmo esser d’accordo su alcuni punti, altrimenti pare che sarà davvero dura proseguire, come al solito dopo poco si finisce a discutere e non a dialogare. Sono davvero stanco! Siamo stanchi entrambi di questo! Potrei raccontare per filo e per segno il mio punto di vista ma sarebbe la cosa più patetica del mondo, non è questo il luogo e non c’è di certo solo un colpevole, il fatto è che si finisce a rimbalzare contro un muro di gomma. Va bene ragionare con la testa, ma anche la pancia ha la sua importanza, anzi è proprio quello che manca che tra noi non funziona. Il limite anche stavolta rischia di venire superato, ma prima che accada mi libero con le parole e dichiaro: Fanculo! Basta! Continuare insieme in queste condizioni non ha più senso! Poi, passato un po’ di calore dovuto ala rabbia, ognuno prende una strada diversa per la propria cena. Mi accontento di un panino e poi mi immergo nella città di notte, i pensieri mi frullano in testa non so bene se è davvero la fine, ma se le cose non cambiano non ha più senso continuare questo percorso insieme nella parte più lunga desertica e forse noiosa di tutto questo viaggio, li saremo noi due soli in mezzo al nulla … per ancora 9 giorni.

La notte nella città mi ci immergo, come avevo fatto a Tbilisi in una situazione simile, i manifesti delle prossime olimpiadi nomadi promettono grandi eventi tra nemmeno 10 giorni e penso che sarebbe davvero interessante stare qui a documentare qualcosa di così speciale … ma poi mi muovo altrove, giro la piazza osservo le luci, i volti delle persone spesso così diversi dalle campagne, in un angolo più buio qualcuno mi chiede qualcosa, hanno la faccia da tossici, esclamo ‘Niet’ deciso! Mi lasciano perdere … giro altrove e scopro una lunga via con i Punchingball, vari attrezzi per prove di forza o resistenza, palloncini e freccette da tirarci contro per scoppiarli, moltitudini di giochi semplici, divertimenti come negli anni 70/80 in un nostro luna park, venditori improvvisati di cose che mai comprerei, ed evidentemente davvero pochi lo fanno. Una musica mi attrae e mi dirigo verso un parco, una specie di karaoke al buio da dove esce un suono stonato mi cattura e mi viene voglia di riprenderlo, poco più in là luci e due casse ed ecco una piccola discoteca tra un gruppo di ragazzi che ogni tanto provano e ballano. Il parco prosegue pieno di interessanti statue, le osservo, una mi sembra un pezzo di rinoceronte … non so bene come andrà a finire sti giorni, so solo che ora sto girando qui rapito dal presente, qualsiasi direzione prenderà il viaggio, lo vivrò al momento … un tipo mi guarda, lo noto, percorre i miei stessi passi, mi fermo e lo guardo, mi guarda, continuo a camminare e poi mi fermo e mi ci dirigo contro, mi chiede qualcosa fa il gesto di fumare, ‘Niet’ … soldi … ‘Niet’ …

Più avanti, laggiù nel buio della notte, dentro questa città sconosciuta ma sorprendentemente interessante la sua atmosfera mi diventa compagna, e mi dirigo istintivamente verso la sua Piazza della Vittoria senza sapere della sua esistenza, un fuoco brucia alimentato dal gas, una coppia di ragazzi sta lì seduta di fronte ad esso!

I passi nella notte si consumano sulla via del ritorno, arrivato in ostello Jack scrive sul computer al divano alla reception. Mi ci siedo di fronte e mi preparo una sigaretta, un tipo un poco distante mi chiede il tabacco e se può farsi anche lui una sigaretta, certo! Fumiamo e scambiamo qualche parola, poi torno dentro, Jack continua nel suo mondo rivolto al suo schermo luminoso. Salgo in stanza, l’arabo dorme, faccio più piano che posso ma nonostante tutto anche un poco di casino. Poi vado a dormire, le cose possono ancora cambiare ma credo sarà difficile. Domani si vedrà.

“Vialogando On The Road” è il diario in cui Luca Negro racconta il suo Mongol Rally, da Savona alla Siberia: clicca qui per leggere tutti gli articoli

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